Svart Jugend

I. Nessun problema, lo faccio per la AS Roma.

«Pari Roderick Usher da piccolo», mi dice. «Roderick Usher colla maglia dei Darkthrone.»
Smetto di nitrire e gli chiedo se vuole una Oranjeboom. L’Oranjeboom, preciso, sta alla birra come il krokodil all’eroina. Lui scuote la testa.
«Secondo me nemmeno esisti davvero», gli dico.
«Dici? Perché?»
«Beh, innanzitutto,» inizio a spiegare, «dovresti avere tipo 45 anni, invece sei paro paro a com’eri nel ’91.»
Lui inarca il sopracciglio, scettico.
«Anche la divisa che indossi. Anche la Coppa Italia che hai in mano.»
«Tutto qua?»
«Poi hai appena citato Poe. Tu non sai un cazzo di Poe. Anzi, hai citato Poe e i Darkthrone nella stessa frase.»
«Sempre il luogo comune che i calciatori sono ignoranti…»
Sospiro. Bevo la mia Oranjeboom di merda. Poi inizio a urlare.
«Ti chiami Ruggiero! Con la i! Hai un refuso nel nome! E non dirmi che è voluto, è una cazzata, perché per me non esiste il nome Errico, figurate Ruggiero
Rizzitelli mi fissa per un lungo istante, poi sospira e si limita a dire: «Beh, sia come sia, qui comando io. L’ha detto il Mister.»
Prendo un’altra Oranjeboom senza rispondere nulla.
Il cielo era un flusso emorragico, le nuvole dei coaguli, e non c’erano speranze né cambiamenti all’orizzonte, soltanto una persistente, lugubre miseria, una completa rinuncia, una rassegnazione costante illuminata dai raggi cremisi del sole che bruciava.
Ruggiero Rizzitelli del ’91 era tornato per guidarci all’Inferno.

II. Quello che non ho è un programma in prima serata su Teleguardia.

È buio, e le tenebre, la rovina, la Morte Giallorossa, stabilirono su ogni cosa il loro dominio senza limiti.
Sono ubriaco e guardo La7. Rizzi-gol e Italo Foschi discutono di qualcosa. Allora mi incazzo in solitaria, più perché la Oranjeboom mi fa prende male che per effettivi dissesti emotivi. Mi sarei incazzato per qualsiasi cosa, ma un congresso di sbirri dell’anima in diretta tv diciamo che mi fa da oliva nel martini di Jack Torrance. La banda Saviano-Fazio&Co. ha allestito tre prime serate del suo giustizialismo esasperato da sinistra almirantiana (già) nel segno di De André (ossia un protoacab che cantava di carcere manco facesse country e si schierava acriticamente con qualsivoglia delinquente), ed il tutto svoltandosela con un dizionario etimologico ed un tono messianico a metà strada tra Pyongyang e Colorado City.
Provo a spiegarlo a Tempestilli ma non mi caga, allora biascico monologhi.
Come Saviano, sì.

La tensione drammatica di quando Roberto Saviano ti spiega come funziona l’Universo assume toni liturgici. La lentezza, le pause, la modestia simulata con fare ecclesiastico, i silenzi, la voce che riecheggia come in una cattedrale, la profonda commozione dei fedeli. Manca l’incenso, ma non essendo presente in studio non ci giurerei. Nel suo lungo monologo ci annuncia che c’è la crisi. Che il lavoro è un problema. Che la gente si ammazza. È come guardare un tg diretto da Gesù Cristo. O da Ponciarello col cancro. Perché tutto quel dolore (la storia che hai sentito al bar stamattina o che ti hanno linkato prima su Facebook) che vibra teatrale, cerimoniale, funeral doom, lui, da bravo Cristo, finisce per incarnarlo. Saviano ti guarda dritto negli occhi e dice: «Sì, anch’io ho abortito una volta.» Sospira, trattiene le lacrime, tossisce. Una riunione degli A.A.

Provo a spiegarlo a Pruzzo, ma lui mi risponde soltanto che Maradona è Natale di Mery per Sempre.

III. Finisce che non mi suicido per non violare copyright.

Fabio Fazio ha un che di burattinesco, come se fosse Pinocchio che è diventato un bambino in carne ed ossa, che è cresciuto per diventare un adulto in carne ed ossa, che è morto per diventare un ectoplasma, che è tornato per diventare Fabio Fazio. Capofila dei Colonnelli della sinistra, questa buffa creatura politica, Fazio se ne sta lì e continua ad oltranza a menarla con Berlusconi, con la Lega, come se vivesse in una dimensione parallela dove il tempo si è fermato all’ottobre 2011. Solo che lo fa invitando esponenti dell’intellighenzia più alienata e misconosciuta, gente che non ha mai visto la Metro B ma ha la verità in pugno, gente che si riferisce all’umanità come alla “comunità terrestre” (giuro), ed ha impostato tutto in modo molto intellettuale: portate una parola. O una serie di parole. Allora la gente va lì e inizia a dire: apericena, culo, trota, recessione, pace.

Io ero incredulo. Ho provato a parlarne con Giannini, ma non mi ha cagato. Volevo dirgli: se ripulissi Svart Jugend da tutta la disperazione, la miseria, le svastiche e l’alcolismo, avrei una chance in tv. Oppure si potrebbe mandare qualcuno a salmodiare lì le chiavi di ricerca del sito: “pazuzu mit uns”, “musica periodo nazista”, “esistono negri con due cazzi”, “cimitero micmac”, “nonna che fa le seghe”. Etc.
La parola che ho scelto io, ad ogni modo, è “filetto”. Ho domandato al fiumano Volk la sua, ma non ho capito che mi ha detto, perché è arrivata Luciana Littizzetto per una sorta di break comico dell’eucarestia sbirresca di Fazio e Saviano e le battaglie per la libertà di Abbath Kiarostami.

Luciana è lapidaria: le tette sono meglio delle palle.
Ancheggia tra il pubblico d’eccezione (Fassino) ed inizia a scodellare una serie di luoghi comuni misti a turpitudini e volgarità di ogni genere, comincia a tirare fuori paia di slip spiegando ad una platea allibita come entrano nel culo, si porta dietro un’atlante di anatomia umana per esser sicura di non tralasciare nessun dettaglio biologico, e poi attacca un pippone lacrimevole sul femminicidio (sic), sulla violenza domestica, sugli uomini che menano le donne.
Beh, se le tizie sono come te li capisco. Fermo restando che la parità dei sessi va di pari passo con la parità dei destri, ci sta che se a uno gli fai una piazzata di Sex and the City meneghino quello decide che è venuto il momento di abbandonare la filosofia del non lasciare segni in faccia.
Cioè, io a volte mi vesto da porcodio e faccio le messe nere a Ostia Lido.

Provo a spiegarlo a Bernardini che annuisce distratto, allora spengo la tv e mi guardo un bel muro.

IV. L’epilogo più nobile dell’esistenza umana è il finale di Ryu su Street Fighter.

Sto ancora lì a sproloquiare su questi che se ne escono con cazzate come “la decrescita per uscire dalla crisi” e altre baggianate radical chic e giudicano tutti con fare saputello come se loro non fossero un ingranaggio e pure lussuoso del sistema che criticano di mestiere, cosa che in sé manco mi disturba ma che cazzo di faccia come il culo che c’hai.
Nitrisco.
Rizzitelli è perentorio e mi è rimasta una birra e Rizzitelli mi dice di non disperare, che non c’è soltanto la AS Roma, ma anche Street Fighter. Io non capisco.
«Il finale di Ryu», mi dice Rizzi-gol. «Vinceremo, ma come Ryu.»
«Eh?»
Rizzitelli poggia la Coppa Italia del ’91 a terra, la guarda distratto, poi mormora: «Questa non mi serve più.»
Io bevo/nitrisco/piango/canto se saltelli muore anche Prandelli.
«Vedi», riprende Ruggiero, serissimo, «il finale di Ryu era diverso da tutti gli altri. Dopo aver sconfitto tutti, Ryu non saliva sul podio, non ritirava il trofeo, non si faceva festeggiare, o acclamare. Se ne andava da solo nel tramonto.»
«Quindi?»
«Ryu non lo faceva per i soldi, per la fama, per le stronzate. Lui combatteva per tensione spirituale. Era un mishimiano di ferro, Ryu, la sua vittoria assumeva connotati metafisici, rifiutava la gloria personale per annullare la sua individualità in un’entità corale ed indefinita di spettri del Bushido.»
«Quindi che dovemo fa’?»
Rizzitelli mi fissa.
«I mostri pazzi che bruciano le cose.»
Annuisco grave perché ha ragione.
Rizzitelli ha sempre ragione.

Stay tuned.

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Get Reich or die tryin’.

maggio 1st, 2012

Stavo guardando Ricky Reich, con la sua storia commovente di un bambino (Macaulay Culkin) che riesce ad evadere dal suo isolamento aristocratico facendo amicizia con un gruppo di coetanei di strada (le SA), e mi sono reso conto, come per magia, che c’è bisogno di una guerra mondiale.
Ma tipo tra 5′.

Allora vado al bar che il primo maggio è aperto perché la gente sta colle pezze al culo ed ordino una cedrata Tassoni per creare un diversivo, così mentre stai lì a chiederti perché la cedrata? Perché non ha preso la Peroni? ci provo con la tua ragazza. Poi, seduti al tavolo, bevo una Peroni (la cedrata era per la tua ragazza) e mi dilungo nelle solite promesse da marinaio («ci rivedremo a Brest», «non è vero che mi faccio le seghe sul molo scrivendo un diario languido», e l’evergreen «sto bene, posso guidare») e provo ad incantarla  parlandole della mia geniale campagna animalista pasquale (l’abbacchietto triste con il volto pieno di sperma e sotto, nel solito Helvetica Bold, la scritta «non mangiarmi, scopami»), quando entra un gorilla ed urla al barista «Odino, damme tre Crodino» e li scola d’un fiato e poi, con la voce impastata e barcollante, urla «Dino, famme un ber pompino» ed il barista risponde: «Nessun problema, lo faccio per le radici pagane e sessualmente ambigue dell’Europa» ed inizia a succhiarlo allo scimmione ed io sono sconvolto, e piango, e voglio morire, e quando lo scimmione si avvicina la ragazza fugge terrorizzata dall’idea di vedere la sua vita tramutarsi in una canzone di De André ed invio Amore spazio SvartJugend spazio Quadrumane al 48118 e mi arriva un sms con scritto “evita” che conto d’impugnare come verità biblica in caso di eventuali avances, e lo scimmione mi si avvicina e mi chiede di Pazuzu, in ogni bar in cui vado la gente mi chiede di Pazuzu, o anche i primati, adesso, ed il primate si siede con altri gingerini e Peroni per me mentre il barista si sistema la mascella slogata.
Il quadrumane mi domanda perché scrivo tutte queste stronzate e gli rispondo che ho un racconto breve di 2500 parole ma non lo leggerebbe nessuno ed alcuni insinuerebbero che sono un finocchio, allora ho fondato una corporation locata a R’Lyeh per motivi fiscali e mi sfascio di Peroni insultando chi è così stronzo da andarsene ad ascoltare musica di merda festeggiando con i sindacati il fatto che i sindacati glielo infilano in culo da decenni e comunque tutta questa stronzata la finanziamo noi romani, non i terroni fuori sede che stanno lì a sporcare.
La gente è strana, è un pazzo, pazzo mondo.

Io non ci credo che ci ammazziamo per il lavoro. A me non va davvero di fare un cazzo, a parte andare al bar per sfuggire alla realtà o dormire sonni senza sogni per sfuggire alla vita. E non capisco perché bisogna lottare per lavorare. Vi siete fatti fare il lavaggio del cervello con le cazzate del lavoro che nobilita, che è fondante, che è lo scopo della tua vita, che chi non lavora è uno stronzo pusillanime. Questa è esattamente la retorica che cela ogni forma di sfruttamento e ti spedisce a fare i balletti all’Apple Store in un posto inviso a Dio e dimenticato dalla civiltà quando potresti fare, ad esempio, il sindacalista, e guadagnare il quadruplo di chi lavora senza fare un cazzo.
Ma vaffanculo voi, il lavoro e l’economia. La maggior parte delle mansioni possono essere svolte da robot e supercomputer mentre la gente si beve una Peroni (imbottigliata dai robot, acquistata ad un distributore) guardandoli lavorare.

Io da grande voglio fare il barbone ed essere stuprato alla Caritas e accoltellare i miei colleghi barboni che provano a fregarmi gli scatoloni in cui dormo. Che tanto tra lavorare e fare il barbone il grado di umiliazione e disperazione è più o meno lo stesso, ma i barboni hanno un punto in più: non devono fingere che ciò che fanno gli piace, non devono ringraziare chi li incula.
Vuoi mette? C’è la crisi, no?
E in un periodo di crisi (sic) come questo, si fa un gran parlare di politica e antipolitica. L’antipolitica, dicono, è populismo sterile. Slogan facili, nessuna proposta concreta, nessuna reale capacità operativa (è vero). La politica, rispondono, è una lobby di vecchi incapaci e corrotti che nemmeno contano un cazzo nelle decisioni reali, sono servi di ben altri poteri che svendono la loro gente per poter vivere in armonia con il lusso (è vero). La verità più vera però è che, se la storia ci ha insegnato qualcosa, per uscire da una simile crisi (sic) l’unica soluzione è una guerra mondiale.

Quando ero me stesso da piccolo, l’Orso Ciro mi diceva sempre: «Tocca il fondo, raschia e scava – troverai la Terra Cava», anche se probabilmente diceva di amare la pizza e io ero in preda alle allucinazioni da documentario di RaiStoria. Ma non importa: ho sempre sognato di trovare la Terra Cava e ho anche compiuto diverse missioni esplorative quando avevo un fisico sano e non stavo morendo, e si vocifera inoltre che nella Terra Cava sia custodita la ricetta segreta per nazionalizzare le banche.

È stata dunque indetta una riunione straordinaria del Pazuzu Kommando 666 in cui, dopo qualche cartone di vino in cartone per la Curva del Male, abbiamo deciso di scatenare la Terza Guerra Mondiale, forti delle nostre legioni di demoni sumeri e della fiducia nel vecchio detto chi mena pe’ primo mena du’ vorte.
Per non fare le cose a cazzo come al solito, che andiamo allo sbaraglio ubriachi e finiamo in stanza cor Puma, (dopo che mentre ci prendevano a calci la scena era in b/n, velocizzata, e con questa soundtrack) abbiamo deciso di fondare una grande corporation (?) che propaganda la war solution e recluta giovani ansiosi di fare da carne da macello.
(Il mio scopo recondito e codardo è di arricchirmi, sopravvivere al conflitto, ritrovarmi nel dopoguerra vittorioso e alla guida della maggiore corporation mondiale e governare l’universo in modo inaffidabile, insensibile e capriccioso – proprio come Dio).

Quindi ecco a voi in anteprima la grande corporation della Terza Guerra Mondiale, e del vino in cartone per la Terza Guerra Mondiale, e chi dice che è tutto volutamente copiato dal Maestro Vignelli è certamente un pacifista del cazzo in cattiva fede.

Come corporate color abbiamo scelto il colore dell’anno, certi che sarà l’ultimo anno con un colore dell’anno, ma desiderosi di comunicare alla Pantone Inc. che non c’è nulla di personale, anzi.

Logo.

Materiale aziendale.

Web.

Orbene, la Krig Inc. è lieta di annunciarvi che dopo aver scavato (le nostre) fosse sul fondo, abbiamo finalmente trovato la Terra Cava.
Ebbene sì, questo è il secondo annuncio importante: la Terra Cava esiste.
Ed è un luogo magico che si trova nel cuore di ognuno di noi.

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I girasoli.

aprile 14th, 2012

Mel e Carla erano una coppia felice. Adesso Carla mi chiede di schiaffarglielo dentro e si contorce sul pavimento urlando frasi, credo, in babilonese, ma poi si placa per vomitare adagio un liquame verde spento che puzza di cane, di cane bagnato, di cane morto, e Mel alza le spalle come per dire: ti avevo avvertito, no?
«Mi avevi detto che era un po’ indisposta. Un po’ indisposta», rispondo.
Mel fa ancora spallucce, sorride e mi passa un’altra birra. Mi ero fatto una sessantina di chilometri e avevo sbagliato strada tre volte per andarli a trovare nella loro casa nuova, sperduta tra orribili campi di girasoli, e Mel mi aveva aperto la porta e salutato e passato subito una bottiglia, e poi era arrivata Carla correndo come un granchio giù per le scale, con le pupille rovesciate.
Lì per lì avevo avuto una specie di infarto. Poi ci eravamo seduti in cucina a bere, per evitare che svenissi.
«Vedi, adesso si è calmata» dice Mel dopo un po’, ed indica Carla che si è rannicchiata in un angolo, dondolandosi e cantilenando piano qualcosa di incomprensibile.
Faccio di sì con la testa e continuiamo a bere.
Con Mel non ci vedevamo da quasi un anno. Lui aveva ingranato bene con il lavoro (organizzava eventi e stronzate mondane), si era sposato ed era andato a vivere con Carla, la sua fidanzata storica, in quella villetta sperduta fuori città. Ci sentivamo saltuariamente, ed ogni telefonata finiva con «dovete passare a vedere casa nuova, la inauguriamo con una bella sbronza». Ma ogni volta la serata saltava.
«Capito perché poi non vi invitavo mai?», dice Mel. «Volevo aspettare che Carla guarisse, che si riprendesse un po’, ma ormai ho rinunciato, quindi eccoci qua.»
Annuisco perché sinceramente non so che cazzo rispondere.
«Cazzo potevi avvertirmi, però…»
Scolo la birra d’un fiato.
«Con la tua invece come va? Non doveva venire anche lei?»
«Abbiamo scazzato prima di uscire – le solite cose, “non puoi guidare ridotto così” eccetera.»
«Ah, che palle. Ma forse è meglio che non sia qui.»
«Sì. Sindrome premestruale. Stava già a pezzi di suo.»
«Ecco, Carla ad esempio non ha più le mestruazioni da mesi.»
Mi giro a guardare Carla. È sparita.
«Però è pazza sempre» dico.
«Sono tutte pazze sempre.»
«Le amiamo anche per quello.»
«Dillo a me, cazzo.»
Mel ride e restiamo lì a  bere e guardo fuori dalla finestra della cucina, oltre il cortile, verso i campi di girasoli, smorti, che mi fissano con la loro mostruosa ed ostinata pacatezza mentre racchiudono tutto l’orrore dell’esistenza. C’è sempre di peggio. Puoi metterti un demone a casa ma alla fine c’è sempre di peggio. I girasoli ne sono l’esempio.
Le urla di Carla mi strappano dalle mie riflessioni inutili e faccio un salto quando me la ritrovo accanto, accovacciata, con un merlo morto in bocca, che mi fissa con lo sguardo allucinato mentre un rivolo di sangue le scorre sul mento. Mel sospira.
«Cazzo tesò, ancora… », poi, rivolto a me, «scusa, eh…», e scola la birra e si alza. Prende Carla per un braccio e inizia a trascinarla verso lo stanzino, poi ce la scaglia dentro, sbatte la porta e chiude a chiave. Mi tengo una mano sul petto. Respiro a fatica.
«Voleva farti un regalo», dice Mel, allegro, mentre dallo stanzino si sente gridare e artigliare la porta.
«Ma non è un gatto.»
Mel si stringe nelle spalle.
«Scusa, ma da chi cazzo è posseduta?»
«Lei dice il Diavolo, certe volte, oppure dice di chiamarla Legione perché lì dentro sono in parecchi.»
«Ma non hai provato con un esorcista?»
«Ne ho cambiati quattro, un paio erano troppo vecchi e li ha spediti in ospedale a calci, gli altri erano troppo giovani e si sono cagati addosso quando gli ha incendiato la stola con lo sguardo.»
«E sono scappati?»
«Eh, sì.»
«Avrei fatto lo stesso.»
«Anch’io.»
«Ma tu ci vivi
«Beh, perché è mia moglie, cazzo.»
«Non penso avresti difficoltà ad ottenere il divorzio, sai… »
«Ascolta,» dice Mel, mentre mi passa un’altra birra. «All’inizio ero disperato, credevo fosse pazza, o che avesse un cancro al cervello… io sono ateo, non ci ho mai creduto a queste cazzate di angeli e demoni e Dio…»
Dallo stanzino, Carla urla frasi al contrario, poi si sente un rumore, come di vetri esplosi, ed una pozza di sangue inizia ad allargarsi da sotto la porta, seguita da un tanfo di piscio rancido. Sussulto.
«È molto violenta?»
«Sono tutte violente.»
Anche lì non ho da obiettare. Queste stronze ti si lanciano contro urlando e tirando calci e pugni, e tu provi almeno a bloccarle, a tenerle ferme, e tutto quello che ottieni è che si afflosciano e iniziano a dire che tu le hai picchiate, che tu hai alzato le mani, e vanno avanti con questa cazzata finché non ti hanno convinto, e magari ti senti pure in colpa, e appena avvertono il senso di colpa iniziano a rinfacciare e ricattare e chiedere.
«Vabè, ti dicevo… io non credevo a niente, Carla invece era parecchio religiosa… non che fosse praticante o altro, però ad esempio è stata lei a volere che ci sposassimo in chiesa… E a novembre scorso, il primo novembre, tira fuori questa tavoletta che dovrebbe servire a parlare con i morti, presente?»
«Sì.»
«Mi dice che è un gioco e io l’assecondo, nel senso, ero distrutto, non me ne fregava un cazzo, per Halloween avevo lavorato come un pazzo e avevo ancora il mal di testa da sbronza… Ma appunto, non avevamo passato Halloween insieme e lei voleva festeggiare così, sai, un po’ di atmosfera, che qui stiamo abbastanza isolati e fa molto storia di fantasmi… È da lì che penso sia iniziato tutto, o almeno così diceva il prete. All’inizio lentamente, poi sempre peggio, e adesso… »
Mel fa un gesto verso lo stanzino, urla e tonfi, la porta che si deforma, che sembra stia per esplodere.
«Se la butta giù è la terza porta che cambio» dice Mel.
«Ma come cazzo fai a vivere così?»
«Ascolta… non è gelosa, non devo farle regali, non devo portarla a fare shopping e cazzate varie, e scopa come nessuna donna sulla terra… »
«Ma perché tu ci…»
«È pur sempre mia moglie, no? Alla puzza ti abitui, ma lei, lei cazzo, lei ha sempre voglia, dice delle cose tremende, è proprio una troia a letto, neanche in luna di miele scopavamo così.»
«Ma come cazzo…»
«Una notte torno dal lavoro, sbronzo, di pessimo umore, arrapato, e non ce la facevo proprio a sobbarcarmi lei che vomitava ovunque e sfondava i mobili, allora mi sono incazzato, l’ho presa, l’ho legata e ho iniziata a scoparmela.»
«Mi serve un’altra birra.»
Mel si alza e prende due bottiglie, mentre Carla continua a tirare colpi (pugni? calci? testate?) alla porta dello stanzino e i girasoli, fuori, si dondolano apatici e carnosi e tremendi.
«Col lavoro che faccio», sta dicendo Mel, «sai quante fiche trovo? Se voglio scoparmi una tizia me la porto in albergo, tanto mica devo chiamare a casa per avvertire Carla che non torno…»
Ridiamo.
«E se mentre non ci sono… o anche se mentre ci sono, eh… entrasse qualche ladro in casa, pregherei per lui… e non devo starmi a preoccupare che lei conosca qualcuno o si porti qualcuno a casa… lascia stare le cose che urlava a te…»
«Sono vantaggi innegabili, lo ammetto.»
«Poi è a costo zero, non devo comprarle niente… anche il cibo, insomma… va a caccia… e poi sai, io con ragni, insetti e cazzi vari sono un po’ fobico, che se stai in campagna è una bella seccatura… Carla fa fuori tutto, falene, centopiedi, nemmeno le mosche si vedono in in giro…»
«Cazzo. E poi la baci?»
«No. Anche perché morde.»
«Niente pompini.»
«Per quelli ho le amichette», mi dice, poi mi mostra l’anulare con la fede. «Mica la tradisco per sport.»
La birra continua ad andare giù e Carla ha smesso di colpire la porta.
«Credo si sia addormentata» dice Mel, facendo un gesto verso lo stanzino.
Adesso che è quasi ora di andare, inizio a rilassarmi. Prima credevo che Mel fosse impazzito e che io fossi semplicemente precitato in un incubo, ma ora, sarà l’alcol, ma vedo che è felice e inizio a capire le sue ragioni. E non fanno una piega. Tranne quella cosa di scoparsela, magari.
«Mel, è ora che riparto, se mi sbronzo troppo ho paura di finire con l’auto in un campo di girasoli… sarebbe troppo, per me, dovrei suicidarmi.»
«Perché li detesti così, quei girasoli?»
«Non lo so, non lo so ma li odio, mi fanno schifo.»
«Prendi questa per il viaggio», dice Mel, e mi passa una birra.
«Senti, dimmi una cosa… »
«Eh.»
«Ma la ami ancora, Carla? Cioè, a parte tutte le cose che mi hai detto… »
«Certo.»
«Nonostante… »
«L’amore è questo. Ci si abitua. Ci si sopporta. L’amore è adattarsi.»
Mi accompagna all’auto nel vialetto e ci salutiamo e parto spedito verso il buio, verso il cemento, lontano dai girasoli, mentre stappo la bottiglia di birra rimuginando su tutta questa storia assurda del cazzo. Poi ci ripenso, inchiodo, faccio inversione e torno da Mel, per chiedergli in prestito la tavoletta Ouija.

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Fischia se sei morto.

aprile 5th, 2012

[Nota 1: la Curva del Male chiede scusa ai tifosi dell'Innsmouth per la seconda delusione consecutiva, ma questa andava fatta. Avremmo detto “per l'Europa” oppure “è l'Europa che lo esige”, ma purtroppo Mario Monti ha rubato i nostri slogan distorcendone il significato. Ma torneremo a parlare di svastiche, pornografia violenta e demoni sumeri, non temete.]

Pioveva sangue e tutti erano pazzi, tutti urlavano. Avevo una bottiglia di Johnnie Walker ed era tutto ciò che mi restava. Per quella notte ero a posto. Scolai il mio bicchiere e me ne versai un altro.
Fuori, le grida e la pioggia andavano avanti. Anche se stava andando tutto a puttane, continuavamo a fare le stesse identiche cose di sempre. Persino morire era routine.
L. era seduto lì a sorseggiare il suo whisky.
«Scusa se ti sono piombato qui a quest’ora.»
Era apparso con il buio. Come da manuale.
«Figurati.»
Si era presentato da me all’improvviso, dopo quasi due anni che non ci sentivamo. Mi aveva dato una pacca sulla pancia. Mi aveva detto: «Sei ingrassato, eh». Gli avevo detto: «No, sono solo gonfio».
Un cimitero di bottiglie vuote era lì a testimoniarlo.
«Avevi programmi?»
«Bermi un whisky.»
«E poi?»
«Berne un altro.»
L. era sparito dopo essersene andato a convivere con una stronza psicopatica – gran tette, culo sodo, una luce sinistra negli occhi e la solita tendenza a far terra bruciata di amicizie intorno alla sua preda. L’aveva incastrato. Ogni volta che lo incontravo, dimostrava dieci anni in più della volta precedente. E poi era diventato abbastanza noioso. Il suo vocabolario si era infarcito di parole che per me non avevano alcun significato: «lavoro», «prospettive», «vacanze», «arredamento».
«Invece tu?», mi chiedeva, quando mi incrociava al bar.
«Io cosa?»
«Come va?»
«Sto bevendo.»
«Intendo… lavori?»
«No.»
«Sei in cerca?»
«No.»
«E che hai intenzione di fare?»
«Sto bevendo.»
E se ne andava perplesso, vecchio di altri dieci anni. Una volta mica era così. Certe donne hanno la tendenza a strapparti via le palle, mettersele in borsetta e dartele in prestito quando servono a loro.
Adesso, però , L. sembrava diverso, sembrava tornato ai bei tempi. Mi versai un altro scotch, feci un gesto verso di lui con la bottiglia.
«No, grazie, sto a posto così.»
«Non penso possa ucciderti ormai.»
«No, davvero, sto a posto così.»
Accesi una sigaretta, presi una sorsata e tornai a guardare fisso davanti a me. La cucina faceva schifo, come la vita, la morte, i tulipani. Le piastrelle erano unte, puzzavano di olio e nicotina e abbandono. Se mai un giorno mi fossi trovato ad un colloquio di lavoro dalla parte giusta della scrivania, a selezionare, interrogare, decidere, giudicare, avrei detto soltanto: ok, ragazzo, fammi vedere la tua cucina. Sono lo specchio dell’anima, le cucine. Ma visto che ero abituato al lato del torto, e dalla parte giusta della scrivania non mi ci trovavo (non mi ci ero mai trovato, non mi ci sarei mai trovato), tanto valeva versarsi un altro JW in quella cucina lercia di disperazione, ascoltando il sangue che ticchettava sui vetri della finestra, le ragnatele di sangue che si estendevano, geometriche, perfette, per poi crollare, sfaldarsi sotto il nostro peso, il peso di noi mosconi intrappolati mentre tutti urlavano, tutti erano pazzi e urlavano.
L. andò avanti a raccontare. Accesi un’altra sigaretta e ascoltai.
«….E insomma mi lascia. Mi manda a cagare, torna dai suoi, ed io lì disperato a rompermi il culo, inizio a fare il doppio lavoro, rinuncio a dormire, perché adesso affitto e cazzi vari dovevo sobbarcarmeli io, da solo, che mica potevo prendermi un paio di coinquilini, mica avevo vent’anni, cazzo, e l’ultima cosa che mi serviva erano studenti che tornavano ubriachi la notte e iniziavano a cucinarsi gli spaghetti.»
«Li odio, quei piccoli bastardi.»
«Però da una parte faticare così aiutava, eh… Almeno ero troppo impegnato a pensare al lavoro e ai conti da pagare per affliggermi per lei…»
«Ehi, posso dirtelo senza che ti offendi?»
«Vai.»
«Quella tizia è una maledetta figlia di puttana psicotica.»
«Lo so, ma era la mia maledetta figlia di puttana psicotica, capisci?»
«Sì. Purtroppo sì.»
«Quand’è così è un casino.»
«Guarda, dammi retta… uno non dovrebbe mai scoparsi una sopra i 30. O meglio, può scoparsela, ma poi chiude lì. Portano solo guai.»
«Anche la ragazzine portano guai.»
«Sì ma portano guai alla Elmore Leonard, non alla Pedro Almodovar. Sicuro non bevi?»
«No, vai tu.»
Andai io.
«Insomma, dopo due mesi così, mi chiama, si scusa, dice che vuole tornare. Ok. E torna. Parliamo, discutiamo, ci mettiamo a piangere, scopiamo, e avanti così, tutta la notte. Sai com’è, no?»
«Sì. Purtroppo sì.»
«Dopo un po’ andava tutto bene, non mi stavo più spaccando il culo a quel modo e lei aveva parlato con lo zio che gestiva non so che cazzo di agenzia, e magari riusciva a farmi avere un posto di guardia giurata, dice pagato bene.»
«Uhm.»
«Sì, lo so che odi le guardie.»
«No, non odio le guardie, non ho niente contro le guardie. Però, se non fosse per gente come loro, potrei farmi qualche banca e vivere sereno.»
«Vabè, ad ogni modo, lei aveva ripreso possesso della casa, ed una sera tornai e mi disse “c’è un nuovo arrivo”. Io: “eh?”. Lei: “è in arrivo un cucciolo”.»
«Ecco, quelli sì che li odio, quei ruffiani, bastardi, mangiamerda, analfabeti.»
«Idem. Infatti mi incazzo di brutto, inizio a dirle: “oltre a cagare e impelare costano un sacco di soldi e bisogna stargli dietro, che cazzo ti dice il cervello?”. E lei: “sto parlando di nostro figlio, coglione!”»
«Sicuro sicuro non vuoi un altro whisky?» gli chiesi, versandomi un bel bicchiere. L. scosse la testa.
«Ero padre. Sai come ci si sente?»
«No.»
E non me ne fregava davvero un cazzo, di saperlo. C’erano parecchie cose che non andavano, nel mondo, e la peggiore, per me, ero io. Pensa a moltiplicarmi. Pensa un altro coglione con il mio nome ed il mio sangue. Per me tutto, tutto quello che mi circondava, non era nulla di più che una sitcom. La gente, tipo L., entrava dalla porta, scattavano risate preregistrate, applausi preregistrati, poi la sigla.
«Qual è il tuo incubo peggiore?»
«Tutto come adesso, ma senza scotch.»
Una sitcom di mostri. Una sitcom dell’orrore. Il sangue fuori. Le piastrelle unte. Le urla.
«…E vabè, le cose erano andate a puttane. Quel posto di guardia giurata era sfumato, lei era incinta e non trovava lavoro, i suoi ci passavano qualcosina, ma poca roba, e mia madre… beh, a lei poraccia al massimo avrei dovuto passare qualcosa io.»
«E via coi debiti.»
«Già. A te come va con quelli del recupero?»
«Abbaiano ma non mordono. Per ora.»
«Però sai come si paga un debito.»
«Sì. Facendone un altro.»
«’Fanculo, versamene uno dai. Tanto dubito dovrò guidare.»
«Adesso ragioni, cazzo.»
Restammo per un po’ zitti a sorseggiare il nostro JW, con il sangue grumoso che si arrampicava sui vetri, ascoltando le grida giù in strada, urla strazianti, disarticolate, senza senso, corde vocali che si laceravano, ugole che esplodevano in altro sangue grumoso.
«Ma perché urlano tutti?», mi chiese L. dopo un po’.
«Beh,» risposi, «è un quartiere dormitorio.»
«E allora?»
«Allora qui non c’è un cazzo. Negozi, locali, nulla. Non c’è un cazzo da fare e la gente allora urla.»
«E non fanno altro?»
«Beh, ogni tanto si ammazzano. Sono palazzoni, qui, ogni tanto ti affacci e ti passa davanti qualcuno che s’è buttato giù.»
«E poi?»
«Fischiano.»
«Fischiano.»
«Sì. Ascolta.»
Tendemmo l’orecchio.
«Vero, c’è qualcuno che sta fischiando.»
Annuii.
«E tu perché non lo fai?», chiese L.
«Cosa?»
«Perché non fischi?»
«Non so fischiare.»
«Perché non urli?»
«Perché io bevo.»
«Ma non diventi matto a vivere così?»
«Sì.»
«Dovresti provare. Esercitarti, non so.»
«Ci ho provato, ci ho provato, ci ho provato un mucchio di volte. Non mi viene, è inutile.»
L. si alzò ed andò ad aprire la finestra. Il rumore fece irruzione in cucina, più stridulo, più straziante. Qualcuno sembrava ragliare. La pioggia era diventata una tempesta, quasi. Qui con il sangue impazziscono di più. Sembrano squali. Diventano più feroci.
L. si affacciò alla finestra e lanciò un fischio, un fischio acuto e prolungato. Poi rimise dentro la testa, gocciolando sangue ovunque.
«Sì, cazzo. È geniale. Ci si sente meglio.»
«Prova ad urlare.»
L. rimise fuori la testa. Aspirò. Ne uscì un suono fioco. Un rantolo.
«Non, ci riesco, cazzo. Vuoi provare tu?»
«No. Vuoi un altro goccio?»
«No.»
«Ok. Tu fischia, io bevo.»
«Ok.»
L. riprese a fischiare, sempre più forte. Il JW era agli sgoccioli. La pioggia era così violenta che mezza cucina si era infradiciata. Sembrava un mattatoio. L’aria puzzava di carogna. La puzza del sangue. Abbiamo pisciatoi per vene, cessi per arterie.
L. si ritrasse, imbrattato come un maiale sgozzato, chiuse la finestra e tornò a sedersi.
«Cristo, è favoloso, perché cazzo nessuno ci ha mai pensato prima?»
«Avranno avuto altro per la testa. Il lavoro, sai. Le rate del televisore. Le ragazzine in webcam.»
«Posso trasferirmi qui?»
«No.»
«Perché?»
«Sarebbe troppo per me. Cerca di capirmi.»
«Ok. Però allora è meglio che inizio ad andare. Sta per farsi giorno.»
«Come da manuale, eh?»
«Come da manuale, sì.»
Brindammo a nulla in particolare e lo accompagnai alla porta.
«Posso tornare a trovarti?»
«Quando vuoi, amico mio. Passa pure attraverso la porta. Ma se mi becchi a scopare sparisci, eh.»
«Grazie.»
«Mi spiace che sia finita così, L.»
L. sorrise. Un sorriso triste.
«Se riesci a partire, fai buon viaggio.»
«Partire per dove?»
Ci abbracciammo e se ne andò. Tornai in cucina, c’era ancora il giornale della settimana scorsa, già ingiallito, con il trafiletto su L., nella cronaca di Roma. L’avevano trovato seduto in auto, un tubo bloccato dal vetro del finestrino e l’abitacolo saturo di monossido di carbonio. Quello che il giornalista non aveva scritto, quello che non poteva sapere, era che L. non aveva ancora finito di pagare quell’auto.
Mi versai l’ultimo bicchiere, lo scolai d’un fiato, m’infilai la giacca, presi le chiavi, e scesi in strada ad urlare.

[Nota 2: per chi non l'avesse capito, questo breve racconto parla di Equitalia.]

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Maxillo-facciale è il reparto migliore. Io di ospedali me ne intendo, li ho girati tutti e conosco ogni angolo (lo sapevi che esiste medicina nucleare? È infossata al piano -2 e certa gente non può avvicinare bambini e donne incinte perché è radioattiva) e ti dico: non credere a chi racconta che il migliore è ortopedia. Certo, a ortopedia trovi tanta brava gente, ma anche parecchi seccatori, tipo le vecchie con l’anca fratturata.
Maxillo-facciale è unico perché a maxillo-facciale l’80% della gente ci è finita per una rissa. A maxillo-facciale ci va chi perde.
È il reparto menati. Il reparto sconfitti.
Ed è lì che ho conosciuto il Puma.
Per lui, avrei poi scoperto, il reparto perdenti non era niente di più che una galera a cinque stelle.

«Questo è un puma, perché me chiamano Er Puma.»
(Giuro)
Mi mostra il bicipite rinsecchito da vent’anni di eroina. Sul bicipite, una macchia incomprensibile di inchiostro verde. Annuisco.
«Gajardo.»
Passiamo in rassegna gli altri tatuaggi – animali di ogni sorta, coltelli, donne orribili, scritte senza senso, tribali fatti a caso che sembrano loghi di band metal. Annuisco.
«Questo,» indica uno sbuffo sul ginocchio, «lo finisco quando torno dentro.»
Gli sto per chiedere perché si è tatuato un Nokia quando aggiunge: «È un gladiatore.»
Annuisco.
«Gajardo.»

Er Puma era pazzo.
Non so se fosse per la droga, il carcere, la miseria, la violenza, e tutta la merda della vita, che gli si era fottuto il cervello, o tutta la merda della vita se l’era tirata addosso proprio perché il suo cervello era fottuto in partenza, era difettoso. Uno prova sempre a tenersi a galla. Nuotare no, mai – quello è per i vincenti, quelli che al reparto menati ti ci spediscono a calci. Ma il Puma sembrava ansioso di affogare. Era pazzo di una pazzia malata.
(A quei tempi ero giovane, e non capivo, anche se come al solito credevo di capire tutto. Me ne restavo a galla abbastanza agilmente, troppo stupido per realizzare che se non avessi fatto qualche bracciata, quell’oceano sconfinato si sarebbe presto trasformato in sabbie mobili.)

Er Puma era pazzo, malato, inadeguato.
Tutti i miei amici ora sono pazzi, ma è una pazzia sana, la loro. La mia pazzia, mi rendo conto, non è sana per un cazzo, è una pazzia fastidiosa e sbagliata che crea soltanto un mucchio di problemi a tutti. Ma niente in confronto al Puma.
Er Puma aveva un vocabolario certamente più limitato del mio, che non includeva la parola «speranza». Io avrei potuto utilizzare quel termine in frasi come «non esiste speranza» e cose del genere, ma il Puma zero, non sapeva proprio che cazzo significasse.
Io gli stavo spiegando che ne avevo prese un sacco, non sapevo nemmeno da chi, ero troppo sbronzo (il referto del pronto soccorso: «alito vinoso»). Ma era tutto ok, mi sarei comunque dovuto operare al setto nasale, prima o poi (meno di un anno dopo era tutto fratturato di nuovo, e peggio di prima). Il Puma invece aveva la mascella messa parecchio male.
«Du’ rumeni a Piramide, appena esco da qua li ribecco.»
E già mi figuravo la scena. Il problema è che non capivo.
Alzai lo sguardo al cielo (faceva schifo, quel cielo, il cielo era una merda) e pensai a Blondi.

Per il Puma, maxillo-facciale era un carcere di lusso. Stava benissimo lì, avrebbero potuto tenerselo in eterno, salvo finire con un buco di bilancio per tutto il Tavor che consumava. Il fatto è che lui era ansioso di tornare dentro. In carcere aveva trovato la sua dimensione. («T’organizzi,» mi disse una volta, «uno cucina, uno pulisce, c’hai la celletta, giochi a carte, er tempo passa»).
Io intuivo, ma non capivo. Non capisco nemmeno adesso, a dire la verità. Ma il Puma stava meglio dentro che fuori. E forse aveva vagamente senso. In galera ci sbattono chi decidono che non sa, non può, non vuole vivere come le persone civili. E se uno non sa, non può, non vuole vivere come le persone civili, magari capita che si trova meglio in galera. In mezzo ai pazzi.
Tanto poi ti aprono la cella e vai spedito verso la libertà: lavoro, debiti, tasse, ordini dal capo, ordini da tua moglie, ordini dal giudice, ordini da tutti.
Eccola la libertà.

Lui in carcere sapeva vivere, fuori non sapeva fare un cazzo. Era un reietto, con quel fisico da tossico, dimostrava trent’anni più di quelli che aveva, e poi tutti quei tatuaggi di merda, la faccia da psicopatico, la mascella tutta storta, la voce che era un rantolo, la scimmia fissa sulla schiena, il tipo che se lo incroci cambi strada. Che possibilità aveva, fuori?
Riuscivo a intuirlo, sì, ma era veramente troppo per me.
Quel tizio era un fottuto romanzo di Bunker.

Al reparto perdenti, salvo un paio di incidenti in scooter, eravamo tutti lì per calci, pugni, testate, cascate, bottigliate. Ci avevano fatto il culo. C’era chi alzava le spalle e chi meditava vendetta. C’era chi se l’era sicuramente meritata (io, il Puma), chi ancora non aveva capito bene che cazzo fosse successo, chi era soltanto una vittima, un inerme assalito da vigliacchi, e chi aveva avuto un incidente di percorso nella sua strada di risse del sabato sera. Che sì, puoi essere chi vuoi, ma tanto uno che ti rompe il culo prima o poi lo trovi sempre.
Lì al reparto menati c’era un terrazzino e ci ciondolavamo fissi a fumare e bere (sì, si beveva) e si stabilì presto una sorta di cameratismo tra tutti, specie tra me e il Puma. Finché avevamo vino e lorazepam, andava tutto bene, e potevamo restarcene a dire stronzate in attesa che il chirurgo ci rattoppasse la faccia, la testa, e magari la vita.
Io pensavo sempre a Blondi, specie la sera. Mi chiedevo che fine avesse fatto. Libri, articoli, documentari, nessuna notizia. Blondi che gioca. Blondi che corre. Blondi felice. Ma poi? Come era morta? E quando? E dove?
Ci pensavo di continuo, quando il cervello iniziava ad annebbiarsi. Me ne restavo lì ad ascoltare i racconti del Puma. La sensazione sgradevole, era che a noi due ci avrebbero riparati, ma non ci avrebbero mai aggiustati del tutto.
Per quello servivano un buon neurologo, un prete onesto ed un programma in 12 passi.

Lì da noi sconfitti le operazioni si susseguivano. La gente tornava con il naso ingessato ed i tamponi nelle narici.
«M’avevano operato ‘na volta ma da piccolo,» diceva uno, «ma non capivo, cioè, mo’ la fattanza me la sto a godè tutta.»
E si afflosciavano, si godevano i postumi di anestesia totale.
Qualche amico riusciva sempre a portarci una bottiglia di vino di straforo (mi portarono anche un coltello a farfalla, senza motivo – ma era bello essere armati), ed in genere ce la dividevamo io e il Puma. Una volta avevamo preso ed eravamo usciti direttamente. Avevamo comprato una bottiglia al bar davanti all’ospedale, pazzi e con la faccia spaccata. Il Puma provava a schiaffarsi in corpo qualsiasi cosa fosse disponibile, aveva un’eterna astinenza psicologica alla roba. Si sarebbe sniffato solventi, se li avessero lasciati in giro. Se ci fosse stato dell’etere sarebbe morto.
Di notte non dormiva, allora si alzava, spettrale, mostruoso, pazzo, ed andava a rompere il cazzo alle infermiere del turno di notte. Gocce, pasticche, qualsiasi cosa. Alla fine iniziarono a dargli shot di lorazepam. Nel bicchierino di plastica da caffè.
Che con un pessimo rosso, è la morte sua.

Ogni tanto il Puma mi passava un po’ di Tavor, tanto per. Adesso capisco: la nostra complicità (le chiacchierate che dopo qualche bicchiere si facevano insensatamente filosofiche, rimediare medicine, nascondere alcolici, spalleggiarsi pur senza una minaccia di sorta all’orizzonte) a me sembravano scherzi da liceo, il liceo appena trascorso (la canna o la palpata in bagno, la bottiglia nello zaino) mentre per lui era ricreare quel reticolo di sotterfugi e scorciatoie che scandisce la vita in cella.
Qui aveva una branda più comoda e non doveva guardarsi le spalle da nessuno.

Di notte, a letto, imbottito di vino e Tavor, pensavo a Blondi.
Pensavo che se qualcuno (io) avesse avuto il cuore di versare una lacrima per Blondi, avrebbe riscattato il male che impregna la terra. Ci sarebbe stata una catarsi, una redenzione, l’inizio di qualcosa, una nuova era, ci saremmo riconciliati, avremmo perdonato, avremmo diviso ogni dolore fino a farlo sparire, avremmo avuto una speranza, le cose si sarebbero sistemate, il cielo, nero, si sarebbe illuminato di fuochi d’artificio, e negli scoppi di colore la voce di qualcuno, qualcuno di cui fidarci, ci avrebbe detto che era passata, che ce l’avevamo fatta, che da ora tutto sarebbe andato liscio, sarebbe stato bello, ne sarebbe valsa la pena, e noi gli avremmo creduto, gli avremmo creduto perché diceva la verità.
Non fu così. Non avvenne.

Er Puma aveva evidentemente esaurito il suo repertorio.
I suoi aneddoti prendevano una piega costantemente più delirante (il fratello nel Sismi, il suo M-16, un mandato di cattura internazionale, una guerriglia in Francia, le auto della polis che aveva incendiato). Ai deliri mischiava consigli. Mi insegnò come costruire una macchinetta per tatuaggi usando il motorino di un walkman e l’inchiostro delle Bic (non lo feci mai). Mi insegnò come far esplodere un’automobile all’accensione senza utilizzare esplosivi (idem).
«Le Fiat,» mi diceva, «si aprono tutte con la stessa chiave.»
Mi diceva: «Se spari a qualcuno, usa una busta, una busta della spesa, spari attraverso quella, così non trovano er bossolo, capito?»
Mi insegnò a modificare le scacciacani.

Al reparto sconfitti, venne il tempo dei saluti.
«Oh, quando uscimo viemme a trovà, eh! Chiedi der Puma, me conoscono tutti!»
«Daje, se bevemo ‘na cosa per bene!»

Ovviamente non lo cercai mai, avevamo corsie separate sulla via del fallimento, e lui correva decisamente più di me. Ma a volte mi torna in mente. E mi torna in mente Blondi, e so che è tutto perduto.
Er Puma probabilmente sarà morto, a quest’ora. O almeno così mi auguro, per lui e per tutti, perché certa gente non dovrebbe proprio nascere, non dovrebbe esistere, siamo solo errori, incidenti di percorso sulla strada delle risse del sabato sera di Dio, ma so che presto o tardi il Puma lo rivedrò, nel paradiso degli psicopatici, nel Valhalla dei deficienti, e ci berremo una cosa per bene.

Il cielo fa ancora schifo, è ancora una merda, ma poi guardi oltre l’azzurro e pensi al nero, allo spazio, senza suoni, senza luce, senza gravità.
Fluttuare. Una distesa di nero infinito, l’utero del sistema solare.
Galleggiare nel vuoto. Il nulla assoluto. La morte.

© 2012, TVB. All rights reserved.

8 Marzo.

marzo 8th, 2012

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Mi taglio i baffi come Hitler e vado al bar a Innsmouth perché non so più cosa inventarmi e non mi vengono idee folgoranti tipo salire sui tralicci e poi sono vecchio e stanco e soffro (anche) di vertigini ed il cuore mi ballerebbe un ultimo tango a Sassuolo come a Ducio Lalla.
Questo mi spinge a tre riflessioni di una certa rilevanza.
La prima è sull’espressione «stroncato da un infarto». Non sei morto, o deceduto. Non ti sei spento, non sei spirato. Sei stato stroncato. Come dire che ti ha annientato un ictus o ti ha rotto il culo un’ischemia. Mi spiace signora, ma suo marito se l’è sgobbato il cancro.
La seconda è sul potere della Morte, il Tristo Mietitore,
Oh: no, fa il Diavolo, che sta lì al bar con me. Basta ‘sti retaggi yankee, che è er Grim Reaper?
Eh?
Chiamala Comare Secca.
Ok.
Dì sì.
Sì.
Uhm.
La seconda è sul potere della Morte, la Comare Secca de strada Giulia, un potere tale da spingere la gente a sostenere che Ducio Lalla scrivesse canzoni grandiose, tipo Attenti al Lupo.
La terza, che apparentemente non c’entra un cazzo, è che Burzum è vivo e conduce “Gli Intoccabili”su La7. Davvero.
Ma ora basta, perché sto bevendo col Diavolo e la tv del bar manda uno spot di Act!ionAid che dice, pare, che se sei molto povero con 2 € puoi mangiarti un bambino negro. Noi però con 2 € ci prendiamo la Peroni perché siamo stupidi come la Famiglia Bocchicchio: onore e crudeltà. Tanto per fare un’altra citazione che comprenderete, parzialmente, soltanto dopo una ricerca su Google.
Basta. A Roma c’è la Peste Nera. Questa è la recensione della morte.

A questo punto ti aspettavi che mi scopassi mia figlia, ma non faccio il macellaio.
E qualcosa mi dice che è fottutamente sgrammaticato.

Ritiro la posta, scarto il telegramma del recupero crediti (infami) e la lettera di Ricardo Lopez che evito di aprire. Don Pazuzu mi telefona da Los Angeles, fatto e abbronzato, e mi dice che gli dispiace. Gli dispiace di non essere qui, in cucina, con me. Mi chiede come va.
Bevo cose, vedo il Diavolo, gli spiego. C’è il Diavolo qui, gli spiego. Parlo con il Diavolo, di notte, come Ivan Karamàzov. A volte guardo Gli indovinelli di Ranocchietta e piango, gli spiego. Ho provato a piangere in bagno ma non è la stessa cosa, gli spiego. Ho chiamato la mia ragazza per renderla partecipe della cosa.
Che cazzo stai dicendo, Dave?, mi ha chiesto.
Sto parlando di vampiri, tesoro. Di lupi mannari.
Sì, ma non ha alcun senso.
Poi c’è stata una lite, gli spiego. Ha detto che stare con me è come stare con Parolisi: appena la perdo di vista corro a chattare con i trans.
Don Pazuzu grugnisce. Io nitrisco. Lui frinisce. Io muggisco. Andiamo avanti così per un po’.
Che poi ho chiuso col porno, riprendo. Una volta mettevano banner tipo trova una ragazza bellissima nella tua zona, adesso ti insultano. Ancora a farti le seghe? Scopati una ragazza in carne e ossa! Stronzo! E poi vabè, il solito errore del traduttore automatico con horny.
Il Don mi chiede se ho ancora la pancia da birra.
No, rispondo. È da Perrier.
Poi attacco, perché voglio trasformare la mia vita in un monologo, visto che di quello che dici non me ne frega mai un cazzo.

Mi dispero senza motivo, fracasso le sedie, scaglio i bicchieri contro il muro, il Diavolo mi guarda, il Diavolo è ovunque.
C’è questo documentario interessante sulla svastica su Swastika Channel, gli dico.
No.
Cosa?
Stai guardando Gli indovinelli di Ranocchietta su RaiSat Yoyo.
Ah. Ma quella non è una svastica?
No, è Ranocchietta.
Ah. E quella lì?
È sempre Ranocchietta.
Ah.
Spengo la tv, mi verso da bere e torno a parlare con Raymond Carver via tavoletta Ouija, che è tipo Skype dei defunti.
Raymond è inquieto, infatti guarda che iniziano a creparsi i vetri della finestra. ‘Sta cosa dei poltergeist sfina e non va mai fuori moda. Dice che l’Inferno è sostanzialmente rilassante. Dice bevemose una sciocchezza. Un prosecchino. Un gingerino. Un Campari e Zoloft.
Il tappo di Peroni corre lungo la tavoletta Ouija e Raymond è verboso e aggressivo come tutti gli ubriachi ma si lancia nell’esegesi del piangere in cucina come richiestogli con i poteri medianici di Dick Drago. Mi spiega che devo chiamare mia moglie. Dobbiamo versarci un whiskey e poi dire «forse bevi troppo» e «anche tu» e «Brisk!» e poi restare in silenzio. Guardare il frigorifero. Ascoltare il ronzio del frigorifero. Concentrarci sul frigorifero. Su un dettaglio. C’è una calamita sul frigo? Ho il presagio in allarme.
C’è Ranocchietta, sul frigorifero, dico.
No, è una svastica, dice Raymond.
Ah.
Poi ti versi ancora da bere, dice Raymond, e fissando Ranocchietta ti rendi conto che non si torna indietro, che gli anni persi non si riacquistano, che prima c’era qualcosa, qualcosa di bello, grandi speranze, ma adesso quel qualcosa è morto, è andato per sempre, e non lo riavrai mai più. E le lacrime iniziano a solcarti lentamente il viso.

Poi ancora whiskey, silenzio, lacrime, frigorifero.
Si va avanti così, dice Raymond, finché non finisce la bottiglia. Poi guardi fuori dalla finestra ed il tuo praticello da casa di provincia con doppia ipoteca è ingiallito.
Lancio un’occhiata ai vetri crepati ma fuori c’è solo la vicina coatta che urla alla luna.
Sì è vero, rovina tutto, dice Raymond.
No, anzi, rispondo, l’affogherei in una vasca di piscio e poi le sparerei in testa, che dovrebbe essere una sorta di espressione di sessualità dirompente.
E ricomincio a piangere piano.
Perché se lo facciamo io e Raymond è way of life e invece se lo fa Almodovar è solo un rotto in culo?
Dice Raymond che il paradiso è sostanzialmente inquietante. Gli chiedo se posso chiamarlo semplicemente Ray e dice che è ok ma se lo fa Almodovar è solo un rotto in culo.
Poi mi spieghi pure come si scrivono quelle cose che la gente senza mani ti fa le foto mentre tiri i sassi dal tetto, dico.
Poi me ne vado via, col Diavolo.

Guardiamo Le voyage dan la Lune e sono tutti morti. Regista, attori, produttori, musicisti, chiunque abbia partecipato. È un film di fantasmi. Il razzo spaziale è morto. Il fumo delle ciminiere è morto. Le ballerine, morte. Il Re dei Seleniti è morto. Anche la luna è morta, e le stelle, bruciate, ed il cielo di cartapesta si è ingiallito e consunto e dissolto e morto.
Rimango a bere col Diavolo guardando gli spettri danzare nel monitor.
È l’estate del 1982.

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Contare i negri. Parlare con i morti. Piangere in cucina. Bere Peroni.
Parlare con i negri. Contare i morti. Bere in cucina. Piangere Peroni.
Bere con i negri. Contare Peroni. Piangere con i morti. Parlare in cucina.
Piangere con i negri. Parlare con le Peroni. Contare in cucina. Bere con i morti.

Le mie gioie furono semplici, semplici così, che se io dovessi confessarle a te, ti ritroveresti a digitare “hoofjob” nel form di ricerca di YouZoo, mentre i muri di casa mia si crepano e si gonfiano e pulsano e dalle ragnatele d’intonaco inizia a scorrere sangue, sempre più veloce, fino a schizzare, in un Technicolor da 1984 con SFX targati Industrial Light & Magic con i mezzi e le competenze del 1984, e tutto questo per dire, con una semplice frase di 125 parole, che non ho guardato Sanremo, ma mi sono scolato un paio di cartoni di Castellino davanti a programmi pomeridiani da sguattera facendomene un’idea, e ne sono rimasto turbato. Ho così scoperto tutti i segreti di questo Festival nefando, e che le indagini sulle tracce di DNA lasciate dall’assassino di Yara Gambirasio stanno dimostrando che nel bergamasco l’incesto è qualcosa in più di un semplice hobby.

Che tanto lo so che venite qui perché odiate la vostra vita e volete consolarvi con la mia, quindi vi accontento con Sanremo, così un giorno diventerò trendy anche senza piacere a nessuno. Come i Sunn O))).

Tralasciando Belen Rodriguez e le altre mignotte, ho analizzato nel dettaglio i principali attori di questo caberet infernale, ed il risultato è stato scoraggiante come i miei dialoghi con Licia Colò («Ciao koala!» «Si chiama Burzum.» «Ciao Burzum!»).

Emma Marrone fa pensare alla merda. Non so per associazione cromatica, legami con Gianni Morandi o semplice giudizio artistico. Probabilmente un po’ di tutto questo. Certamente ha bisogno di un corso di dizione, perché quando parla sembra Michele Misseri con le palle schiacciate da un gruppo di vendicatori analfabeti fan di Emma Marrone. È uscita fuori da Amici.

Arisa è soltanto uno dei Fratelli Marx che (forse) ha cambiato sesso. Non fa mistero della sua appartenenza al Piccolo Popolo, ossia quello con cui gli irlandesi ubriachi identificano i Fratelli Marx. Er Califfo ha affermato che se la scoperebbe. Con mezza bottiglia di Jameson probabilmente me la scoperei anch’io. Mentendole sul fatto che c’è il tappo.
È uscita fuori dal nulla.

Noemi non so chi sia, ma je lo appizzerebbi in amicizia. È uscita fuori da X Factor.

Gianni Morandi mangia la merda.

Rocco Papaleo è la dimostrazione vivente che la Convenzione di Ginevra, il tribunale internazionale dell’Aja e la Dichiarazione Universale dei Diritti umani sono soltanto fumo negli occhi per confondere i popoli d’Europa. Rocco Papaleo è una spiacevole evenienza non compresa nel diritto romano, né nel DMS-IV. Riesce a sfuggire tanto alla scienza che alla religione. Alla politica come al costume. Alla cultura come alla parapsicologia.
La mia teoria è che rappresenti l’immanenza del Male nell’uomo, ma non mi aspetto di aver ragione.

Adriano Celentano è come gli obesi dei programmi di Real Time sugli obesi. Da un lato ti chiedi come faccia ad essere ancora vivo, dall’altro biasimi la sua mistress crudista perché ne prolunga l’agonia.

Adriano Celentano ha sconvolto l’Italia, paese macchiettisticamente cattolico, parlando del paradiso. Io che sono due anni che vi parlo dell’inferno, ci sono rimasto un po’ male. E intanto questo logoro vegliardo faceva il moonwalk e ghignava e vomitava assurde banalità e tutto questo mi ha spinto ad una riflessione puramente aritmetica su chi può fare cosa. I vecchi, ad esempio, non dovrebbero fare un cazzo.

Una delle poche cose che ho scritto che non fosse una stronzata intollerabile è che la gerontocrazia è roba da società agricole. L’aver visto più primavere. Le conoscenze erano puramente empiriche e ci si regolava di volta in volta per valutare le invasioni di cavallette. E comunque non si viveva così vergognosamente a lungo come oggi.

La teoria è quindi che devi morì.
Ma anche se non muori, dovresti andare in pensione a 40 anni. Ti levi dal cazzo e fai spazio. Non stai lì a 74 anni col culo graffettato alla poltrona. Che poi se un vecchio che scopa fa universalmente schifo a tutti, non vedo perché non dovrebbe far schifo vederlo fare il resto. Poi magari è solo che siete bigotti in fatto di sesso. Io, sicuramente, sono bigotto in fatto di anziani. ‘Sti vecchierelli canuti che si dimenano ad oltranza soltanto perché con i soldi guadagnati al posto della gioventù d’Europa hanno acquistato un qualche formidabile pannolone hi-tec dovrebbero avere il buon gusto di farci largo ed accogliere l’estrema unzione.

Invece siamo governati da vecchi. Ogni aspetto della nostra vita segue una gerarchia di dominio che fa immancabilmente capo ad un anziano. Contro ogni legge del regno animale, gli infermi, i moribondi, spadroneggiano su chi è sano e forte. La profezia di Cristo si è avverata.
E noi odiamo Cristo.

Ma la volontà di potenza dell’Italia è pari alla mia quando mi infilo nel letto di Arisa dopo mezzo litro di Jameson. Farfuglio qualcosa sulla sua guerra lampo e inizio a russare. Ma almeno io vengo mandato affanculo ed abbandonato ai miei deliri, questi vecchiacci invece prosperano, ed in un modo tutto loro che ben conoscete ma nessuno vuole seriamente ammettere.
Questi campano alla giornata.
È la weltanschauung del farsi i cazzi propri di volta in volta. Senza costruire nulla. Anzi, rovinando il rovinabile. Non ci lasciano le briciole, ci lasciano gli impicci. Si preoccupano del benessere immediato, tanto poi creperanno e resteremo noi a scontare le loro porcate.

Vecchiacci bastardi.
Se aveste avuto spina dorsale avremmo almeno potuto fottervi il midollo spinale per donarlo ai bambini poveri, che non sarebbero stati più tali rivendendolo al mercato nero. Io per i debiti la penso come Johnny Boy e sono contrario a saldarne anche mezzo, che sia personale o nazionale, ma se dovessi scucire mezzo euro per qualcosa lo farei espiantandovi i pochi organi ancora funzionanti e rivendendoli ai bambini ex-poveri che fanno da tramite con i grandi trafficanti dopo i solidi rapporti saldati con la compravendita di midollo spinale.
L’unica cosa che mi spaventa e disturba è sapere che tutti gli italiani sotto i 30 (bambini poveri in primis) a ‘sto giro la pensano come me. Tranne, vabè, i Giovani Democratici, che a dispetto del nome soffrono di una rara forma di progeria psichica e nascono già 40enni.

Allora scendo al bar col Diavolo (il Diavolo è amico mio, i mostri, i morti, le potenze infernali, tutti amici mia) per discutere questi provvedimenti contro gli anziani che i Giovani Democratici non esiterebbero a definire come “di ultradestra” e quando entriamo nel bar urlo un sinistro slogan in lingua tedesca per soddisfare i lettori di Svart Jugend e la barista non capisce allora ordino cortesemente le Peroni, pago e faccio un’altra cosa crucca a vostra discrezione, insieme a Satana.

Satana è come un cucciolo e gioca ad afferrarsi la coda mentre ho la tachicardia e vomito, ho le allucinazioni e butto giù una proposta di legge per escludere dalla vita del paese chi ha più di 40 anni, proposta che sarà bocciata per palese incostituzionalità, al che medito su una possibile rivolta e decido che per guadagnare qualche soldo scriverò un romanzo. Un romanzo pornografico, per compensare la frigidità sostanziale dell’opera di Lovecraft, e sbizzarrirmi con una vasta gamma di vocaboli per indicare i genitali.

Vi lascio con alcuni estratti, ciao.

Sfiorò con le labbra il suo crescinmano. Un’ondata di piacere lo pervase.
«Sì,» mormorò eccitato, «succhia mi’ fratello piccinino.»
Lei iniziò a lavorare con la lingua sulla punta del tortore.

Sentiva il suo torciorecchio dentro di lei.

«Voglio il tuo pennarolo» sussurrò maliziosa, sfiorandogli la radica. L’attaccapanni gli divenne subito duro.

Si sfilò gli slip, svelando la sorca.

Rimase incantata quando lui estrasse l’arma. Quel cavicchio le ricordava il salame ariano di Gordon Ramsey.

Lo strinse a sé e lo accolse con amore nella sua fregna.

666

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Educazione Siberiana.

febbraio 15th, 2012

Ero seduto su una panchina con le Peroni a Corso Trieste a contare i negri quando d’un tratto mi sono domandato se per caso stessi sprecando la mia vita. Poi ho riflettuto su ciò che fate voi – mangiare, lavorare, comprarvi le cazzate, spettegolare, empatizzare – e ho contato serenamente il quinto elemento, un tizio spregiudicato che ti rifilerebbe rose pure mentre marcisci al 41 bisl.
Ma no che non spreco la vita, e se fosse per me voi sareste tutti morti, a suonare la tromba nel paradiso delle mezze seghe, quello dei bambini, che quando muore un bambino (specie se down) tutti dicono che ora il cielo ha il suo angelo più bello, e mi chiedo molto semplicemente: questo primato dura quindi una mezza giornata scarsa, che poi ne arriva uno nuovo, o c’è una guerra selvaggia nei cieli per aggiudicarsi lo scettro di angelo più bello? E, considerando che l’angelo più bello era Lucifero, il bambino vincitore poi che fa, sfida Dio, viene dannato e diventa un soldato del PK666? Quindi tutti i più belli poi vanno all’Inferno? Cioè, i bambini down sono morti e lottano insieme a Pazuzu?

Ma contare i negri è una missione. E infatti me ne vado a Corso Trieste, mica a Termini, dove vinci facile. Me ne vado a Corso Trieste dove la gente c’ha i soldi e di negri ne vedi pochi. Ci sono giornate dove ne becchi una dozzina massimo. Ci sono giornate dove li vado a contare a Piazza Buenos Aires.

Questo il mio San Valentino. E lo so, lo so, tutti lì a dire che sfigato, San Valentino così, ma che cazzo, mica c’è più il proibizionismo. E mica faccio le stronzate che fate voi, tranne forse empatizzare. Con certi negri (quelli senza Nike) ci empatizzo, perché tutta la società civile ci disprezza ma noi sempre lì colle birre che ci riteniamo stoicamente migliori degli altri. L’unica differenza è che invece i  negri (quelli senza Nike) manco empatizzano – provano solo a vendermi le rose. Sempre avanti, loro.

Questo per dire che i negri senza Nike sono come i lupi in Valmarecchia, che quando vengono tonnellate di neve scendono nel tuo villaggio romagnolo di Loris Batacchi del cazzo e ti azzannano il culo affamati. E poi ti vendono le rose.
No come Alemanno, che è un gambero e non sa fare un cazzo.
(Se non credi che è un gambero, scarica qui la prova inconfutabile)

Alemanno ha quegli occhi, quegli occhi, Cristo, quei due puntini neri spaziati male, tipo 5 cm scarsi di distanza, niente cornea, niente iride, solo pupille luminescenti. Ed è un mistero, perché uno sguardo simile dovrebbe essere inespressivo e laconico come quello di un sindaco incapace che guarda la neve, invece no, è colpevole. Alemanno ha sempre l’aria del ragazzino 80s beccato al cesso con Le Ore.
Solo che il ragazzino in questione (tutti noi negli 80s) sapeva almeno farsi le seghe, Alemanno zero, non sa fare veramente un cazzo, tanto che un periodo lo subissai di CV per un posto di spinarose per ogni volta che veniva depredato dal quinto elemento di Corso Trieste.
Cioè, ti immagini che vivi in un’epoca in cui Whitney Houston non è morta d’overdose ed entri al cesso e trovi un gambero che si fa una sega con Le Ore? Ma poi come fa a farsi una sega, un gambero? Dove ce l’ha il cazzo? E, in caso, lo mangiamo, tipo nelle linguine? Ma soprattutto: perché si dovrebbe arrapare con gli umani? Cioè, ti immagini che in un’epoca in cui Whitney Houston è morta d’overdose (il Kali Yuga) entri in bagno e tuo figlio 80s si fa una sega guardando i gamberi che scopano con o senza il cazzo che hai mangiato nelle linguine? E poi perché questo surrogato della pornografia? Tanto dubito esistano leggi che tutelano i gamberi, dal punto di vista sessuale, quindi immagini entri in bagno e trovi Alemanno che si scopa Whitney Houston?
Te credo che poi lo voti e muori sepolto nella neve azzannato dai lupi che te vendono Le Ore a Corso Trieste.

La verità è che dietro l’ondata di maltempo (un vero colpo di scena, in febbraio, bisestile, A.D. 2012) c’è il Pazuzu Kommando 666. Avevamo tanti, troppi conti in sospeso, e ci serviva una soluzione brutal per saldarli tutti con un colpo solo, e fottere la viabilità per fregare quei bastardi infami del recupero crediti che continuiamo a dribblare con un certo stile e che se vogliono veramente vedere i miei soldi allora che aprissero un bar.

Innanzitutto volevamo vedere come se la cavava un gambero con la neve, visto che suddetto gambero è incapace di gestire un’acquazzone. Dopo un’assurda, prolungata discussione sui centimetri che ci ha ricatapultati tutti alle elementari (ossia al cesso con Le Ore) il risultato è sotto gli occhi di tutti: è morta Whitney Houston.
Un punto per noi.

Volevamo poi spiare dalla finestra una gradevole vicina, la Coatta Fregna Col Labrador. I labrador sono dei cani particolarmente idioti che nella neve si divertono a scavare tunnel e soffocarci e sapevamo che la  Coatta Fregna Col Labrador avrebbe ceduto alle insistenze del suo stupido animale portandolo a pascolare esattamente sotto la mia finestra per permettermi di fare rudi lazzi su di lei ascoltando Rust dei Darkthrone.
Due punti per noi.

C’era poi la necessità di dare uno scossone all’Occidente decaduto del Kali Yuga che utilizza i suoi mezzucci per mettere i bastoni tra le ruote allo Zar Putin che spicca mandati d’arresto internazionali mentre cavalca nudo nella neve, quindi era proprio dalla Siberia, luogo dove andreste tutti confinati a morire di stenti, che doveva arrivare il ceffone educativo. E infatti non v’ha retto, avete assaltato i supermarket come su Zombi e vi siete barricati a casa a frignare mentre il PK666, forte del momentaneo dominio siberiano, trotterellava allegro per la Città Eterna innevata a fare svastiche nella neve un po’ per invito un po’ per minaccia, tifando morte, disagio, apocalisse.
Tre punti per noi.

L’ultimo atto di questi fiocchi di tragedia era colpire al cuore i fuori sede tarantini a Bologna. Una volta erano i napoletani a dominare l’Italia sparpagliandosi a macchia d’olio in ogni dove, ma poi, complice forse la loro brutta abitudine di scaricare AK-47 dalla finestra a Capodanno, sono quasi spariti, lasciando il campo ai pugliesi, che sono, ad oggi, il 77% degli italiani. L’avanguardia del dominio della lobby pugliese, la prima linea, quelli di sfondamento, sono i fuori sede tarantini, che individuano le zone più deboli del nord (come, appunto, Bologna) per importare il fumo, la pizzica e l’odio per lo shampoo. Contavamo che una gelata potesse seccarli tutti, come le zanzare.
Nessun punto, sono sopravvissuti.

Complice poi l’ubriachezza molesta della cellula segreta del PK666, il controllo climatico è sfuggito di mano, colpendo zone che non c’entravano un cazzo, tipo le Marche, o il Molise (che nemmeno sapevamo esistesse, o almeno nessuno ci credeva veramente).
Per questo chiediamo scusa.

Ed ora che il sole è tornato a splendere, ci incamminiamo Peroni alla mano verso Piazza Thorvaldsen, con il fermo proposito di contare tutti i negri che transitano lì, mentre un’armata di piccoli angeli down maledetti da Dio vegliano su di noi, su Putin, ed un appartenente all’infraordine dei crostacei decapodi veglia su Roma, che infatti è una città senza speranza di gente ubriaca che conta i negri forte delle sue alleanze con l’inferno.

Vi basta come lezione?

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I – Tre uomini e una svastica.

Entro in cucina, mi tiro fuori il cazzo e inizio a piangere.
Pazuzu, il figlio di Hanbi, Generalissimo del Kommando (666) che reca pleonasticamente il suo nome, mi guarda ed inarca le ali.
Perché stai col cazzo di fuori?
Perché così l’incipit faceva ride. Mo’ lo rimetto dentro.
Beh pe’ fa ride fa ride.
C’è freddo. Nevica.
Fa ride pure a luglio.
Boh, non lo so. Non rido più. Mai. Manco da sbronzo. Manco se investono Alda D’Eusanio.
Manco quando hanno detto che Giorgio Bocca è sempre stato coerente?
No perché avevamo preparato il comunicato sarcastico e invece Napolitano c’ha fregati.
Vabè. Allora prepara tutto per la riunione segreta del PK666. Si vota ad alzata di mano ma poi decide il Diavolo.
Ok.
Siamo nel nostro periodo Repubblicano. Come Ted Bundy.
Ok.
Mi asciugo le lacrime, stappo un cartone di Castellino bianco, elegante come i profumi di primavera, perché la mia idea di stile è il vinaccio al laghetto di Spinaceto, però scritto in Bodoni. Poi prendo un foglio A4, ci appunto sopra RIUNIONE SEGRETA e lo butto per terra.

A seguire, i piani segreti del Pazuzu Kommando 666, che potete anche leggere che tanto siete bloccati a casa dal maltempo mentre Abbath si prende giuoco di voi a torso nudo e Alemanno strepita con i suoi occhietti neri senza iride da gambero, così vicini da sembrare un piercing al setto.

II – Buongiorno al latte ed al caffè, buongiorno a Pinochet.

Stupidi ciechi.
Il Festival di Sanremo è come il test dell’HIV: mentre nell’angoscia aspetti il risultato, ti chiedi che avrai mai fatto di così male per meritarti tutto ciò. Ogni anno. Da quando sei nato.
Ed ogni anno da quando sei nato la stessa gente, la stessa girandola di cazzate, le stesse canzoni assurde che ascoltiamo solo noi e gli spagnoli (…) e le stesse facce di cazzo, sempre loro. È una cosa tutta italiana: arte, spettacolo, politica, negli ultimi 30 anni sono cambiate unicamente le pettinature. La gente è sempre la stessa. Allora ogni volta creano ad hoc uno scandalino soft e fasullo per generare attenzione attorno ai soliti quattro vecchi che si pisciano addosso in una città di merda della Liguria che se mi apri in casinò in Liguria è palese che me stai a cojonà. E poi la gerontocrazia aveva un senso nelle società agricole, quindi, oggi come oggi, dovreste morire tutti.

Quindi il PK666 interviene con il ghost writing della chiacchieratissima ospitata di Adriano Celentano (che è uno stronzo) da Gianni Morandi (che se lo mangia) che vi proponiamo qui come antipasto:

(Mentre Morandi si ingegna a nascondere stronzi nel ramen, Celentano lo raggiunge a tavola portando una scodella di riso e Rocco Papaleo si fa una sega perché non sa fare altro)

Gianni, metti le dita così.
Va bene, Adriano.
Adesso dì: non posso mangiare il riso con le dita così.
Non posso mangiare il riso con le dita così.
Allora mangia la merda.

I più arguti di voi, candidati a pubblico dell’Ariston, avranno colto la citazione di Pasolini. Citazione simbolica, perché ci introduce chi imporremo (con le armi) sul palco di Sanremo.
L’assassino di Pier Paolo Pasolini.
Svastichella. Da piccolo. (Free Pelosi).

III – Feat. Gotto d’Oro @ Laurentino 38.

«Quanto c´hai? Dammi 20 euro, offrimi una birra»

«Ha il braccino corto e la fissa dei soldi»

«Fa a botte quanto beve, e beve tanto»

«Se la prende coi commercianti e sfascia i tavolini dei bar e i cassonetti»

«Amici del cuore non ne ha perché è uno che si fa gli affari suoi, e se gli sale la mosca al naso si fa rispettare»

Il «vandalo del quartiere» senza donne e senza figli, che ama solo la Lazio, le sbronze e la svastica.

(fonte il sempre attendibile la Repubblica)

Adesso avrete di che discutere a Porta a Porta, bastardi.

IV – Pasolini pederasta.

La Curva del Male è sempre stata gay friendly per congiunzioni astrali di Genet-Fassbinder-Friedkin-Gorgoroth-Mishima-Röhm-etc, nonché bear friendly per i vari remake pornogore di Jonathan degli Orsi, ma Pasolini era un fottuto pederasta viscido e complessato e stronzo e a noi ultras della Morte non ci frega mica, quel bastardo. Sì, lo so che a voi piace perché Salò o le 120 giornate di Sodoma è un film “estremo” e svetta in vhs griffata l’Unità nella vostra collezione di sconcerie Made in Italy tra Cannibal Holocaust e I pugni in tasca.
Ecco, no.
Pasolini era un mostro con la maschera di Massimo Ranieri che tastava il cazzo ai ragazzini all’idroscalo di Ostia per sopperire al fatto che i suoi unici interessi (Marx e Gesù) facevano cadere le palle a qualsiasi persona sana. E Pasolini era come Morandi (Giorgio): tutto quello che toccava, lo sporcava di merda.
La sua produzione letteraria nemmeno la considero, cioè, un frocio che piagne pe’ Gramsci, ma i film fanno tutti cagare, e se dite di no non sapete un cazzo di Pasolini, né del cazzo di Pasolini, o vi fate influenzare dai film su Pasolini, tipo quello con Lello Arena.
Ma tanto non ci credete.

V – Nitrisco (non ordisco).

Questi sono i principali film di Pasolini, recensiti con un breve nitrito di disgusto, che mica vi prendo per il culo, io.

Accattone (1961): amo voi ultimi così tanto che vi metto sotto Bach mentre scrivo il mio trattato di di entomologia sociale.

Mamma Roma (1962): non tentare, o proletario (oppure mignotta), di divenir borghese.

La Ricotta (1963): o perché di Orson Welles si salvano solo Quarto Potere e L’infernale Quinlan.

Comizi d’amore (1964): volevo soltanto dimostrarvi che il sesso è bello e gioioso chiedendo a dei bambini di stuzzicarmi il frenulo con l’ugola, ma i loro padri incivili e retrogradi hanno provato a linciarmi. Aldo Busi Walk With Us!

Il Vangelo secondo Matteo (1964): ma pensa te, Saviano colla parrucca muore per i miei peccati e io scrivo poesie in friulano.

Uccellacci e uccellini (1966): volevo soltanto inimicarmi ulteriormente la Curva del Male tirando in mezzo il loro arcinemico Totò.

Edipo Re (1967): non so che intendesse Sofocle, mamma, ma mi è venuto duro.

Teorema (1968): uno si scopa un’intera famiglia, poi una vecchia mangia le ortiche e vola.

Porcile (1968): uno scherzo ben riuscito. Ti sfido, signor critico, a guardarlo fino in fondo e poi scrivere che è un bel film.

Medea (1969): anche se ho letto i classici ne ho ricavato solo terre brulle e merda e sì, mamma, continui ad essere la numero uno.

Il Decameron (1971): le gioie del sesso sono il cazzo ed il culo di Ninetto Davoli, lo diceva anche Boccaccio.

I racconti di Canterbury (1972): le gioie del sesso sono il cazzo ed il culo di Ninetto Davoli, lo diceva anche Chaucer.

Il fiore delle Mille e una notte (1974): le gioie del sesso sono il cazzo ed il culo di Ninetto Davoli, lo diceva anche il sultano.

Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975): “a me piace qui perché mangio il merdo”.

VI – Vino in cartone per la Lega del Filo d’Oro.

Stupidi bambini ciechi.
Pasolini poteva prosperare solamente in Italia, un paese dove la cultura è monopolio di un’élite di incapaci sgomitanti, perfettamente rappresentati da quando accendi la tv alle 4 del mattino ed Enrico Ghezzi sta mandando in onda 20′ di inquadratura fissa di una sedia con la fotografia sgranata anni ’70, sebbene il film (?) sia del 2008, ma nel paese del regista del momento (l’Uzbekistan) è rimasto solo 1 km di pellicola del ’72 sottratta al regime destroide di colonnelli cattocomunisti col trip della tortura. È la profonda convinzione che se tratti un argomento noioso di cui a nessuno frega un cazzo sei un fior di intellettuale. Misto ai deliri di chi succhia il cazzo ai nani poveri rimorchiati con l’alfetta GT targata Lenin.
Noi, invece, stiamo con Svastichella.
E le nostre uniche dissertazioni sono “siamo venuti prima noi” vs “eravate ‘n’associazione de podisti”, diatriba che si risolve a Ceres in testa e poi amici come prima e il giorno dopo d’accapo.
Svastichella non è un arrivista come l’amica tua papirologa, Svastichella è solo Peroni e infermità mentale, il simbolo di una generazione white trash che non vedrai mai ad MTV News ma la trovi che fa gruppo fisso a Piazzale Clodio.
Svastichella è il futuro, il futuro in potenza, come Tiziano Ferro quando non era ancora Tiziano Ferro ma era soltanto un frocio obeso.
Perché, vedete, l’equazione cultura = merda l’hanno costruita a tavolino questi sfigati per regnare all’inferno estromettendo gli Svastichella dal gioco.

VII – Tetrapak ist always hiding.

Nella cucina del Valhalla (perché siamo tutti morti, è tutto finito, per sempre) io e Pazuzu ci armiamo, per fare evadere Svastichella e portarlo sul palco dell’Ariston. Raduniamo l’arsenale (due Liquidator 50, una Condor, Novelle per un anno) e ci avviamo nella neve.
E staremo sempre a soffiare svastiche, belle svastiche nell’aria, che volano così in alto che quasi raggiungono il cielo, e come i nostri sogni si dissolvono e muoiono.

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