The Beatles of Black Metal.

bbm

Vi siete tutti dimenticati di Rudolf Hess?

Roma Northern. Isolata su colli erosi. Rune sui muri. Nomi di morti. Lupi e aquile. Rumore bianco del neon e ronzio dei lampioni. Stazioni radio base, antenne e tralicci. L’aria elettrica come i temporali, il cielo che lampeggia. Fulmini che colpiscono sempre negli stessi tre punti, alternandosi, in circolo, come una danza di spettri. Peli che si drizzano, otturazioni che tremano. Asfalto bagnato e spaccato e le crepe e le radici. Manifesti consumati. Schiere di nanotubi allineati verticalmente che assorbono la luce mentre rimani a soffocare guardando dove prima era il cielo. E i bar e le Snai e altri bar e altre Snai. La retorica da bar, la retorica da Snai – l’Europa è dei violenti. Qui non ci piacciono quelli come voi. Etc. Cra-cra di cornacchie come benvenuto. L’Aristocrazia del Dolore è tornata in città.
Tutto identico a come l’avevo lasciato. Qualche modifica qua e là, per dare l’idea di cambiamento. C’è anche un nuovo sindaco. Le rivoluzioni dei romani, il popolo più glorioso eppure più disastrosamente permeabile da qualsiasi tipo di veicolo di comunicazione incluso il passaparola. Il tabaccaio (il primo che incontro, ogni volta) è il prototipo dell’elettore convinto, quello che cambia il mondo con la sua X, e passata la sbronza elettorale, che abbia vinto o abbia perso, eccolo lì davanti ad un muro di pacchetti di sigarette a lamentarsi come un qualsiasi altro giorno. In piedi a crucciarsi. La rovina, l’abbandono, la sporcizia, il degrado.
Sto posto è pieno solo de svastiche, ormai.
Te lo dice con gli occhi lucidi, anzi fradici, due pozzanghere in cui affogare cercando qualche diritto rimasto sul fondo.
Ma perché è un gioco di parole.
Cioè.
È che stavano bevendo vino bianco, capito.
Quindi.
Eh, è un gioco di parole.
Non l’ho capito.

E allora fattelo spiegare da Faustone, meglio noto come PanzerFausto, chiediglielo mentre suda Campari come una cosmogonia norrena, mani che schiaccerebbero la Terra alla stregua di una pallina antistress, un uomo che ha consacrato la sua intera esistenza (mezzo secolo) a fare un’imitazione di Abatantuono che francamente non gli riesce, ma zero proprio, fa ridere solo me perché sono stupido, ma tu anche se non ridi non provare a contraddirlo, non cacargli mai il cazzo a PanzerFausto, che ora saluta dal bar e la sua mano crea un vortice di bassa pressione e poi ecco le solite domande. Che fine hai fatto. Che hai fatto tutto quest’anno.
Sono andato a letto presto.
Faustone fa una smorfia e fissa lontano, per qualche istante, poi si riscuote. È una cosa da ubriaconi. Quelle frazioni di secondo di lucidità improvvisa e lancinante che poi, per fortuna, scompare.
I SHBABBURI.
Ahahah.
Perché non scrivi più.
Ma io scrivo Pa’. Ho scritto tantissimo. Cose lunghissime, però, ‘ndo cazzo le posto su internet. Che poi non fanno ride. Oddio, un paio sì, ma il resto è Dio e la Morte, Dio e la Morte. Alla fine m’interessa quello. E i cuori spezzati.
E i culi sfonnati.
Ahah.
E I SHBABBURI.
Ahahahahahahahahaahahah. Lui è passato?
No. Non ancora.
L’aspetto, allora.
Comunque oh.
Eh.
Devi scrive un’altra de quee cose tue, me chiedono tutti de te, e daje no, fai er serio. Tutte le cose che so’ successe, i terroristi, l’elezioni, i cazzi… I SHBABBURI.
Ahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahah. Sì ma non faccio più ride. Cioè faccio ride intrinsecamente, come Edd l’Addolorato, ma non mi vengono battute di sorta.
Vabè ma ‘sti cazzi, scrivi no?
Scaccia una mosca che ronzava attorno al bicchiere creando uno spostamento d’aria che nelle Filippine pagheranno caro e come gli rispondi di no a PanzerFausto? Ma che gli dico pure agli altri, li avevo lasciati che erano diventati la Bataclan Generation, poi boh, poi ero in ospedale, parte mancante, leggevo Nabokov, poi non ricordo, un barcone mi sa, poi oh, forte e chiaro: con Lolita piango, non piangevo da un anno tipo (Manhattan non conta, è più un riflesso condizionato che altro), poi la strage dei froci o come li vuoi chiamare (penso ad ogni modo tutta la gaiezza fosse scomparsa, in quel preciso frangente) che non è riuscita ad avere un riscontro emozionale del pubblico perché qui ci sono ogni giorno fiaccolate contro l’omofobia e appelli e denunce e campagne e sensibilizzazioni (insomma avevate già sostanzialmente saturato il business del dolore senza che vi fosse mai successo nulla), gli Europei che per un motivo o l’altro non sono riuscito a seguire praticamente mai (ma che dimostrano come la Russia sia il nostro naturale interlocutore), insomma che volete da me, che cazzo devo dirgli alle persone?

Che, boh, così, in ordine sparso… Avete scambiato l’ebbrezza con l’isteria, l’uomo con l’umano, il sacro con il privato, la legge con la legalità, la cultura con il nozionismo, l’arte con la creatività, il sacrificio con la rinuncia, l’etica con il costume, la libertà con l’edonismo, l’amore con il possesso, la morte per un torto a chi resta – siete già finiti, implosi, sconfitti, mai nati, così distanti da questa stirpe da non esserne nemmeno più la caricatura. Dai «je suis» vari al «diritto di amare» avete dato il massimo nel campionato mondiale dell’isteria, sarà che da bravi democratici forse vi manca far finta di eleggere un premier dal 2008, che sostanzialmente significa che uno nato nel 1990 non ha verosimilmente mai visto un suo voto trasformarsi in una carica al governo. Cioè nel frattempo s’è laureato. Ed è tornato dall’Erasmus nelle pustole d’Europa per venire a dire a me (qui in una penisola, che vengo da un Impero, nato nella città crocevia di tutti gli uomini e le culture e le merci del mondo conosciuto già millenni prima del liberismo, cresciuto in un lembo di terra che va dalle Alpi all’Africa dove abbiamo sostanzialmente bevuto, scopato e fatto a botte con chiunque) venire insomma a dirmi che sono «fobico». Voi che siete esempi di coraggio, tanto che ogni vostra singola azione è guidata dalla paura, paura dello stato, paura del fisco, paura della malattia, paura della morte, paura del sangue, paura di non essere approvati, paura di non essere all’altezza, paura di essere rifiutati, paura di non funzionare a letto, paura di invecchiare. paura degli esami, paura del lavoro, paura del vostro aspetto, paura di offendere qualcuno, paura delle parole, paura dei simboli, paura dei mercati (la mia preferita), paura di non avere abbastanza like su Facebook. A parlare di «fobia» sono sempre quelli per cui è stata inventata una classe apposita di farmaci per curare ogni singolo aspetto di quella che qualsiasi nonna col tombolo e qualsiasi canzone di Sanremo avrebbe liquidato come «la vita». Come si chiama la fobia per la quale quasi un secolo dopo aver vinto una guerra quel che più ti terrorizza è il nemico che hai annientato e lo continui a scorgere ovunque? Non dico in Argentina che ci caschiamo sempre tutti, proprio dietro il cespuglio al parco, come i maniaci. E non solo lo hai annientato, anzi, è stato addirittura «condannato dalla storia», storia che dunque ha facoltà di condannare – e assolvere, suppongo – uno dei mille superpoteri che attribuite ad entità a caso che sono sostanzialmente concetti astratti a cui affibbiate una sorta di volontà, o coscienza, creando in questo modo un pantheon di divinità senza senso per soddisfare l’istinto innato che tende al divino e che non trova una risposta nel vostro ateismo d’accatto, ma una concezione (questa del condannare/assolvere) che tradisce comunque una mentalità secondo cui la realtà e le sue dinamiche sono ascrivibili ad un’aula di tribunale (luogo che ad ogni modo non ho mai apprezzato, sin dai suoi albori, preferendo di gran lunga le Erinni e Aiace). Ma è sempre curioso notare come il vostro lessico sia progressivamente più infarcito di termini giuridici, vuoi forse perché avete trasformato la giurisprudenza nell’indirizzo più inutile, le nuove lettere, prima di convogliare tutti insieme (gli esclusi, i questuanti, i rancorosi, gli scartati) nella nuova carta da culo da esibire come un minacciosissimo distintivo (il patentino da pubblicista), per poi perdersi tutti in chiacchiere su chiacchiere, la pistola scarica di voi sceriffi decisi a far rispettare a tutti i costi leggi ridicole, abomini del diritto e della logica, e ad inserirne di nuove che invocate come grandissimi diritti e mirabolanti conquiste pagate anche a caro prezzo (generalmente, per qualche ragione, da vostro nonno) e innovazioni necessarie che poi se vai a vedere sono i regolamenti interni delle multinazionali, cioè fondamentalmente la tua battaglia politica è quella per il primato dell’economia sulla politica, cioè in pratica il (compianto) Governo Monti, solo che sei un morto di fame e non comprerai mai una casa e non avrai mai una pensione e allora per non deprimerti vai a ballare e ti sparano i bambini siriani di 36 anni che fuggivano dalla guerra in Gambia.
E io ridevo, grossolano, ubriaco, stupido come un cane, offensivo e capzioso se provavi a discutere.

Madò il mal di testa m’hai fatto venì. Che gli devi di’. È più costruttivo discutere di (insultare) Pjanic.
Poi mi riscuoto da questi pensieri turpi e inutili perché sento uggiolare. È arrivato, finalmente.
Io sono il tuo Tristero, dice. Leggi il Necronomicon, uccidi i passanti.
Mi fissa malinconico come un regalo abbandonato in un angolo senza venire neanche scartato. La coppia che si occupa di lui (una coppia diversa ogni volta che lo incontro) ferma la carrozzina. Lei si china e comincia a sistemargli la coperta che lo avvolge in ogni stagione. Claudiomageddon mi fissa ancora. Negli occhi tutti i reparti di oncologia del mondo.
Riportiamola a casa, che ha freddo, dice la signora.
Riportiamola.
Claudiomageddon distoglie lo sguardo.
Claudiomageddon, mia stella danzante, Claudiomageddon è una lei.
Un Kali Yuga dentro un Kali Yuga.
A questo punto Edd l’Addolorato me fa sei pippe sul serio, e mi dispiace, ho questa battuta (che comunque non fa ridere) su Freddy Krueger che saluta e dice «scusa er guanto» ma non so davvero come inserirla se non attraverso questo miserabile stratagemma pseudometanarrativo e continuando su quest’andazzo siamo un po’ in uno stallo che puoi riempire a piacimento col whiskey e/o la fregna mentre il crepuscolo striscia nel bar polveroso come un saloon (quest’ultimo dettaglio suppongo per associazione mentale con la citazione di Sergio Leone sopra) e diventa notte e la notte lo sai com’è qui, la notte stai male e piove sangue e la notte qui la passi così, col subbuteo dei morti.
(Ma ormai siamo giunti ad un numero di parole per cui 1) diventa impossibile continuare a leggere su un sito 2) mi investe una depressione che raramente ha avuto uguali nella storia, con tutto quel che ne consegue 3) unendo queste due cose vado a briglia sciolta sull’alcol.)

Perché qui con l’alcol ci sono morti tutti. La droga è veramente una cosa da ragazzini, ho visto gente uscire da vent’anni di eroina quando l’eroina non era certo fumarsi lassativi e gente spacciata in cinque anni tra epilessia alcolica e Antabuse.
Qualcuno cirrosi e qualcuno letteralmente con la bottiglia in mano, ma alla fine sono pochi. La maggior parte sono morti 10-15 anni dopo aver smesso di bere. Fondamentalmente sei lì, divorato dall’alcol, ed è una vita di merda. Poi la smetti ed è dura ed è una vita di merda. Tiri avanti e vivi senza ed è necessariamente una vita di merda. Nel mentre raccogli le macerie che hai lasciato, cosa che ti garantisce una vita di merda. Ma ad un certo punto hai più o meno sistemato le cose, per quanto possibile, e ormai hai una cinquantina di anni. Hai smesso pure di fumare. Poi hai qualche dolore, qualche cazzata, e subito esami, ché hai imparato a drizzare le antenne. E quando ritiri gli esami c’è scritto a chiare lettere cosa ti aspetta (ECCTSF). Ed è andata eh, sei fottuto, hai chiuso.
E alla fine della storia non c’è alcuna redenzione. Tutto per i morti, tutto per la morte. Dritti all’Inferno e da lì ancora sulla Terra. Ti guardi con occhi da alcolizzato, due sfere violacee spalancate in una perenne espressione di sorpresa e spavento. Rasatura a lametta, l’odore etilico, dolciastro e vagamente nauseante di Floid, completo nero, cravatta nera, scarpe finto-eleganti, smorfie allo specchio. Non sono credibile. Per niente. I SHBABBURI. Mi leverei tutto, infilerei una maglietta, una classica, lisa, Darkthrone, Burzum, e so che il festeggiato apprezzerebbe, ma andiamo avanti con la farsa, facciamo finta di essere seri. Per le cerimonie abito scuro. Funerali di una volta, processione, donne a lutto, bara in spalla. Incenso e crisantemi. Terra sì, loculo no. Fiori anche finti. No biglietti, sciarpe, fotografie, rosari, peluche. Sigarette e alcol incoraggiati. Epitaffio: Meridiano di Sangue, ultime 8 parole.
Torno in cucina e guardo il sangue scuro che scende sul muro, gronda, rivoli come ragnatele di vetro stratificato sull’intonaco. Una volta mi chiedevo sempre di chi fosse il sangue sulle pareti. Il sangue dai rubinetti. Il sangue che pioveva. Credo di averlo anche assaggiato. Il sangue sa di ferro e anche il ferro sa di sangue. Avevo scavato abbastanza da trovare un frammento di Inferno, ed era questo alla fine che cercavo, una reliquia del Diavolo da sbattere sul bancone per provare che le ombre che scivolano sul soffitto non sono macchie di umido, non sono un gioco di luci, non sono un’illusione ottica, quel rumore non è il vento, il cigolio non è la porta, quelle voci non vengono dalla strada, deserta, non sono i vicini, che dormono, dormono tutti adesso, e allora le senti le Ronettes, le Ronettes col cuore spezzato, e la Morte e Dio e il sangue fuori, e bevemose una cosa, bevemose una sciocchezza che altrimenti pare brutto.

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ECCTSF #03.

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Niente preamboli, inizio a gamba testa come Panzerfaust dei Darkthrone.

Ouija (Stile White, USA, 2014)

Consiglio la visione del bell’horror “Ouija”, che parla che c’è una (fregna) che prende la tavola Ouija («È solo un giuoco!») e finisce impiccata e allora l’amica (fregna) raduna tutti (altre amiche fregne, ex, etc) per rivolgersi (sempre via Ouija) alla sua amica (fregna) che pareva si fosse impiccata (breve parentesi: se ti impicchi, ti cachi addosso, è fisiologico, quindi organizzati per bene e che il destino ti trovi sempre forte e degno), e durante la seduta riescono effettivamente a contattare qualcuno, che pare non essere l’amica (fregna) che si era (o era stata?) impiccata, e quando chiedono «Chi sei?» il puntatore si sposta verso la E, poi verso la R, e scivola sulla C, sulla A, corre verso la Z e dopo una breve pausa ci torna, si dirige deciso sulla O ed eccolo di nuovo sulla C, a serpeggiare sulla H per spostarsi subito sulla E, correndo poi sulla T, e poi di nuovo c’è la E seguita dalla S e d’un tratto ancora E, e poi il puntatore slitta sulla F e si muove sulla R e torna ancora sulla E, soffermandosi sulla G prima di rimanere inerte sulla A, e poi muoiono tutti.

Necropolis (John Erick Dowdle, USA, 2014)

Consiglio la visione del bell’horror “Necropolis”, che parla che c’è una fregna che non paga di ciò vuole anche trovare l’uovo filosofale (sì, l’ambito Graal degli alchimisti che se te lo metti in culo diventi immortale), e per far questo deve scendere nelle catacombe di Parigi con un nutrito seguito, e così i protagonisti si ritroveranno 2h a vagare in gallerie dove non alberga nemmeno ECCTSF (cioè non si degna proprio) e la faranno pure franca, violando la regola n.1 dell’horror, ossia che devono morire tutti.

Wer (William Brent Bell, USA, 2013)

Consiglio la visione del bell’horror “Wer”, che parla che c’è un’avvocatessa fregna (tanto) che si accompagna con un hipster ed un pakistano, e i tre ingaggiano una dura battaglia legale per difendere un rumeno gigantesco e pelosissimo dall’accusa di aver massacrato una famiglia, cercando di dimostrare che lo scempio dei cadaveri non potesse essere opera di un uomo ma bensì di qualche animale selvatico, e alla fine avevano ragione tutti, accusa e difesa, perché il rumeno era un uomo-cazzo-mannaro, metà uomo metà Er Cazzo Che Te Se Frega metà mannaro, e si indaga così sulla malattia più bella del mondo, che nelle notti di plenilunio ti rende invulnerabile ai proiettili e ti fa corre oltre i 110 kmh, cioè praticamente hai i superpoteri ma anziché essere un supereroe sei un rumeno pazzo che se frega tutti quelli che incontra e la fa regolarmente franca, quindi il resto del film l’ho capito poco perché mi estraniavo per fantasticare sulle infinite vendette che avrei portato a termine qualora fossi riuscito a contrarre questo fantastico morbo per cui al grande potere del Cazzo corrisponde la grande responsabilità di punire il prossimo, secondo una statistica stilata da me in persona che dimostra che se ammazzi uno a buffo nel 99% dei casi hai fatto bene, quindi mi fermo qui prima di diventare una specie di profeta degli uomini-cazzi-mannari, che sono ad ogni modo gli esseri viventi più fortunati al mondo dopo l’ape regina con la sua brutale monarchia comunista.

The Sacrament (Ti West, USA, 2013)

Consiglio la visione del bell’horror “The Sacrament”, che parla che c’è la riproposizione del meraviglioso suicidio di massa di Jonestown, guidato dall’altrettanto meraviglioso reverendo Jim Jones (qui magistralmente interpretato da Leone Di Lernia), nel quale 909 adepti di un ordine chiamato TUKOECCTSF, stufi di bere bevande analcoliche non gassate, pensarono bene, non avendo alcol, di allungarle con il cianuro, creando così l’unico long drink rispettabile e morendo consapevoli che un’esistenza terrena senza Peroni in mezzo ai negri della Guyana non poteva essere riscattata nemmeno stando tutto il tempo a scoparsi amish fregne scappate de casa a San Francisco, poiché l’assenza di vitigni avrebbe sempre inibito la manifestazione dionisiaca della divinità adorata, dal nome ECCTSF, e così tutti si diedero consapevolmente e liberamente la morte per raggiungere le braccia del dio ECCTSF, e nei cadaveri stesi e ammassati sul terreno brullo che celava oro e diamanti, le pupille rifrangevano il sole caldo dell’America meridionale, regalandomi una speranza per il domani, ed una promessa da mantenere.

Nothing Left to Fear (Anthony Leonardi III, USA, 2013)

Consiglio la visione del bell’horror “Nothing Left to Fear”, che parla che c’è un pastore con una bella moglie e una bella figlia e un’altra figlia che è La Fregna (cosa che mi costringerà a fischiare, urlando occasionalmente Ah fataaaa, per 100′) che si trasferisce in un borgo dove la comunità locale cela un oscuro segreto, perché pare che infatti sia uno dei cancelli del male, dove una feroce divinità (chiamata ECCTSF) deve essere ogni anno placata con dei sacrifici umani in modo da impedire al Cazzo di venir fuori nel mondo e fregarselo, ma tutto questo (anzi, quasi tutto: La Fregna no) passa in secondo piano rispetto al fatto che questo film è prodotto da Slash (che infatti cura anche la soundtrack), riesumando antichi dibattiti e studi di fattibilità relativi ai suoi assoli, tipo come faceva a lasciare il matrimonio di Axl per fare un assolo nel deserto, senza amplificatore, senza elettricità? E poi perché avrebbe dovuto tenere un comportamento del genere? Come faceva ad emergere dall’oceano per fare un assolo in mezzo ai delfini? E come ci era finito laggiù? Ma la verità è che Slash non ha bisogno di un jack per far andare la sua Les Paul, perché la sua musica non l’ascoltavamo con le orecchie, ma con il cuore.

The Babadook (Jennifer Kent, Australia, 2014)

Consiglio la visione del bell’horror “The Babadook”, che parla che c’è una tizia sfatta di depressione, lutti, solitudine, dolore, anziani, vestaglie ( = io donna), ed il figlioletto disturbato che per metà vive nel terrore di entità invisibili e per metà costruisce armi per farla pagare a tutti ( = io bambino), ed una sera trovano un libro animato, quelli che quando li sfogli vengono fuori le figure grazie a complessi calcoli relativi all’impaginazione, solamente che in questo libro, che dà il titolo al film, viene fuori un cazzo (nello specifico Er Cazzo Che Te Se Frega), che gli si mette a ripetere «Baaa… baaaa….. doook… dook…dooooook» (una volta gli telefona pure per ribadirlo), finché madre e figlio non saranno quasi impazziti, insultati dalle guardie, minacciati dai servizi sociali, ostracizzati dalla miserabile middle class australiana ( = io famiglia), prima di prendersi la loro mezza rivalsa imparando a convivere serenamente con la morte, l’orrore, la disperazione e la follia ( = io adesso).

Haunt (Mac Carter, USA, 2013)

Consiglio la visione del bell’horror “Haunt”, che parla che c’è la solita famiglia di sodomiti che si trasferisce nella solita casa smisurata perché l’agente immobiliare è una fregna e gli fa il prezzone e li lascia lì a discutere tra loro e il marito fa alla moglie «Amò, ma hai visto che fregna? Ora le chiedo se mi fa uno sconto anale», e ovviamente nella casa c’era stato un massacro, e quindi i fantasmi, ed il ragazzotto della famiglia fa subito la conoscenza della vicina wannabe Sasha Grey e ci intreccia un’amicizia prettamente anale, ed insieme trovano una radio a manovella dell’Impero austro-ungarico grazie alla quale parlano con i morti, che da quel momento sovente dispenseranno cinghiate e scapaccioni per fini, diresti, meramente educativi, ma poi i due decidono di vederci chiaro ed in pratica la storia sarebbe questa: dei precedenti inquilini l’unica rimasta in vita è la vecchia pazza che ha perso l’intera famiglia a causa di uno spettro indispettito, e lo spettro era quello di una donna che lei stessa aveva ucciso perché era l’amante (con tanto di figlia segreta) di suo marito, e la figlia segreta era wannabe Sasha Grey, e lo spettro che infesta la magione si impossesserà della figlia, cioè wannabe, che così ucciderà il ragazzotto, ergo possiamo dire che se l’è fregati a tutti er cazzo, ma non ECCTSF, bensì proprio il pisello che soverchia l’arbitrio, nel senso che a guardare bene tutto accade perché:
– uno tradisce la moglie con una fregna, seguendo il cazzo;
– uno si compra casa da una fregna, seguendo il cazzo;
– uno finisce sgobbato a martellate da wannabe Sasha Grey, seguendo il cazzo;
quindi questo film è sostanzialmente un moral tale sui rischi dell’avere il cazzo, il cazzo default proprio, e quindi te lo dico, beware the cazzo in generale.

Mr. Jones (Karl Mueller, USA, 2013)

Consiglio la visione del bell’horror “Mr. Jones”, che parla che c’è Mr. Jones che c’ha un carattere un po’ artista, un po’ sciamano, crepuscolare e se vogliamo anche il video di Gava Fran Trulen degli Arckanum, ed una coppia di sfigati (lei tettona però) va a ficcanasare nei cazzi suoi perché pensa (quasi giustamente) che è scemo, ma invece er poro Mr. Jones era bravo fracico perché tutti quegli spaventapasseri pazzi e i totem mostruosi e le bambole della morte erano roba che costruiva per tenere lontane le forze del Male, allora rosica e dice alla coppia: se oltre che sto a parà il culo all’universo anziché fare il milionario (perché potrebbe) mi devo pure sorbire voi due che avete queste crisi allora sai che c’è, sparisco affanculo nel bosco e qui ci restate voi, e così fa, e loro restano lì, e Mr. Jones se ne va affanculo, e io gli dico: bravo Mr. Jones, è un mondo di ingrati maledetti.

After Life (Agnieszka Wojtowicz-Vosloo, USA, 2010)

Consiglio la visione del bell’horror “After Life” che parla che c’è Christina Ricci che io credevo fosse un nano da circo e invece è la fregna e come se non bastasse che è la fregna è pure morta, quindi nemmeno rompe il cazzo perché deve passare il corriere a consegnare ballistiche di Lush, ma insomma Christina Ricci ha tutta una struggente love story con uno che è Ginetto Micidial che per tutto il film manda affanculo la gente (cosa che fa oggettivamente ride), poi però ero così ipnotizzato da la fregna di Christina Ricci morta che non so di cosa parlasse esattamente il film, ed ho fatto solo battute sulla regista perché è polacca.

Camerata Scemo (Clint Eastwood, USA, 2014)

Consiglio la visione del bell’horror di Clint Eastwood “Camerata Scemo”, che parla che c’è una storia vera che fa luce su quanto sono abissalmente stupidi e ignoranti gli americani, ma nonostante questo (o proprio per questo) patriottici e di gran cuore, punta il dito sulla dimensione da videogame della guerra odierna fatta di monitor e pulsanti (più avanti ne analizzeremo le conseguenze), e sul fatto che la più grande potenza mondiale ha un esercito di sfigati che si mettono in 50 per bloccare un pastore e che con il loro superaddestramento a Maccarese e le armi all’ultima moda prendono calci in culo da decenni da quattro pecorari pazzi coi fucili anni ’40 e dai bambini invasati che si fanno esplodere sui tappeti volanti, infatti adesso mandano i droni, e bravi mandate i droni, a voi i droni a noi i caproni.

Jamie Marks is Dead (Carter Smith, USA, 2014)

Consiglio la visione del bell’horror “Jamie Marks is Dead” (titolo originale “Il Fantasma Frocio”), che parla che c’è Jamie Marks che è morto misteriosamente (ma tutti sono d’accordo che comunque sia andata il bullismo ha giocato un ruolo fondamentale, perché a scuola gli pisciavano in faccia regolarmente in quanto sosia di Harry Potter), però poi comincia a comparire al figlio di Liv Tyler abbrutita (durissimo colpo vederla così) e a una rizzacazzi di Roma nord, ma più al figlio di Liv Tyler, che vuole aiutarlo ma Jamie è languido e lui gli ripete «Ok, ma vestiti», e Jamie vuole sempre andare nell’armadio per fare le metafore del coming out (ma comunque sappiamo che nell’armadio si faceva le seghe alla Sbirulino, quelle col fiore nel cazzo e la giacca tartan) e insomma Jamie continua a circuirlo, a fare scenate di gelosia, a mettergli il muso, a piangere, mentre il poraccio se voleva solo scopare quella di Roma nord (che ha tutti comportamenti ambigui così pensi che è molto profonda invece gliel’avrebbe tirata appresso subito se ogni volta non fosse venuto Jamie a boicottare il tutto), e alla fine il figlio di Liv Tyler riesce a liberarsi (con un addio struggente) del fantasma frocio da cui il titolo originale del film (che poi alla fine si era suicidato per fare un favore alla stampa italiana), e questo ha avviato una profonda riflessione perché a me dei vampiri non me n’è mai fregato un cazzo, quindi passi, ma se avete deciso di far diventare froci anche i fantasmi io vi avverto, in quanto portavoce del Regno dei Morti, che la nostra vendetta sarà tremenda.

Grace (Jeff Chan, Canda, 2014)

Consiglio la visione del bell’horror “Grace”, che parla che c’è una f r e g n a orfana che stava dalla nonna pazza bigotta e va al college con un’altra fregna (ma meno di lei) e qui la sua educazione da psicosetta si scontra con l’edonismo imperante e questo scatena la possessione, però poi si scopre che tutto risale al suo concepimento (quindi ECCTS letterale), ma la cosa che rende imprescindibile questo film è l’idea geniale del regista, che trovandosi a dover girare un film dove le uniche cose che vale la pena guardare sono la fregna e gli esorcismi (come poi nella vita, d’altronde) ha pensato bene di girarlo dal punto di vista della fregna, cioè l’inquadratura proprio, così non vedi né lei né gli esorcismi, cioè vedi l’esorcismo POV in cui vengono ripresi solo un negro, un topo, e il nonno di The O.C.

I Segni del Male (Stephen Hopkins, USA, 2007)

Consiglio la visione del bell’horror “I Segni del Male”, che parla che c’è una fregna di quelle branche yankee del cristianesimo dove il sacerdozio non implica la rinuncia all’accoppiamento che era andata in Africa con il marito ed il figlio prontamente ammazzati dai locali che pensavano fossero diavoli (lo fanno) e quindi ha perso la fede ed ha una spiegazione razionale per tutto, anche quando piovono rane su un lago di sangue, e c’è il collega negro (che in quanto tale ha fede, ha la canotta, ha i tatuaggi che non si vedono, ha il passato gangsta con le cicatrici, etc) che le dice no guarda che queste sono le piaghe d’Egitto, ma lei dice no le piaghe d’Egitto era perché il cazzo blablabla, finché si scopre che erano le piaghe d’Egitto però mandate da una bambina caminante (che vive in un container, ruba, non si lava, odia tutti ricambiata, ha il ciclo a comando, e con le sue lacrime protegge dall’AIDS) ed era insomma questa bambina lo strumento di Dio che doveva sconfiggere un gruppo di onesti adoratori del Demonio, confermando ogni mia teoria sulla grandezza del Principe delle Tenebre, unica ferma opposizione a tutte le categorie in qualche modo presenti in questo film e che alla fine avranno la meglio (come nella vita reale) perché questo infatti è il Kali Yuga e nascere è un’ingiustizia.

Extraterrestrial (Colin Minihan, USA, 2014)

Consiglio la visione del bell’horror “Extraterrestrial” (titolo originale “The Robber Cock from Outer Space”), che parla che c’è un tris di fregne e due sfigati nella casa in campagna della protagonista ed il fidanzato storico della protagonista si inginocchia e tira fuori l’anello e fa la sua proposta e la ragazza risponde «Ah no, scusa, avevo dimenticato di dirti che il mese prossimo vado a vivere a New York senza di te perché sono mia», cioè ma quanto sei stronza? Quanto sei una merda? Solo che lui porello è uno sfigato buono e non ci pensa nemmeno a pagare una bottiglia d’acido per lanciarle degli albanesi, e questa ingiustizia crea le condizioni per l’evocazione di una divinità, chiamata ECCTSF, che subitanea si precipita dalle stelle col suo UFO (che vabè, nella foga di intervenire si schianta contro una fratta stile Roswell) e li uccide tutti (allo sfigato non verrà perdonata la sua mollezza), e se ne torna a casa nel momento esatto in cui Samantha Cristoforetti invia degli auguri ma nessuno li retwitta perché adesso che non vengono dallo spazio hanno perso ogni appeal.

Starry Eyes (Kevin Kölsch, USA, 2014)

Consiglio la visione del bell’horror “Starry Eyes”, che parla che c’è una fregna anoressica aspirante attrice fallita che vive con gli amici attori del Dams che fanno le cose degli attori del Dams, come: indossare la bombetta, pijallo in berta, farsi le canne, la giocoleria, la Puglia, e insomma tutte le cose che vedi quando passi davanti al Dams di Roma 3 e c’è il solito pugliese in bombetta su un monociclo che si fa una canna prendendolo al culo, e dicevo la fregna vive in questa giungla di invidie e coltellate alle spalle (perché so’ pure tutti infami fracichi) finché becca il contatto giusto (ECCTSF) che la porta in una stanza buia dove misteriosi personaggi incappucciati sono impegnati a farsi le seghe alla borettana (quelle che poi ti vieni in faccia da solo e ti pulisci con una cipolla) e da lì pompini a nastro, grazie a cui cui stringerà un patto significativo che sancirà l’esser fregata in nome del successo, successo che non giungerà perché la fregna serva di ECCTSF ripulirà Ostiense dai suoi amici del Dams prima di raggiungerli a sua volta all’Inferno, e tutti te ne saremo sempre grati, ragazza.

Mercy (Peter Cornwell, USA, 2014)

Consiglio la visione del bell’horror “Mercy”, che parla che c’è un bambino che doveva esse un bambino coi pentacoli (dalla locandina) e invece è solo un mediocre che ha come migliore amica la nonna (che è una zucca) di cui tutti si dovranno far carico in seguito ad un ictus, e così la odiano perché è un accollo (tranne il mediocre senza pentacoli per cui continua ad essere la migliore amica) ma lei se ne fotte perché ha il cervello in merda e parla in sumero, ma poi si scopre che in realtà la temono, perché aveva stretto un patto terribile con Hastur (una delle innumerevoli incarnazioni di ECCTSF), e tu lì pensi che quindi se l’è fregata Hastur, e invece no, era tutta una cosa per cui la vecchia aveva promesso a Er Cazzo la sua futura discendenza per dei motivi alla Cianciulli, quindi alla fine Er Cazzo se frega il nipotino che faceva sì dei pentacoli, ma erano dei pentacoli del bene, e che era l’unico che teneva a lei, ah ah ah, vatte a fidà delle zucche de merda e dei pentacoli straccioni tua da sfigato, viva Satana 666 acab.

Dark Summer (Paul Solet, USA, 2015)

Consiglio la visione del bell’horror “Dark Summer”, che parla che c’è un giovanotto ai domiciliari perché stalkerava una tizia su internet e la tizia poi si era sparata, e salvo braccialetto elettronico al piede e uno sbirro rancoroso che fa i dispetti e ti minaccia a buffo questo ragazzino sta in realtà una crema perché ha gli amici (una fregna e un negro) che gli portano da bere (la fregna prova pure a scopare disperatamente) ma poi accadono le solite cose che c’è il cazzo nello specchio, il gatto sulla panchina, la morte sulle scale, etc, e alla fine non ricordo come finisce, perché m’ero bevuto pure l’acqua del cesso, però ovviamente c’entrava la tizia suicida stalkerata, però non so, cioè, perché non si è scopato l’amica?

Metalhead (Ragnar Bragason, Islanda, 2013)

Consiglio la visione del bell’horror “Metalhead” (Málmhaus), che parla che c’è un ragazzino metal islandese (di nome Baldur) su una trebbiatrice (o analoghi veicoli a me sconosciuti perché qui esistono i muri, le strade, etc) che s’apparecchia e muore scalpato dalla trebbiatrice che continua a roteare lo scalpo beffarda come a dire «Vedi, se non avessi avuto i capelli da femmina saresti ancora vivo», ed il tutto sotto gli occhi della sorellina, che va a sedersi ad una fermata dell’autobus e accade la magia che quando passa l’autobus lei è cresciuta ed è una fregna (però metal), e la fregna (che poi si scoperà un grassone disgustoso) c’è rimasta sotto con la giustizia sommaria delle trebbiatrici e fa dunque le cose dell’Islanda, suona la chitarra davanti alla tomba del fratello (e intorno solo i vulcani e la democrazia), beve la grappa e poi ruba i trattori (e intorno solo il silenzio e le energie sostenibili), manifesta ostilità metal nei confronti della famiglia e degli abitanti del suo villaggio (e intorno solo i fiordi e il welfare), incide un demo in un pagliaio che verranno a prendere i Mayhem (i Mayhem con intorno solo ghiacci e referendum), si innamora di un prete che ascolta i Venom (ah, lei in tutto il suo trip metal sta coi Def Leppard) e quando lui la rifiuta incendia la chiesa (e intorno solo il paganesimo e l’istruzione gratuita), ma poi alla fine, stringendo, il villaggio le perdona le sue malefatte decidendo che a trionfare deve essere la tolleranza e l’integrazione e i valori delle democrazie progressiste dell’Europa del nord, e la pellicola si chiude con lei che poga in camera insieme ai genitori e tutti hanno superato il lutto di Baldur (dopo 15 anni) e io non capisco perché fa’ la fame in ‘sto paese di merda quando potrei andarmene a sbronzarmi tutto il giorno nella neve con i soldi degli accoglienti contribuenti islandesi, quindi il mio nuovo piano è diventare un Northern Negro, avanguardia di un nuovo stile di vita, terrore dello Stretto di Danimarca, ECCTSF su scala nazionale.

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ECCTSF #02.

ecctsf02

Che dici, che hai fatto quest’estate, hai preso il sonne? Fatto il bagno nel sangue delle tragedie umanitarie o sei andato in spiaggia giusto per il flash mob del ragazzino morto? O te lo sei già dimenticato?

Che sai, potrei stare qui ore a parlare del vostro giochino dialettico da terza media basato interamente sulla manipolazione linguistica per cui prendere un evento naturale (e quindi inevitabile), il «progresso» (andare avanti), e ne fate arbitrariamente un necessario sinonimo non di «trasformazione» ma di «miglioramento», utilizzando poi questo travisamento per descrivere la falsità di fondo della tesi, ossia che questo supposto «progresso» sia appunto naturale (e quindi spontaneo) anziché deciso a tavolino da un think tank o dal cda di una banca d’affari, ma poi penso ma chi te se ‘ncula, guardamose un bell’horror.

Ed ecco qualche consiglio:

The Midnight Game (Alejandro Daniel Calvo, USA, 2014)

Consiglio la visione del bell’horror “The Midnight Game”, che parla che c’è la consueta comitiva di stupidi adolescenti americani riuniti in una casa in campagna a sbronzarsi con una Beck’s da 33, finché uno per movimentare le cose dice «Ehi, ho trovato una cosa spaventosa su internet, un gioco che però è un antico rituale pagano, lo facciamo?», e tutti «Sì, daje, faacciamolo», e lui «Ok, prima dobbiamo recitare questa preghiera, poi ecco, accendiamo tutti una candela e se si spegne hai 10” per riaccenderla con i fiammiferi, ma se non fai in tempo devi fare un cerchio sul pavimento con il sale e restarci dentro, altrimenti te lo butto al culo e non potrai protestare», e gli altri «Ok, ok, ci sto», allora lui getta via fiammiferi e sale e spegne le candele a tutti.

Nel Nome del Maligno (Roberta Findlay, USA, 1988)

Consiglio la visione del bell’horror “Nel Nome del Maligno” (titolo originale “Prime Evil”, come il disco dei Venom) che parla che c’è una setta satanica millenaria (nata da uno scisma ad accettate con la Chiesa) che compie sacrifici umani, ed una suora (fregna) viene infiltrata nell’organizzazione per sgominarla, ma il fattore demoniaco viene spazzato via dal fatto che siamo negli anni ’80 e di conseguenza la pellicola si concentra sulle cose degli anni ’80, che sono piaciute unicamente in quel decennio di sospensione di ogni buon gusto e razionalità, e quindi le spalline, la lacca, i ricci, l’amica un po’ zoccola e irriverente, il poliziotto spiritoso, il denaro e la droga come simboli di edonismo, l’edonismo in generale, i body, gli scaldamuscoli, le cuffie, essere fico perché hai le cuffie, le fascette in fronte, il sesso come affermazione di sé, il sassofono come sountrack dell’amplesso, essere “fuori di melone”, l’amico strambo ma in fondo bravo, l’eroina, le sevizie, lo stupro di gruppo, la Pepsi, ballare mentre si conversa, schioccare le dita, gli INXS, manifestare sdegno facendo rumore con il chewing gum, ribellarsi ai genitori attraverso la Coca-Cola, la tastiera, la gonna pantalone, apostrofare tutti con «Ehi bello», ed un’altra serie di cose che faranno sì che Suor Fregna sconfigga il Diavolo, ma la vera cosa intrigante è osservare come le basi della merda in cui sguazziamo oggi sono state poste così, cioè quando ti lamenti del consumismo e tutte quelle cazzate lì sappi che tutte questa roba ha attecchito perché per 10 anni hai creduto che portare l’orecchino facesse di te «un duro».

Il Dono del Diavolo (Kenneth J. Berton, USA, 1984)

Consiglio la visione del bell’horror Il “Dono del Diavolo”, che parla che c’è una scimmia di peluche coi piatti da bersagliere ed il cappello da Mandrake, esattamente come quella del racconto di Stephen King “La scimmia” (pubblicato 4 anni prima quindi sappiamo chi copia chi), ed esattamente come nel racconto di Stephen King quando questo presunto antenato dell’uomo batte i piatti succede un casino, perché è indemoniato per contingenze che riguardano una medium e una tavola Ouija, però insomma questi due pezzenti regalano la scimmia per il compleanno al loro figlioletto (che è creepy, perché so che per doppiare i bambini spesso si usano donne, che cambiano un po’ la voce e suona come quella di un bambino, ma invece qua no, questo ragazzino è doppiato da una donna e stop), e tutti felici gli chiedono se gli piace e il bambino con la voce da donna risponde laconico «Papà, odio i caminanti e brucio le volanti», e dopo una lunghissima sequenza senza senso in cui tutti guardano i cartoni animati, la scimmia attacca con le sue malefatte da primate demoniaco, uccide le piante, i pesci rossi, il cane, incendia la casa, scatena terremoti, elimina i sopravvissuti, finché rimane solo lei, in attesa di, boh, de Er Cazzo che se la frega immagino, però devo dire che mi hanno molto colpito due scene: quando c’è il sangue nella doccia, perché vi vorrei veder morire tutti così, con il sangue che vi schizza dalle orecchie come la pubblicità della Zucchetti, e quando tutti guardano la tv mentre la loro casa brucia per colpa di chi ci hanno voluto portare a tutti i costi, e dimmi se non e’ una metafora questa.

Dolls (Stuart Gordon, USA-Italia, 1987)

Consiglio la visione del bell’horror “Dolls”, che parla che c’è una vecchia magione con una coppia di anziani ottocenteschi e l’anziano costruisce bambole vetuste (quelle, per intenderci, che fanno paura), ed una notte ospitano un gruppo di persone in fuga da un temporale, ossia un catalogo di personaggi del 1987, ossia la matrigna ricca e stronza, il marito senza palle, la bambina vessata (che la matrigna le butta via l’orsacchiotto, cioè ma sei una merda), poi un saccoccione e due ragazze punk (con cui torna prepotentissimo il ballare mentre si conversa nonché il saltare sul letto per esprimere approvazione), ma, nonostante la cosa più bella sia che il 90% dei dialoghi si interrompono perché chi parla si blocca e guarda meravigliato in un punto lontano, gli ospiti non mostreranno il sacrosanto rispetto che si deve on queste occasioni, suscitando l’ira delle bambole che li ammazzeranno tutti (con i loro piccoli coltelli da bambola e la solita scusa ma è meno de quattro dita), risparmiando solo il saccoccione e la bambina perché sono educati, sferrando un duro attacco alla comunità LGBT («La paternità è un privilegio, David, non un diritto») e regalandoci una grande lezione quando il vecchio chiede alla bambina «Che ti succede, hai paura del buio?» e la bambina, lungimirante (infatti si salva) risponde «No, ho paura di quello che c’è dentro il buio», ed ormai come tutti sanno dentro il buio c’è…

L’ultimo Esorcismo 2 (Ed Gass-Donnelly, USA, 2013)

Consiglio la visione del bell’horror “L’Ultimo Esorcismo 2”, che parla che c’è “L’Ultimo Esorcismo” però 2, che è il film peggiore della storia e come se non bastasse la protagonista brutta (un’attrice non può essere brutta a meno che la sua bruttezza non sia funzionale al ruolo che interpreta, tipo se guardi “Storia di una brutta”, che infatti te lo guardi te, sebbene sia molto meglio de “L’Ultimo Esorcismo 2”), getta benzina sul fuoco delle tensioni che attraversano l’Italia dimostrando che i negri non sanno fare gli esorcismi ed infatti ti fanno le flebo di acqua santa e provano a trasferire il Demonio in un pollo, cioè un pollo, che devi fa’ lo devi frigge, non lo so vai a prende pure il cocomero, e poi alle strette tentano di sopprimerti, e quindi, sintetizzando, chiunque abbia partecipato alla realizzazione di questo film dovrebbe essere spedito in Sierra Leone a verificare i risultati della mossa geniale del Re della Sierra Leone, che non ha subito una colonizzazione o altro, ha venduto il suo paese agli inglesi, con un regolare contratto.

Monsters (Gareth Edwards, UK, 2010)

Consiglio la visione del bell’horror “Monsters”, che parla che c’è i mostri giganti bellissimi tipo Cthulhu ma non si vedono e c’è un giostraio che ci prova con una in Messico e gli americani che per arginare queste creature alte centinaia di metri hanno costruito un muretto e per tutto il film segui le peripezie di questo allevatore di cavalli e di ‘sta stronza ed il tutto senza mostri e quindi capisci che il giostraio è lui, è Zeman, e lo insulti per 92′.

Devil’s Pass (Denny Harlin, USA, 2013)

Consiglio la visione del bell’horror “Devil’s Pass”, che parla che c’è un gruppo di stronzi che vanno a fare un documentario sull’incidente del Passo Djatlov, e trovano ciò che rimane delle macerie dell’Unione Sovietica, ossia radiazioni, complotti, KGB, neve, number station, oscuri segreti, plattenbau, centrali nucleari abbandonate, funeral doom, mutanti pazzi, esperimenti folli, torture, e insomma tutto quello che mi avrebbe fatto diventare il più fervente comunista del mondo se non fosse che ‘sta roba la usano solo come inganno per poi occuparsi di zingari e fantomatici diritti che al Passo Djatlov erano e saranno sempre negati nel nome del Diavolo.

Torment (Jordan Baker, Canada, 2013)

Consiglio la visione del bell’horror “Torment”, che parla che c’è una famiglia che ha una casa enorme in campagna e la tiene nell’abbandono come ricchezza improduttiva e quando ci torna arrivano i redneck mutanti vestiti da peluche a fargli il culo e io là me schiero subito, pure perché dopo la Prima Guerra Mondiale il sequestro delle terre lasciate incolte era un cavallo di battaglia dell’intero arco politico italiano e a lascià le case così me fate salì il classismo violento, solo che presto si scopre che le cose stanno diversamente, e che il redneck capo forma una famiglia rapendo figli che scazzano con i genitori e si uniscono a lui, e c’è tutta la sua concezione sacrale e brutale della famiglia, ma allora gli chiedo ma come puoi formare una famiglia prescindendo dal sangue?, e infatti mi sembra più un circoletto di disertori, l’ombra di una famiglia fatta con ctrl+c ctrl+v, dove il solito mix di arroganza e vittimismo va a sostituire la stirpe, quindi in conclusione siamo di fronte solamente ad uno spot truce alla famiglia gay e ai figli sintetici di Elton John, che suonano minacciosi come i vari fratelli e cugini famigerati nel’91, «Oh, prova a sfioramme co’ un dito che te chiamo i figli sintetici de Elton John».

The Taking (Adam Robitel, USA, 2014)

Consiglio la visione del bell’horror “The Taking”, che parla che c’è una vecchia che milita nelle frange più oltranziste della senilità e tutti pensano che ha l’Alzheimer, perché la trovi per terra in cucina che fa i versi, e io dico «Ma l’ho fatto pure io ieri», poi entri in camera e c’è lei in piedi immobile al buio e la mente di nuovo mi corre al giorno precedente, poi la trovi coperta di sangue che si sta strappando un pezzo di gola e di nuovo «Amò, come me ieri», oppure guarda fuori dalla finestra e poi comincia a urlare perché vede ombre nere avvicinarsi, esattamente come me ieri, solo che ovviamente non ha l’Alzheimer, che chi cazzo se lo guarda un film su una vecchia con l’Alzheimer, è posseduta dallo spirito di ECCTSF che va a granny anziché teen, però la cosa vera dell’orrore è che io fino a ieri rantolavo nelle grotte come lei bullandomi di essere posseduto, invece adesso so’ convinto che c’ho l’Alzheimer e ti giuro è bruttissima ‘sta cosa, cioè io lo dicevo per scherzo che invecchio come i cani e invece scherza scherza e arriva Er Cazzo Che Te Se Frega.

Il Sonno Nero del Dottor Satana (Reginald Le Borg, USA, 1956)

Consiglio la visione del bell’horror “Il Sonno Nero del Dottor Satana”, che parla che c’è uno scienziato pazzo (siamo nel ’56) molto signorile, molto british, che salva un collega (che si chiama Gordon Ramsey) dalla forca grazie ad una potentissima droga indiana, con lo scopo di condurre esperimenti su cavie umane per trovare una cura per il cancro al cervello che ha colpito sua moglie (old school fregna), e così se lo porta in un’abbazia che è un fregnodromo dove però ci sono pure Bela Lugosi e Lon Chaney Jr. (che purtroppo non fanno un cazzo, uno è scemo e uno è muto) e si dedica ad esperimenti ultragore (per il ’56), finché Gordon Ramsey, che è eticamente molto perplesso, scova i mostri in cantina, vittime di sperimentazioni precedenti, tra cui un templare incazzatissimo che dà la caccia a Salih Uçan, boia ottomano, e praticamente mena tutti, tranne Gordon Ramsey, che deve mettere in salvo una fregna di cui si è giustamente invaghito, e alla fine vincerà lui come in tutte le competizioni culinarie, ma sul piano ideologico si può dire che ad ogni modo a trionfare è la fregna, principale motore di tutte le azioni dei protagonisti, nel cinema come nella vita, ed eterna promessa per gli eroi del Valhalla.

5 Tombe per un Medium (Massimo Pupillo, Campoleone, 1965)

Consiglio la visione del bell’horror “5 Tombe per un Medium”, che parla che c’è Barbara Steele (e già si potrebbe chiudere qui) che è diventata vedova e vive nel suo castello a Campoleone, però ad esser più precisi c’è Barbara Steele single in un castello a Campoleone con una variegata corte di fregne, ma principalmente la storia verte sul fatto che c’è Barbara Steele single in un castello a Campoleone con una variegata corte di fregne ed il castello è infestato dallo spettro vendicativo del suo defunto marito esoterista pazzo, ed ora la domanda che fa crollare tutto l’impianto narrativo è: se un giorno capiti a Campoleone e c’è un castello con Barbara Steele e tutte fregne, però pure un fantasma, tu che fai, occupi il castello e fai di loro il tuo harem o pensi al fantasma?, e poi a che pro è ambientato a Campoleone, che io ci sono passato una volta più di 10 anni fa e avevamo chiesto la direzione per Roma e una vecchia ci aveva risposto solo «Roma?! Qui stamu a Campuleone», ma si era guardata bene dal fare accenno al castello etc, facendomi perde l’ennesima occasione per svoltare, che poi chissà come cazzo ci eravamo finiti là.

Non Aprite quella Porta (Tobe Hooper, USA, 1974)

Non una recensione che l’avete visto tutti 666 volte, ma una domanda, ovvero: dove finisce il negro?
Nel finale Sally, inseguita da Leatherface, ferma un camion e salta su, il nostro eroe redneck assalta il camion, il negro, per qualche ragione, anziché ingranare la marcia e partire, scende dal camion, e di nuovo lui e Sally vengono rincorsi, poi passa un pick up, Sally salta su di nuovo, Leatherface va lungo e si fa male da solo con la motosega, ma il negro?
Nell’ultimo fotogramma in cui appare sta ancora scappando quando Sally sale sul pick up, poi svanisce. Dov’è finito secondo te? Sta ancora correndo, ormai magrissimo, con la maglia Free Hugs? Se l’è cavata? Che ne è stato di lui?
Aiutaci a ritrovarlo.
Tel. 800 90 10 10

The Ghost Walks (Frank R. Strayer, USA, 1934)

Consiglio la visione del bell’horror “The Ghost Walks”, che parla che c’è il 1934, e le donne del 1934, e quindi va precisato che non si tratta di Old School Fregna ma bensì di Edest School Fregna, e la maggior parte delle donne di cui mi innamoro sono morte da un pezzo.

Il Villaggio Maledetto (Peter Medak, USA, 1982)

Consiglio la visione del bell’horror “Il Villaggio Maledetto”, che parla che c’è un villaggio che è un bastardo, e nel villaggio ci sono solo pescatori che fanno la vita salmastra e rudimentale dei pescatori, e dividono il mondo in due categorie: i pescatori e gli stronzi (quindi se non sei un pescatore diventano molto ostili perché pensano che evidentemente sei uno stronzo), ma poi vabè, ci sono le tempeste, il Diavolo, gli anatemi, i sacrifici, e tutto quello che potevi aspettarti di trovare in un villaggio maledetto di pescatori incestuosi in cui prendi in affitto una casa in un posto chiamato Gomito del Diavolo dove anticamente gli indiani giustiziavano la gente e si dice che ci viva la Morte, però quello che colpisce di più è l’attitude dei pescatori, e malgrado io trovi questo dualismo pescatori/stronzi piuttosto riduttivo, mi vedo forzato dalla grettezza imperante ad accettare la visione manichea portata avanti dal villaggio maledetto, supportata dall’antico detto dei pescatori intolleranti chi va pe’ ‘sti mari riccoje ‘sti pesci, e quindi ti dico: c’ha ragione er villaggio.

The Moth Diaries (Mary Harron, USA, 2011)

Consiglio la visione del bell’horror “The Moth Diaries”, che parla che c’è Lily Cole che è una modella perché ha la faccia strana che pare un quadro di Trevor Brown o la roba pop-surrealista [sic] con le bamboline un po’ creepy un po’ peones, e grazie a questo volto islamico ma anche assurdo ha svoltato e quindi sta lì che fà le facce e le espressioni per valorizzarlo (ma tanto a me non me ne frega un cazzo perché le stavo guardando le tette e comunque sembrava una matrioska indignata), poi ci sono tutte fregne, perché è ambientato in un collegio di ragazze ricchissime (gestito da Assunta Almirante), e una perde la verginità con un caldarrostaro lobbista e dopo trova un cadavere e poi la matrioska stizzita uccide tutte le ragazze dopo averci instaurato dei rapporti vampirici-lesbici-ipnotici, arrivando quasi (ma solo quasi) a teorizzare La Fregna Che Te Se Frega, e il film finisce così, urlando senza ragioni apparenti.

Rosewood Lane (Victor Salva, USA, 2011)

Consiglio la visione del bell’horror “Rosewood Lane”, che parla che c’è Rose McGowan che incarna il concetto di (fuck off) Nowadays Fregna, che sebbene l’Old School Fregna sia imbattibile uno non è che può sta’ messo come me (cioè che il 99,9% delle donne che amo sono morte), pure perché sennò avoja a fatte seghe alla saltafossi (quelle coi baffi finti e un monocolo in culo), ma insomma la pora Rose l’ho vista un po’ così, con l’anagrafe letale ma lo spirito teen, che sembra che abbia raccolto i cartoni di vino vuoti lasciati da me per riempirli di botox e farseli in endovena, e poi c’era il ragazzo che consegnava i giornali che forse era un demone antichissimo, o forse no, però perseguitava Rose che alla fine lo attacca a un albero e lo uccide e tutto il vicinato le dice brava, ma il ragazzo forse in realtà non è morto perché è uno spirito maligno, o forse sì perché era solo uno sfigato in bicicletta (secondo me sì), e alla fine ho pensato oh, magari per te Rose McGowan sarà sempre quella dei 90s ma stiamo nel 2015, siamo invecchiati tutti, e siamo invecchiati tutti male, e allora mi sono messo a bere tutto Tavernello (on the rocks) ascoltando le Ronettes mentre pioveva sangue su Roma, e quando i primi, timidi, raggi del sole hanno fatto capolino, ho pensato: si vabbe’ ma Rose McGowan è comunque una fregna.

Clown (Jon Watts, USA, 2014)

Consiglio la visione del bell’horror “Clown”, che parla che c’è un mediocre che si veste da clown per la festa di quel cretino del figlio e il costume da clown se lo frega, nel senso che non viene più via (l’abito, il naso finto, la parrucca, etc), costringendolo a fare esattamente la mia vita (che balbetti «L’orrore… l’orrore” e tutti ti rispondono «Ma come cazzo sei vestito?») giungendo quindi alle mie stesse conclusioni (uccidere i bambini), ma poi si scopre che il costume da clown non era un costume ma un antico demone islandese divoratore di infanti, solo che, malgrado le suggestioni black metal, il pagliaccio si confermerà ciò che è (un pagliaccio) prendendo la sveglia dalla moglie (mezza fregna), e quindi ecco perché se la prendeva coi bambini, perché se provava a fa’ il matto a casa finiva decapitato, il mostro più cojone della storia dei mostri, ma torna al circo cogli zingari.

Orphan (Jaume Collet-Serra, USA/Canada, 2009)

Consiglio la visione del bell’horror “Orphan”, che parla che c’è una coppia (lei fregna) che ha tre figli, uno oligofrenico, una sordomuta, e una morta, al che per ovviare a quest’ultima comprano un nano, o almeno è questo quello che diciamo subito, tra il Tavernello e l’estate cupa alle porte, «’Sta ragazzina c’ha 40 anni», «Ma infatti è un nano, se so’ comprati un nano», e insomma c’è questo nano russo vestito da fata che va a vivere con loro e cominciano subito i problemi, perché ‘sto nano è un bastardo, ma una merda proprio, e ne combina di crude e cotte ma la fa sempre franca (perché in realtà non è russo, è estone), e quindi inizia una lunga scia di sangue che porta alla distruzione della famiglia, perché la tizia (la fregna) capisce che quel nano non è punto bravo, invece il marito lo difende e le dice ah no sei te che c’hai problemi perché sei matta, er vino, i morti, hai rotto er cazzo, e insomma le cose che dicono a me (ma infatti lui muore e la storia mi dà ragione per l’ennesima volta), però insomma il film scorre bene, anche perché c’è una suora che è il Dr. Robinson (CCH Pounder, muore anche lei), ma poi però si arriva alla grande rivelazione finale, il colpo di scena, la sorpresona, ossia che non avevano adottato una bambina ma un nano pazzo pluriomicida, e a quel punto ci restiamo di merda, «No vabè, ma sul serio?», «Ma noi stavamo a scherzà sulla cosa del nano», e no invece era proprio un nano, cioè veramente dicevamo pe’ ride, ma a quanto pare qualcuno ha investito milioni e milioni di dollari sull’idea famo un film che adottano una ragazzina russa che invece è un nano estone pazzo?, però da questa ennesima sconfitta io ne esco comunque a testa alta, perché, come tutti sanno, chi tifa fregna non perde mai.

The Black Klansman (Ted V. Mikels, USA, 1966)

Consiglio la visione del bell’horror “The Black Klansman”, che parla che c’è un negro che dice «Wanna cuppa coffee» e allora viola rigide convenzioni sociali entrando in un locale a lui vietato e viene quindi linciato dal KKK, che poi incendia una chiesa e nell’assalto muore la figlia di un negro bianco (non nel senso di hip hop ma che ha un bizzarro dosaggio di melanina che in quanto tale travalica le solide leggi razziali yankee del ’66 e si scopa pure un’old school fregna bianca), ma poi quando apprende di sua figlia uccisa urla «White woman! White womaaaaann!» e prova a strangolarla, la fregna intendo, e da lì parte il piano diabolico per cui si toglie il pizzetto posticcio, si mette il cerone e indossa un parrucchino per simulare che non è riccio, e con fare affabile si infiltra nel KKK, e ci sono inseguimenti e croci bruciate, però poi spunta il Malcolm X della situazione e poi ci sono macchine bellissime e nei dialoghi dicono solo «Uè, Africaaa» e ci sono pure dei rocamboleschi quid pro quo e alla fine il negro bianco si toglie il parrucchino e dice al sindaco del KKK, gli dice: «AH AH!» e c’è un duello coi pick up dove vince chi c’ha più l’odio, e insomma questo “The Black Klansman” è il mio nuovo film preferito.

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ECCTSF #01.

ECCTSF1
«Tutto quello che amo è morto da duecento anni, o da duemila.»

HPL

Ed eccoci, noi Ultras della Morte contro l’horror moderno, tifosi del Diavolo e diffidati da Dio, adepti del Male contro il disegno della Creazione.

Abbiamo trascorso innumerevoli notti a guardare film bevendo, o forse più correttamente a bere guardando film, con lo stomaco inacidito dal Tavernello e la pancia gonfiata dalle Peroni, mentre sullo schermo si improvvisavano sedute spiritiche, si vagava nei corridoi di case abbandonate, si imboccava una scorciatoia nei boschi, si sentiva bussare alla porta nel cuore della notte, ed il risultato era sempre lo stesso – che ti saresti scopato la protagonista.

Questa è la prima carrellata di film, visto che qui sono anni che non compare una recensione.

I begli horror sono tutti consigliati davvero, perché un horror merita sempre un’ora e mezzo della tua inutile vita.

I begli horror sono tutti spoilerati senza pietà.

I begli horror sono come il vino, il giorno dopo stenti a ricordare tutti i dettagli ma sai con certezza che ti hanno fatto pronunciare delle frasi orribili.

At The Devil’s Door (Nicholas McCarthy, USA, 2014)

Consiglio la visione del bell’horror “At the Devil’s Door” (titolo originale “The Cock that Steals You”) che parla che c’è quella di “Diario di una nerd superstar” che secondo me è una fregna con tutti i crismi e infatti il Diavolo, che coglione non è, tempo 10′ di film se la scopa di brutto e la ingravida, ma lei scopre tutto e si fa assumere come babysitter da una coppia di negri facoltosi e prova ad offrire il loro figlioletto a Satana che, ripeto, coglione non è, ed ignora il bambino, quindi l’operazione si trasforma semplicemente nel sacro atto di nascondere i figli ai negri ricchi, ma vabè poi lei si uccide perché «Io sono mia» e non vuole partorire l’Anticristo, ma poi per cose rocambolesche finisce nel mirino del Maligno una tizia in carriera molto rampante che comunque va detto è fregna (ma molto meno di “Diario di una nerd superstar”) ed è più o meno lo stesso copione, allora il Diavolo passa alla sorella (che certe volte è fregna e certe volte sembra l’indiano di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, quindi non so valutare bene quest’ultima mossa del Principe delle Tenebre), però poi ci sono altre cose rocambolesche per cui questa tizia entra in una stanza e ci sono tutti che si fanno le seghe alla ghibellina (quelle con la spina elettrica nel culo e i piedi nella bacinella d’acqua), ma comunque poi alla fine vince il Diavolo e trionfa il Male, com’è giusto che sia, perché il senso ultimo dell’Inferno è sempre:
Toc toc.
Chi è?
Er cazzo Che Te Se Frega.

Annabelle (John R. Leonetti, USA, 2014)

Consiglio la visione del bell’horror “Annabelle”, che parla che c’è l’ennesima coppia di stronzi che affitta una casa troppo grande, e la tizia è incinta e il tizio per provare a sostenerla anziché dirle «Coraggio, tra poco sarai de facto una milf» le compra una bambola orrenda, e la tizia malgrado gli scompensi ormonali (o forse proprio per quelli) è felicissima, finché una notte arriva la setta satanica del pijallo in berta che tenta di ucciderli e nemmeno ci riesce, e da lì, per cose esoteriche, la bambola dal semplice essere una bambola brutta diventa una bambola brutta con un demone dentro, per inciso il demone più coglione di sempre, che dai, possiedi una bambola, ma ripijate, sei lo zimbello dell’Averno, metti in imbarazzo Lucifero, c’hai fatto fa’ una figura de merda a tutti, e invece la coppia è comunque terrorizzata dalla bambola nella migliore tradizione della borghesia, ricchi mollicci codardi che consegnerebbero il paese nelle mani dell’invasore qualora questo schierasse una prima linea di bambole brutte lungo i confini, e alla fine, ascolta, alla fine li salva una negra ex machina, che se non ci credi cercalo, tipo su Wikipedia, nella narrativa americana esiste davvero la figura del negro ex machina, solo che loro lo chiamano “magical negro”, ad ognuno il suo, per me un Campari col gin.

Sinister (Scott Derrickson, USA, 2012)

Consiglio la visione del bell’horror “Sinister”, che parla che c’è uno scrittore di trve crime che da lontano sembra uno di un telefilm che non ricordo, ma se si mette gli occhiali da vista sembra uno di un altro telefilm, ed infatti tutti lo odiano (la famiglia, i passanti, lo sceriffo, etc) ma lui resiste ed indaga su una bambina scomparsa, però è un inetto figlio di puttana e allora arriva Euronymous (sì) che gli brucia tutte le diapositive con quel fare bullo un po’ grim dell’Europa del nord e comincia a bersagliarlo con le stoviglie per motivi principalmente legati al look (perché ad ogni modo Euronymous ne aveva fatto una battaglia di civiltà sull’indossare il chiodo con le borchie), e lo scrittore invece se ne sta lì griffato Billabong quasi a lanciare una sfida, quindi Euronymous lo fa uccidere dai suoi stessi figli che poi porta con lui in un paese dell’est reduce da una feroce dittatura comunista di quelli che ha sempre amato lui, per prendere per il culo le persone affamate che soffrono, come un Trve Norwegian Cazzo Che Te Se Frega (TNCCTSF), ed io, io gli urlo: bravo amico, viva il metallo di colore.

The Possession (Ole Bornedal, USA, 2012)

Consiglio la visione del bell’horror “The Possession”, che parla che c’è una scatola che non je devi cacà er cazzo, scatola che è una scatola posseduta da un temibile demone maccabeo, e così le vicende si dipanano attraverso altre vicende che vertono costituzionalmente sul Male incarnato dalle donne, e se quindi la doppietta donna + scatola poteva sembrare inquietante, con la combo donna + scatola + demone siamo nel terrore puro, e questo implica rivolgersi, per l’esorcismo, a dei rabbini che però, al contrario del tuo vecchio curato di campagna, te danno in culo e foco a li capelli, ma poi alla fine un giovane wannabe rabbino scaccerà il demone con un rito segreto, e possiamo dunque dire che siamo sì davanti ad un pessimo film, ma che si compensa in giustizia poiché svetta il messaggio del regista (che è danese, e quindi verosimilmente sta mangiando del burro in questo esatto momento): chi dice donna dice pogrom.

Oculus (Mike Flanagan, USA, 2013)

Consiglio la visione del bell’horror “Oculus”, che parla che c’è un antico specchio che è un fijo de ‘na mignotta e ne combina di cotte e di crude, e generalmente inizia facendoti morire le piante e sparire il cane, poi da lì diventa stronzo forte e ti possiede e ti fa venire le allucinazioni e tu spari a tua moglie che si mangia i piatti, addenti una mela ma lui ti fa credere che è una lampadina, ti mostra tutti gli spettri della gente che ha ucciso e quando provi a difenderti scopri che invece hai ammazzato una persona che amavi, insomma proprio uno specchio del cazzo, che una ragazza (una fregna) e suo fratello (un fregnone) tenteranno in ogni modo di eliminare con le solite telecamere ed ogni dispositivo Apple in commercio, arrivando a dimostrare la tesi del regista, ossia che il MacBook è un ottimo computer, ma te lo sbatti proprio che al cazzo se io te schiero contro uno specchio maledetto 666.

The Descent (Neil Marshall, 2005, UK)

Consiglio la visione del bell’horror “The Descent”, che parla che c’è 5 fregne e una lesbica in uno chalet, e io le avrei castigate tutte (tranne la lesbica che aveva quel non so che da editoriale della Spinelli), solo che poi, conoscendomi, manco di autostima, quindi ne avrei puntata una sola (verosimilmente quella traumatizzata perché le è morta tutta la famiglia), e insomma questa forse me la sarei scopata, o forse no, forse ci avrei concluso solo qualcosa o forse avrei comunque avviato un rapporto che mi avrebbe portato a farmela successivamente, però, non essendo io nel film, le 5 fregne e la lesbica vanno in una grotta e muoiono tutte.

Le Origini del Male (John Pogue, USA, 2014)

Consiglio la visione del bell’horror “Le Origini del Male”, che parla che c’è una fregna pazza, ed un buffone che organizza tutto un esperimento pseudoscientifico solo per farsela, e si porta appresso un’altra fregna (ma meno di quella pazza), un ragazzotto vessato ed il Mago Galbusera, poi ci sono degli incendi e alla fine, paradossalmente, l’unico che riesce a scopare è proprio il Mago Galbusera, mentre noialtri s’attaccamo ar cazzo come al solito perché siamo pur sempre nel Kali Yuga.

Apartment 1312 (Michael Taverna, Canada, 2012)

Consiglio la visione del bell’horror “Apartment 1312”. che parla che c’è una fregna con la sorella fregna (Mischa Barton) e la madre anziana rockstar decaduta divorata dall’alcol e dalla follia ma tutto sommato ancora piacente ( = io con i soldi) che va a vivere in un appartamento dove c’è il fantasma di una ragazza (fregna pure lei) che si inserisce nella categoria dei Morti Matti Che Menano e fa scherzoni di dubbio gusto che si risolvono generalmente con il decesso del turlupinato di turno, ma, nonostante queste magnifiche premesse, è un film di merda e si stenta a finire di guardarlo, specie se ci sono io che ogni volta che un personaggio chiede «Chi c’è?» o «Chi sei?» (ossia ¼ del film) urlo «Er Cazzo Che Te Se Frega!» e poi rido da solo tossendo.

The Borderlands (Elliot Gardner, UK, 2013)

Consiglio la visione del bell’horror “The Borderlands”, che parla che c’è che non ho capito di che parla esattamente, ma forse in una chiesa di un paesello inglese (ma che in realtà è in Puglia) c’è stato un miracolo, o forse no, però un posacenere si è spostato da solo, ma forse era la mano di Dio, o forse un trucco, ed il Vaticano manda della gente a verificare l’evento, e questa gente è onesta, ma forse non lo è, e le loro telecamere riprendono delle cose, ma forse in verità non le riprendono, però ci sono dei suoni, ma può darsi che non ci siano affatto, e così i protagonisti arrivano a risolvere il mistero, che tecnicamente potrebbe non essere punto un mistero, ma le loro conclusioni, che potrebbero essere una cosa, come però anche un’altra, non le conosceremo mai perché muoiono tutti in un cunicolo senza motivo.

Cannibal (Marian Dora, Germania, 2006)

Consiglio la visione del bell’horror “Cannibal”, che parla che c’è il film tratto dalla storia vera di quel tizio, ricordi, che si è mangiato un altro tizio che però era d’accordissimo sull’esser mangiato (per ragioni sostanzialmente erotiche) da un tizio (quello tedesco) che però se lo sono bevuto, ed in pratica io (essendo comunque una storia vera) mi sono ritrovato come sempre ad essere solo nell’unico dibattito sull’omosessualità e sui diritti civili che mi sia mai interessato, e quindi ricapitolo brevemente:

  • NO ai matrimoni gay (sono sempre stato favorevole, ma poi avete talmente rotto il cazzo e frignato e fatto scenate, appunto, da froci, che adesso ve lo proibisco per dispetto);
  • SI al cannibalismo (attivo o passivo che sia);
  • NO ai film tedeschi (Fassbinder è morto e Buttgereit fa il pescatore);
  • SI ai sacrifici umani a ECCTSF (che non c’entra un cazzo ma c’entra sempre);

e insomma il film è consigliato solo chi vuole poter dire alla sua ragazza che continua a parlare: «Shhh, sto a guardà i cazzi».

Dark Circles (Paul Soter, USA, 2013)

Consiglio la visione del bell’horror “Dark Circles”, che parla che c’è ‘ste due merde che fanno un figlio e vanno a vivere in una casa in campagna assolutamente ciclopica dove la loro vita si trasforma rapidamente in un incubo perché c’è Moira Orfei nel sottolavello, ed il ragazzino (che è grasso) non dorme, e allora i genitori non dormono, e Moira fa i cosplay di “The Ring”, e loro non prendono alcuna iniziativa per tutto il film, non cercano nessuna spiegazione, non fanno un cazzo insomma, per poi scoprire che non c’era nessuno spettro e nessuna allucinazione: c’era davvero Moira Orfei nel sottolavello.

Darkness (Jaume Balaguerò, Spagna/USA, 2002)

Consiglio la visione del bell’horror “Darkness”, che parla che c’è Anna Paquin che ha una sorpresa – spoiler: una sorpresa = il cazzo.

Here Comes the Devil (Adriàn Garcìa Bogliano, Messico, 2013)

Consiglio la visione del bell’horror “Here Comes the Devil” (titolo originale: “Aj Aj el Diablo Cabron 666”) che parla che c’è una scena lesbo a buffo e poi una famiglia fa una gita nelle fratte a Tijuana (perché?) e mentre i bambini giocano con gli sterpi e i genitori fanno le porcherie in macchina (una Nissan Primera) parte un dirty talking scritto direttamente da quel serial killer sfigato che in realtà non è nemmeno un serial killer perché ha mietuto solo due vittime solo che erano bambini e quindi ha fatto scalpore, avevo letto un libro su di lui ma non ricordo il nome, però vabè intanto i bambini entrano nella grotta del Diavolo e li danno per dispersi, ma poi ritornano e allora tutti pensano che abbiano subito abusi sessuali, ed i genitori uccidono un guardone senza motivo e c’è la polizia e i colpi di scena e tutti i personaggi (anche quelli femminili) sono doppiati da Ligabue, e insomma tanto non si reggeva che ho bevuto e basta quindi ti dico come finisce secondo me: Il Diavolo se li scopa a tutti.

Liberaci dal Male (Scott Derrickson, USA, 2014)

Consiglio la visione del bell’horror “Liberaci dal Male”, che parla che c’è che durante la guerra in Iraq tre coglioni trovano una statuetta di Pazuzu e quando li rispediscono a casa sono indemoniati e parlano con i leoni e lanciano i ragazzini come se fossero Giovinco, poi c’è una allo zoo che scava con le mani cantando Break on through dei Doors (giuro) e le guardie pensano che è strafatta, ma un prete messicano dice «No, no, è posseduta dal Maligno, sennò chi cazzo ce faceva un film?», e così iniziano tutte le indagini alla ricerca del capo dei reduci indemoniati (che si chiama Santino) ed il detective si reinventa demonologo ed esorcista, quindi come sempre a noi adepti del Demonio lo stato ci sguinzaglia dietro sbirri e preti e noi ce ne freghiamo e carichiamo a pentacoli, ma tutto questo a mio avviso finisce per mettere in luce una grande mancanza da parte di tutti, 666 scritte e nemmeno una contro la guardia costiera, quegli scafisti col distintivo, tassisti di clandestini, nemici dell’Europa, e insomma il film finisce così, con me che urlo contro la guardia costiera.

Livide (Julien Maury, Alexandre Bustillo, Francia, 2011)

Consiglio la visione del bell’horror “Livide”, che parla che c’è una fregna indescrivibile con gli occhi spaiati da husky che deve prendersi cura di una vecchia costretta a letto con un respiratore fetish in una casa lussuosa, e come prima cosa mi spezza il cuore dandola via ad un pescatore che senza ragione alcuna decide che in quella casa c’è un tesoro che gli garantirebbe di essere ricchi per sempre, quindi, reclutato l’amico fregnone, partono tutti e tre per fregarsi il fantomatico tesoro ed io stappo 4 Peroni e mi scrocchio le dita augurandomi un massacro senza precedenti (come tutti gli innamorati rifiutati in favore dei pescatori), ed invece i tre merda trovano solo bambole, ballerine, marchingegni steampunk, pseudovampiri e insomma tutta roba che dei ladri seri dell’est si sarebbero sgobbati tempo 5′, lasciando così insoddisfatta la mia sete di vendetta, ma è un film da guardare insieme alla tua donna solo per sentire i commenti classici delle donne davanti alla perfezione femminile, tipo “sì, con quelle scarpe…”, “vabè, se a te piace una con quel mignolo della mano sinistra bene così…”, “no ma c’ha qualcosa in faccia che non mi convince…”, “non so, è strana…”, “ma dai, com’è vestita…”, “non dico che è brutta, ma non capisco che ci trovi di speciale…”, “è più bella Zarate…”, “fuori dal GRA non la conosce nessuno…”, e vabè mi fermo qui anche se potrei andare avanti per ore, tanto lo sai già come sono fatte.

The Woods (Lucky McKee, USA, 2006)

Consiglio la visione del bell’horror “The Woods”, che parla che c’è i boschi, ed una ragazza (piromane, come me) viene spedita in un collegio femminile dove ci sono bene o male parecchie fregne (old school, ché è ambientato nel ’65) e qui c’è il primo colpo di scena, che non voglio svelare nei dettagli per non rovinarvi la vita, ma diciamo che mi ha ricordato molto di quando una ragazza mi disse «Guarda che nello spogliatoio delle donne non succede quello che pensi tu», ma io ad oggi mi rifiuto di crederle e di credere anche a questo film dove nella camerata del collegio le ragazze dormono, oppure, anzi, ‘sta cosa è una perversione di quel collegio, dove infatti le tizie preferiscono andare a zonzo nel bosco (dove ovviamente vengono fatte a pezzi dai mostri del bosco 666, che poi sarebbero streghe, che però sono alberi), quindi, a rigor di logica, se quello è l’unico collegio dove le tizie muoiono incaprettate nel bosco, significa che in tutti gli altri va come dico io, e quindi che ho ragione io, e di conseguenza anche la ragazza dello spogliatoio si stava prendendo giuoco di me, ed ora all’improvviso l’universo mi appare meno meschino, e poi nel film c’è Bruce Campbell, tutti vogliono bene a Bruce Campbell.

Find Me (Andy Palmer, USA, 2014)

Consiglio la visione del bell’horror “Find Me”, che parla che c’è la solita coppia di merde che compra una casa enorme (che non era in vendita) per due spicci e un pacchetto de Pall Mall e ovviamente ci trova il solito fantasmino bipolare che fa i dispetti da cane, che in questo caso è una tizia che ripete «Find me…» finché a una certa, per vessare la coppia, si scopa il marito, e così sono molto concentrato nel valutare i pro e i contro di questa situazione mentre nel film continua a non succedere un cazzo, ma d’un tratto ecco la svolta: la moglie da bambina aveva una gemella di cui ha sempre taciuto l’esistenza a tutti (perché?), che mentre giocava a nascondino è scomparsa per esser poi ritrovata morta, ed è lei che infesta la casa della protagonista, e quindi a questo punto possiamo dire, a rigor di logica, che questo film narra di una donna che va a vivere in una casa infestata dall’anima de li mortacci sua.

La Stirpe del Male (Matt Bettinelli-Olpi, Tyler Gillet, USA, 2014)

Consiglio la visione del bell’horror “La Stirpe del Male”, che parla che c’è un film che vaffanculo e stai tipo un’ora ad urlare Chiellini pezzo di merda ma poi ci sono cose tipo:

  • un tassista che una volta ho incontrato a Reggio Emilia;
  • contro il prete non si hanno motivi né la galera ma l’ictus indotto inconsapevolmente perché porti in grembo l’Anticristo;
  • porti in grembo l’Anticristo;
  • se porti in grembo l’Anticristo sfondi i finestrini ai suv nei parcheggi;
  • i tassisti stanno preparando il terreno per la venuta dell’Anticristo (come sostenevo da tempo);
  • tutti gli ostetrici sono sempre conniventi con il Demonio quando ti insemina a tradimento (quindi anche il dottor Robinson);
  • non mi convincerete mai che la gravidanza ed il parto sono cose naturali, se fossimo persone civili faremmo le uova.

Dead Snow 2 – Red vs Dead (Tommy Wirkola, Norvegia, 2014)

Consiglio la visione del bell’horror “Dead Snow 2”, che parla che c’è tu che non hai un lavoro, perché se hai visto il primo dove c’erano gli zombi, la neve, le SS, la fregna (mi pare), insomma tutti gli elementi per un capolavoro ma faceva comunque schifo, se perseveri significa che non hai una vita, ma insomma malgrado l’inizio dove i nazizombi asfaltano le vecchie e decapitano i bambini, un gruppo di nerd (tra cui una fregna) fa risorgere gli zombi dell’Armata Rossa e ci si prepara allo scontro finale, dove però vincono i nazizombi perché hanno le uniformi bellissime ed il consueto carisma, e, al contrario dei sovietzombi che vengono risvegliati dai ragazzini, sono qui perché non avevano portato a termine un ordine di Hitler e la loro fedeltà vince la morte, ma poi il regista si accorge che sta scivolando pericolosamente in una grandiosa apologia del Terzo Reich, e si inventa tutta una cosa pesantemente diffamatoria sull’oro dei nazisti, e allora ti dico forte e chiaro: basta con la stronzata dell’oro dei nazisti, ai nazisti non fregava un cazzo dell’oro, gli interessava solo vestisse precisi.

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Et in Arcadia ego.

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Il buio è rischiarato dalla luce rossastra di una Lampan che si arrampica sulle pareti e avvolge lo stridore meccanico dei treni merci che transitano in stazione e mi verso altro Jim Beam e guardo fuori dalla finestra (i lampioni spenti come sentinelle autistiche e gli alberi morti e le piccole onde increspate nelle pozzanghere) e cerco di ricordare cos’è accaduto negli ultimi dieci anni, cosa ho fatto, cosa ho detto, ma il vuoto è assoluto, mentre tossisco e sputo sangue, e finisco il whiskey e torno a riempire il bicchiere e poi eccolo che arriva.
L’infarto.

Mentre ero a terra giungeva il suono attutito di Rags to riches di Tony Bennet ed ero piuttosto soddisfatto di andarmene così (solo e ubriaco, con una canzone a beffa), il petto che continuava ad esplodere adagio mentre invocavo ogni potenza infernale per farmi allungare Lucky Strike e Jim Beam e chiudere tutto in modo degno, ed una figura nera, longilinea, appariva come ritagliata nel bagliore cremisi della Lampan, mentre si avvicinava adagio.
Mi spiace, non bevo e non fumo.
Abbozza un sorriso.
Lovecraft, nerd di merda, fammi morire come sono vissuto.
Nel senso imprecando o ascoltando Tony Bennet?
Dammi. Un. Cazzo. Di. Whiskey.
Puoi prendertelo da solo visto che sei in piedi e stai applaudendo.
E sì, sono in piedi. E faccio quello che devo fare e Rags to riches sfuma e poi riparte ed è inutile sottolineare che lo stereo è spento.
Ma poi perché stavi applaudendo?
Ma quindi sono morto?
No.
Ho avuto un cazzo di infarto.
No.
Mi è esploso il petto.
Non hai avuto un infarto.
È quasi un anno che mi succedono cose del genere, ma mai come stanotte, stanotte era un infarto.
Non hai avuto un infarto.
Ma quindi è così l’Aldilà? Non cambia un cazzo, non c’è Satana, niente?
Non sei morto.
Nemmeno che sei su una strada desolata e nebbiosa da solo, tipo il film di Fulci?
Non sei morto.
Quindi la morte è una stronzata, è tipo un’operazione di marketing. Tutto l’hype della morte e poi invece ancora le stesse stronzate.
Non sei morto.
Che te ce giochi?
Non gioco.
Che cazzo fai tutto il giorno?
Scrivo.
Quanto se vede che non hai fatto la guerra.

La pioggia leggera del mattino scivola sui vetri delle finestre della sala d’attesa mentre osservo l’assembramento di anziani, meschinità e naftalina. La loro caratteristica principale è compiere ogni azione, ad esempio mangiare, in modo rapace e furtivo, sempre colpevole, sempre grottesco, ingordo ed ostile. Spero davvero di esser morto stanotte per non diventare mai così, penso, mentre afferro una rivista dalla pila (scoprendo che la magiostrina è un must-have in quanto passpartout dal mare alla città evocando un lifestyle new geisha smaccatamente jap un po’ trés chic un po’ vecchia Lombardia, se completato con vestaglia in versione yukata) e provo a scegliere con cura le parole da usare con il medico, una volta scartata di l’idea di entrare nello studio alle 10 del mattino, avvolto in una nube di Jim Beam, dicendo: «Ehm, salve, stanotte sono morto ma non è tipo cambiato un cazzo.»

Il problema, con noi vecchi ubriaconi, è che non ce ne frega un cazzo di niente e stiamo malissimo sempre, così quando poi stiamo male (che si configura come stare molto più male di quanto stiamo male normalmente) la colpa ricade sempre e comunque sull’alcol, e finisce che medici e medicine li vediamo solo al pronto soccorso se ci spacchiamo o ci spaccano – ogni altro genere di malattia non viene minimamente preso in considerazione.

Espresso del distributore ed eccoci in fila alla ASL, noi maschi bianchi eterosessuali, ed il nostro motto è «no, ma è meno de quattro dita». Gli anziani continuano a leccare furtivamente oggetti e complementi d’arredo, incolonnati in orizzontale anziché in verticale, e tra gli sguardi iniettati di sangue è chiaro come qui la vita umana valga un biglietto dell’eliminacode. Ma andate a zappare l’Alzheimer, penso.

Mi fermo in tutti i bar lungo la strada e in tutti i bar ordino Campari e gin e quando mi chiedono come va gli spiego che non ho capito se sono morto di infarto oppure no, che forse ho un’amnesia, che forse me s’è fregato Er Cazzo, che prendo un altro Campari e gin, che il pm nel leggere la sentenza a Schettino aveva recitato il mio epitaffio («fu un incauto idiota, Dio abbia pietà di lui, noi non possiamo»), che ho un po’ di begli horror da consigliare, che no, non ricordo nulla degli ultimi dieci anni, però i begli horror li avevo appuntati su un foglietto.

Plattenbau e cipressi, CUP e ASL, Tennent’s a nastro, zingari, un vento insolitamente freddo che fischia e lambisce il grigio dei palazzi e porta con sé l’odore resinoso degli alberi, e salgo le scale esterne coperte di cazzi e svastiche e lupetti a vernice spray e poi sono di nuovo in fila, dal cardiologo, ECG, abbastanza cavetti attaccati sul petto, come bocche di gomma o ventose di un tentacolo, che ci starebbe bene un theremin in sottofondo, ma a quanto pare non sono morto.
Lui guarda il tracciato (che mostra alcuni passi dell’Unaussprechlichen Kulten, ed una sorta di onda a dente di sega che sembra comporre le parole «tua madre doveva abortire») e sospira.
Pensavo mi avessero chiesto il conto di questi anni.
Lui inarcale sopracciglia, un misto di rimprovero e disprezzo.
Il conto lo paghi un pezzo alla volta.

ANAM. PAT. PROSS.: Insonnia – Abitud. Tabagica – Etilismo Cronico.
Cllo. Di tutti i fattori di rischio C.V.
Modificare lo stile di vita.
Compro una bottiglia di Jim Beam perché alla fine non ho un cazzo e me la scolo nel bagliore rosso della Lampan ascoltando i treni merci che passano e HPL che canta vittoria perché (dicono tutti che) sono vivo, ma ho delle analisi da fare e fisso il barattolo vuoto sul tavolo ed il barattolo fissa me ed il convoglio corre sui binari, dritto nella nebbia.

Esco con una busta, nella busta una scatola, nella scatola un barattolo, nel barattolo il piscio («quello del primo mattino»), quindi esco con una busta de piscio, piscio che sembra vino e probabilmente lo è, e mi tolgono sangue che sembra vino e probabilmente lo è, e quando nessuno vuole la mia comunione apro una bottiglia, mi siedo ed invoco ECCTSF, signore delle buste di piscio, monarca del vino in cartone, dio del sangue sui batuffoli di ovatta.

Campari e gin per la Rivoluzione. Il gin mi spacca lo stomaco ma tutti mi assicurano che sono i coloranti del Campari la merda vera, i coloranti e gli additivi.
Il colorante è naturale, protesto. E120, cocciniglia. Sono tipo insetti frullati. E poi mi rifiuto di addossare qualsiasi cosa al Campari. Cioè, Depero. Il Cabaret del Diavolo.
Ma il libro?
Che libro?
Non stavi a lavorà a un libro?
Adesso che ci penso… io nel 2015 non ho nemmeno mai letto un libro.

Poi mi rendo conto che non ho la più pallida idea di cosa sia accaduto nel mondo in tutto quest’anno. E nei nove precedenti.

Mi sforzo invano di pronunciare la parola «glutamiltranspepsidasi» (che tutti infatti si limitano a chiamare «gamma-GT»). Beh, Er Cazzo s’è fregato tutta la gamma. S’è fregato pure i globuli rossi. Le transaminasi stanno per invadere la Polonia.

Nemmeno il mio fegato ricorda nulla degli ultimi dieci anni. Le ricette cambiano da atassia – dispepsia ad epatopatia, il must have dell’estate.
Al bar prendo una Peroni e dovrei eliminare l’alcol e il 99% delle cose che mangio quando mi degno di mangiare e mi chiedo solo: ok, ma dopo che cazzo faccio?
Se stai così ti tocca smette, dice il tizio accanto, fissando i volti dei morti nel Campari. Ma poi ricominci.
A me piace questo limbo. Però sì, io appartengo all’Inferno. Facciamolo per l’Inferno, come la vedi?.
Fallo te, chi te se ‘ncula.

I bei tempi dei ditalini alle nostre Mary Jane fica rotta con le loro belle mutandine rosa sono finiti. Telefono (02.8556457) per trovare aiuto da chi di dovere, poi comincio la mia espiazione epatica.

La prima settimana leggo 4 o 5 romanzi. Poi alla seconda settimana non rido da due settimane. Alla terza, riesco per la prima volta ad aprire correttamente una confezione di pasta omofoba Barilla seguendo le deliranti istruzioni sulla scatola. Per il primo mese tutti i baristi della zona si stanno augurando che io sia a Regina Coeli e non a Prima Porta. A quel punto i ricordi tornano alla mente e mi accorgo che non avevo rimosso tutto, ma più semplicemente non c’era un cazzo da ricordare. Mi ero seduto a bere, fine. Ma anche il resto del mondo, non è che nel frattempo fosse andato troppo avanti, nella metro B ti sentivi ancora Gesù Cristo nella Salita al Calvario di Bosch, la gente, quand’era sola, aveva ancora paura degli spettri e del buio e del volto di Peter Quint alla finestra, ed io leggevo gli stessi cazzo di racconti di W.H. Hodgson di quando ero ragazzino e ascoltavo lo stesso cazzo di disco degli Exploited di quando ero ragazzino e la vita, la vita era una gigantesca operazione di marketing e restava solo la speranza che la morte fosse invece come l’abbiamo immaginata sempre, abbastanza cazzuta da farti stare anche un po’ senza bere, che poi diciamolo, quello nemmeno la fregna ci è mai riuscita.

E così, nel giorno più lungo dell’anno, si alzano i calici e comincia un’altra lunga estate della Curva del Male, nell’asfalto rovente di Roma est, negli ECG impazziti, nei temporali improvvisi del pomeriggio, nelle buste di piscio e nei culti impronunciabili, negli anziani che leccano Elle e nei treni notturni e nei fegati sacrificati ad ECCTSF, perché a noi della magiostrina non ce ne frega un cazzo,
Scontri!
Scontri!
Scontri!

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Quanta notte cieca.

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Quanta notte cieca e i lampioni spenti e l’asfalto bagnato e il vento è un rasoio, e quanta notte cieca e i trivi e i latrati e gli alberi morti, e quanta notte cieca e nero il cielo e nere le nubi e nubi e cielo si fondono, nero su nero, in un arcipelago di dissolvenze, e quanta notte cieca c’è nel cuore di Roma.
Ecco i ragazzi. Li trovi a quel tavolo. Campari e gin. Adidas bianche. Nelle tasche coltelli. La loro storia è tracciata sui muri. Ogni giorno muoiono, un’ora alla volta, un minuto alla volta, ogni istante è un frammento che sbiadisce e scompare. Il futuro è un ricordo dimenticato. Il tavolo ora è chiuso dentro il bar, luci spente come occhi ciechi, serranda abbassata. Il freddo, tutto intorno.
È Natale. Sfratti sospesi.
Da un anno ormai il circo arrivava ogni giorno nel quartiere. Polizia, vigili del fuoco, ambulanza. L’ufficiale giudiziario. Il fabbro. Autorevoli con le vedove in pensione di reversibilità. Era richiesta la massima collaborazione. Gli anziani subivano quel dispiegamento con un misto di terrore e umiliazione. Bastavano le parole «forza pubblica» per metterli in agitazione. Era il loro spauracchio, il mostro nell’armadio che un giorno sarebbe uscito fuori. Non conoscevano né leggi né norme né diritti, ma solo senso di colpa e timore dell’autorità. Il mondo che avevano contribuito a costruire per loro, per i loro figli, per i loro nipoti, si sgretolava sotto i loro piedi trascinandoli nell’epilogo.
I ragazzi chiedevano un altro Campari e gin mentre osservavano la loro zona, le strade che avevano percorso al punto di tracciare un confine invisibile che ne segnava il perimetro, mutare sempre più in fretta, secondo un progetto per il quale loro non erano inclusi, né desiderati. Erano entrati in un’epoca che non prevedeva la loro presenza. Dopo le feste quel mondo sarebbe cambiato, e quello che avevano conosciuto sarebbe terminato. Non si scomponevano. Quel giorno sarebbero tornati allo stesso tavolo, ed avrebbero ordinato un altro Campari e gin. Per smaltire le novità.
Ed è Natale qui ed è buio senza luminarie, e dopo l’ultima messa il silenzio è diventato assoluto e non senti brindisi e non senti bambini e non senti televisori a volume troppo alto e non senti risate alticce e la quiete è interrotta soltanto, a intervalli regolari, dai latrati dei cani. È Natale e qui ci siamo solo io e la notte e i fantasmi. Il whiskey.
Il whiskey è sempre di conforto nelle ore più tarde.
Gli spettri siedono in cerchio, ordinati, composti, senza emettere suoni. Il raschio dello Zippo, il bicchiere che batte sul tavolo e poi torna il silenzio e nel silenzio dei morti rimbombano le colpe dei vivi.
Sono arrivati come i fantasmi di Natale del Canto di Dickens, sono arrivati per processarti.
Dov’è tutto quello che avevi promesso?
Dov’è il coraggio, dov’è l’amore?
Dove sono le persone di cui avresti dovuto prenderti cura?
È Natale e cosa hai fatto quest’anno, ti sei indignato e poi hai sbavato rabbia e c’erano «i politici» ed erano «tutti ladri» e nel caffè volevi «la schiumetta» e hai votato e ti sei pentito e hai minacciato e il venerdì sciopero che si fa ponte, ti danno il panino e la bandierina, gita in pullman e chiami il piccolo imprenditore «padrone», e le tasse, solo tasse, tutte tasse, perché il «padrone» non le paga e devi pagarle tu e c’è il maltempo e la «bomba d’acqua» e il «dissesto idrogeologico» e «basterebbe ripulire quei tombini dalle foglie» e i cani sono meglio dei gatti, sono fedeli, ed è tutta colpa delle banche, è colpa di Equitalia, e c’è la crisi e la recessione e l’inflazione e lo dici e non sai che dici non sai com’è composto il Senato non sai che cos’è e poi c’è caldo ma non è caldo è l’umidità e le ferie e Lotito e Tavecchio e Ferrero e Thohir e AstroSamantha e Loris e Bossetti e la pensione non la vedrai mai e poi hai scoperto i dieci comandamenti e hai esclamato «bravo Roberto, spiegalo ai politici ‘non rubare!’» e tutti hanno avuto grande stima di te e c’era Hamas e dove cazzo sta la Siria e c’era l’Ucraina e c’era Putin e «i tagliagole dell’Isis» e il Papa bravo e «questo dura poco, vedrai» perché «questo lo fanno fuori» e ai Parioli battevano le ragazzine e c’erano i negri e i negri «porelli» però poi i negri «hanno rotto il cazzo» però «io non sono razzista, eh» e c’era Sky e da Mediaworld chiedevi al commesso come accendere il tablet e ogni giorno inventavi un nuovo articolo della Costituzione di merda e la Costituzione «più bella del mondo» legittimava o vietava tutto a seconda dei tuoi trip e tutti, tutti, tutti, tutti dovevano andare in galera, a vita, per l’eternità, al 41-bis, così avrebbero «imparato», ma tanto la verità era che «li fanno uscire il giorno dopo» e quindi servivano «plotoni d’esecuzione», guarda Schettino, e c’era Balotelli e c’era Prandelli e c’era il Brasile e c’era la Germania e la metro allagata e c’era Letta e il twerking e genitore 1 e 2 e avevi paura dell’Ebola e la mafia era ovunque, specie a Roma, ché «il pesce puzza dalla testa», e c’erano gli zingari con la loro meravigliosa cultura tzigana, rom, sinti e caminanti e violini e cavalli e danze e giostre e il sorriso dei bambini e poi selfie e la Grecia e la Troika e l’omofobia e la transofobia e le coppie di fatto e le adozioni e l’eterologa e il gender e le sentinelle in piedi e tu eri tua e il Moncler e il canone Rai e chi lo evade e il nazismo e il fascismo e il razzismo e i gatti sono meglio dei cani, sono indipendenti, e i suicidi e dopo l’Ebola la TBC e il tifo e torna la malaria e ricomincia l’Aids e Obama e Castro e scontri a Ferguson e ombrelli ad Hong Kong e la Merkel e Juncker e Syriza e Berlusconi e Ruby Ter e «marò assassini» ed eri un grande fan di Hoffman e Robin Williams e Mango e la Boschi e a Thor Sapienza erano tutti minorenni come Minala e a Thor Sapienza c’erano infiltrazioni neonazifasciste e poi c’era l’euro e l’Ue e dicevi «il nano» e dicevi «Renzusconi» e tutti ti trovavano arguto ma l’importante, la cosa fondamentale per te, era essere «onesto» e la tua «onestà» è rispettare meticolosamente tutte le regole che ritieni ingiuste e contro cui ti scagli a parole tutti i giorni e dare contro a chi le infrange o le aggira e sei il kapò di te stesso e questa sindrome di Stoccolma è stata il tuo anno, è il tuo mondo, questa è la tua vita, queste sono le tue idee, questo è il tuo presente e questo è ciò che hai seminato per chi verrà dopo di te.
Ed è Natale qui, Roma Est, tra il whiskey ed il buio e il silenzio e i morti seduti immobili, e mentre la fine ormai è arrivata, la vedi in viali, tutti alberati, si alza l’ennesimo bicchiere per brindare al regalo più bello ricevuto anche quest’anno – non essere te.

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Er gallo che te se frega.

pooo

NOTA – Questa è una storia vera. Ho taciuto nomi, date, indirizzi.
Non c’è un finale, perché questa vicenda va avanti tutt’oggi.

A Roma Est c’è un gallo su un albero.
È il 2013 sì, estate, e stiamo aspettando qualcuno, e qualcuno è in ritardo.
Rimango in piedi immobile, la testa alzata, gli occhi fissi sul volatile che non sa volare. Guardo gli altri e gli altri guardano il gallo. Dall’albero, il gallo guarda noi.
Perché c’è un gallo su un albero?, chiedo.
Uno si stringe nelle spalle, come rassegnato.
Un altro indica con il capo la fratta ai piedi dell’albero, le scatolette di cibo vuote lasciate dalle gattare per compensare la loro giovinezza di aborti seriali con i ferri da calza.
Se lo beccano i gatti de qua fa una brutta fine, dice.
Incrocio lo sguardo del gallo, che sembra vibrare.
Mica lo so, eh.
Gua’ che i gatti so’ stronzi.
Sì, lo so, ma ‘sto gallo… ‘sto gallo è salito su un albero.
Ma infatti come cazzo ha fatto?, chiede l’altro.
Ma n’è salito, è arrivato da sopra, da dietro… vedi là, c’è tipo un orticello de un vecchio, uno mezzo matto, se vede che c’avrà pure un gallo.
Indica un intrico di erbe infestanti e mucchi di terra che si estende fino ad una recinzione di ferro divelta. Lì si intravede la parte superiore di una baracca, sul retro. Una costruzione di lamiere, probabilmente un capanno per gli attrezzi, rovente sotto il sole estivo.
C’aveva un gallo.
Il gallo annuisce e la sua cresta rossa, ruvida, carnosa, oscilla leggermente, come cullata da una folata di vento che soffia solo per lei.
Ma no, ma se fa un salto ritorna sul quel tetto là de lamiera, un altro salto e ristà nell’orto.
Fisso il gallo, e l’impressione è che il gallo scuota la testa e per qualche ragione rabbrividisco.
Ha detto di no.
Chi?
Il gallo.
Il gallo annuisce, lentamente, tre volte, gli occhi fissi e così insolitamente piccoli, incastonati in quello scroto rosso e penzolante.
Accanna colla grappa a colazione.
‘Mbè comunque come cazzo c’è finito sul tetto, ha saltato due metri?, dice l’altro.
È una buona domanda.
Uhm, sì, ha senso.
E allora come cazzo sta là?
Boh, magari ce l’ha messo qualcuno.
Ma chi cazzo s’arrampica fino a là pe’ mette un gallo su un albero?
La gente se li scopa i galli, la gente si infila le pile stilo nel cazzo, mangia la merda, mangia altra gente, fa un sacco de cose abbastanza inesplicabili la gente.
Quindi uno s’arrampica, scavalca, entra nell’orto, ruba il gallo, torna fuori, mette er gallo sull’albero, e se ne va?
Beh perché non avrebbe dovuto farlo.
Magari perché non ha alcun senso.
Magari invece proprio per quello. Tipo una volta la ragazza m’ha stoppato che stavo a comprà un taser, m’ha fermato perché diceva che l’avrei provato su me stesso pe’ curiosità.
Er taser è infamità.
Sì, ma infatti lo volevo solo provà su me stesso per curiosità.
Il gallo scuote di nuovo la testa e c’è una sorta di mimica aristocratica nel suo gesto, una movenza altera e sprezzante.
No, dice che c’è salito da solo.
Faje ‘na foto co’ quei telefoni vostri che fanno le foto.
Restiamo in silenzio. Arriva il ritardatario.
Che cazzo state a fa’?
Stavamo a aspettà te, dovevi sta qua mezzora fa mortaccitua.
No colla testa alzata a guardà l’albero. Parete tre matti.
Ah. Perché sull’albero c’è un gallo.
Un gallo?
Guarda, indico.
Cazzo è vero, c’è un gallo.
Essì.
E perché c’è un gallo?
Il gallo emette un verso che risuona antico e paludoso nell’aria calda del mattino.
Ce lo stavamo chiedendo.
Ma soprattutto come cazzo c’è arrivato lassù?
Ce lo stavamo chiedendo.
S’è arrampicato.
Il gallo annuisce, il petto gonfio che sfuma in azzurro e poi dal piumaggio superiore color creta, come se terra e oceano si incontrassero in un limbo della Terra dominato da uccelli domestici.
No ma chiedo sul serio come cazzo c’è arrivato.
Allora, secondo lui s’è arrampicato, secondo me è saltato da… vedi quel tetto de lamiera dell’orto?
Sì.
E insomma è scappato dall’orto passando di là e s’è ritrovato inculato sull’albero. E secondo lui… ce l’ha messo qualcuno.
No mo’ pure secondo me s’è arrampicato, è vero che prima annuiva. Poi ha fatto quel verso poco fa.
Che verso?
Ha chiocciato, dico.
Eh?
Il verso del gallo. Il gallo chioccia, dico.
Ma che ne sai te dei galli mo’?
Aho, e cercalo su quei telefoni vostri che vanno su internet.
Mo’ lo cerco, dice, e si rivolge all’altro. Ok, secondo me è arrivato dal tetto e secondo loro s’è arrampicato. Secondo te?
Fissa il gallo e il gallo fissa lui, gonfiandosi.
Pure secondo me s’è arrampicato.
Te facevo una persona sensata, almeno te.
Sì lo so che i galli non s’arrampicano sugli alberi, ma ‘sto gallo non è normale.
Il gallo annuisce, come una visita inattesa dal regno di morti.
Ma lo vedi che ce risponde?, dice.
Il gallo annuisce, un istante in cui tutto si eclissa.
Ma pure te co’ ‘sta cazzata? Muove la testa come i galli, e poi sarà spaventato a sta’ lassù.
Il gallo scuote la testa.
Visto che ha detto de no?
Spè, ho cercato su internet, è vero che chioccia. Ma regà scusate che cambia tra gallo e pollo?
Niente.
Ma che niente, dico, er gallo è il pollo alpha, il pollo da monta, il pollo da combattimento.
Ma perché te sai le cose dei galli?
In inglese pollo è “chicken”, gallo è “cock”, e “cock” vordì pure cazzo, come “chick” vordì “pischella”, perché je butti er cock alla chick.
Ma ‘sti cazzi dell’inglesi, traditori d’Europa, bruciasse Liverpool, bruciasse Manchester.
Ok, se s’è arrampicato, da dove viene? Non ha senso la cosa mia dell’orto là dietro?
Il gallo annuisce nuovamente.
Sì, ha detto che viene da là.
Vabè, se è così parla direttamente cor gallo.
Non so, me sembra ostile.
Non sembra ostile, lo è, dico. Comunque “fare il gallo” è un’espressione italiana, e indica…
Sì, vabè vabè. Però è vero che è ostile.
Ma è un gallo, porca madonna.
Stacce.
Gallo, sei scappato dall’orto del vecchio?
Il gallo muove il capo ad indicare “sì”, mentre la coda trema come un carnevale nero attraversato dall’elettricità.
Perché?
Cosa?
No dicevo ar gallo.
Che cazzo de domanda è “perché?”, chiedije ‘na cosa che può risponde sì o no.
Non so che chiede.
Gallo, te se volevano magnà?, dico, aprendo i cancelli dell’Inferno.
No, risponde.
Te stava sul cazzo er vecchio?
“Sì”.
Allora… spè, ricapitolando… stavi nell’orto col vecchio ma te stava sul cazzo la sua compagnia e sei fuggito arrampicandoti sull’albero?
“Sì”.
E ora vivi sull’albero?
“No”.
Ma il vecchio così te ritrova e te riporta all’orto.
“No”.
Ma vuoi scende dall’albero? Te porto giù io?
Ahahah, te caschi da seduto ‘ndo cazzo vai sull’albero.
“No”, risponde il gallo.
Sta a aspettà er vecchio che se lo viè a riprende pe’ faje la pelle, ride uno.
“Sì”.
Vuoi uccidere il vecchio?
“Sì”.
È tipo un agguato?
“Sì”.
Spè regà… Gallo, stai ad aspettà che il vecchio te venga a riprende così lo fai cadè giù dall’albero e ce resta secco?, dico.
“Sì”.
Perché te sta sul cazzo?
“Sì”.
Ammazza che fijo de ‘na mignotta ‘sto gallo.
“Sì”.
Lo chiameremo Gran Gallo.
Ha detto di no.
Non c’ha gusto per le spillescion che ti mandano fuori di melone.
Niente sfitinzie troppo giuste per lui.
Che cazzo state a di’?
Gallo ma che c’hai che te rode così er culo?
Magari è cattivo e basta.
Il gallo annuisce.
Mortè.
Ma dopo che hai ammazzato er vecchio che fai?
Porco dio, domande che puoi risponde sì o no.
Dopo che hai fatto fuori il vecchio resti sull’albero?
“No”.
‘Ndo vai?
Ancora… sì o no, che cazzo de problema c’hai?
Ma poi hai intenzione di uccidere ancora?
“Sì”.
Porco dio ‘sto gallo è matto.
“Sì”.
Ma… ma vuoi uccidere anche noi?
“Sì”.
Perché?
Ancora…
Ce vuoi ammazzà a buffo?
“Sì”.
Per Satana?
“No”.
Perché te va così?
“Sì”.
Mavvaffanculo ‘sto merda.
C’ha ragione er gallo.
Non lo provocà.
Ma è un gallo, cazzo. Sta bene co’ ‘no spiedo ar culo in rosticceria, sai quanti ne ho mangiati de stronzi come lui?
In rosticceria fanno il pollo, non il gallo, il pollo, quello che piace a te e ai negri.
No a quella a Talenti fanno pure er galletto.
Mi’ nonna fa er cappone, n’è sempre gallo?
È un gallo vecchio e castrato, il cappone.
Ammazza che schifo, mica lo sapevo che era castrato.
Perché, te volevi magnà er cazzo?
Vabè, lui comunque è un gallo.
“No”, interviene il gallo, come un vilipendio del cadavere di Dio.
No cosa?
Non sei un gallo?
“No”.
E chi sei?
Er Diavolo?
La Morte?
I Bedemon?
“No”.
Spaccano i Bedemon.
Er cazzo?
“Sì”.
Sei er cazzo?
“Sì”.
Che cazzo?
‘Sto cazzo?
Il gallo chioccia il suo “no” nell’estate torrida dei morti.
Alla faccia der cazzo?
Oh dice de no…
Spè… spè… sei er cazzo amaro?
Cazzo duro e nessun futuro?
No, manco quello.
Boni… sei… ER CAZZO CHE TE SE FREGA?, domando, ripensando a qualcosa sepolto in un angolo buio della mente, qualcosa che non so identificare ma che è come se avesse dormito in silenzio da quando abbiamo visto il gallo, in attesa di essere risvegliato.
Il suo “sì” arriva come uno schianto, una collisione tra universi senza tempo che pullulano di piume e uova e granaglie.
ECCTSF? Sul serio sei ECCTSF?
“Sì”.
Eh?
Regà, ve spiego dopo, mo’ annamosene.
Perché?
Perché te spiego dopo ho detto.
Per il gallo?
N’è un gallo.
Vero, è er Cazzo.
Non è er Cazzo, è ECCTSF.
Ma che hai detto, pare che stai a vomità.
Quindi?
Daje andamo, ve spiego poi, ma qui è proprio da levasse letteralmente dar Cazzo, e veloci pure.
Ma sei serio?
Damoje retta lui è esoterico le sa ‘ste cose.
Ma veramente se ne stamo a annà?
No veramente è un’ora che dovevamo annassene, qua era solo la punta.
Pure questo è vero.
Avemo sbagliato l’approccio perché pensavamo fosse un gallo, dico, ma si può rimediare, giusto ECCTSF?
Ma che parola dice?
Boh.
“Sì”, risponde ECCTSF.
E come?
Riconoscendolo come dio e tributandogli offerte. Vero?
“Sì”.
Sì ma beninteso io lo faccio perché venero tutte le divinità malefiche, non per ricatto o codardia.
“Sì”.
Lancerò il tuo Culto Impuro, ECCTSF.
“Sì”.
Daje, viva l’orrore e l’ASR. A presto, andamo a prende le candele nere.
Annuisce. Alza un’ala e saluta, mentre ci avviamo nel sole di mezzogiorno.
C’è mancato tanto così che ce se fregava.
Dici? Secondo me ce s’è già fregati.

Questo è quello che è accaduto.

In quello spiazzo ci siamo tornati soltanto due volte. Una volta per controllare se ECCTSF fosse ancora lì. Non c’era. Un’altra per vederci chiaro con l’orto, ma non c’era nemmeno quello, soltanto la baracca di lamiere, vuota.
Il mio amico ha concluso di essersi sbagliato o confuso con qualcun altro. Il vecchio “mezzo matto” dell’orto non l’ha più rintracciato, ma dopotutto come rintracci un vecchio? Sono tutti uguali e puzzano allo stesso modo.

Su ECCTSF vorrei precisare che non si tratta ovviamente di un gallo. ECCTSF può manifestarsi in qualsiasi forma, e non saprei dire perché a noi sia apparso con quell’aspetto. Non ho trovato tracce di questa figura nella sterminata letteratura del paranormale, dell’occulto, delle religioni alternative, dell’antropologia. Quello che so, e che sapevo al momento dell’incontro, mi arrivato nei sogni, sogni di cui non è il momento di parlare.

TUKOECCTSF – The Unholy Kvlt Ov Er Cazzo Che Te Se Frega, è nato quel giorno e ad oggi va avanti, clandestino, indisturbato.
È l’unico modo che abbiamo per riuscire a dormire di notte.

ECCTSF

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Ma che freddo fa.

sotto
Ciò che gli uomini pensano della guerra non ha importanza, disse il giudice. La guerra perdura nel tempo. Tanto varrebbe chiedere agli uomini cosa pensano della pietra. La guerra c’è sempre stata. Prima che nascesse l’uomo, la guerra lo aspettava. Il mestiere per eccellenza attendeva il suo professionista per eccellenza. Così era e così sarà. Così e non diversamente.
(Meridiano di Sangue)

La Nera Estate dei Dispiaceri fu quella in cui gli italiani si accorsero che esiste la guerra, e decisero di intervenire facendo ciò che gli riusciva meglio: il tifo. Spesso l’appartenenza ad un fronte era motivata dalle complesse analisi geopolitiche di chi ignorava i nomi dei consiglieri del suo municipio ma conosceva ogni segreto del Medio Oriente, più spesso ancora da reazioni emotive scatenate dalla presa di coscienza che sì, in guerra anche i bambini potevano morire.
Come nelle famigerate Rivoluzioni Arancioni, il terreno di scontro erano i social network, dove gli eserciti si affrontavano duramente. C’era sangue sparso sulle bacheche. Bombardamenti. Macerie. Cadaveri (di bambini). Poi la fregna. La spiaggia. I fischiabotti di Hamas. Meme. Corpi straziati (di bambini). Il mare. Fosse comuni in Iraq. Gatti buffi. Civili morti in Ucraina. I cocktail dell’aperitivo via Instagram. Bandiere.
Si rincorrevano appelli a «resistere» e a «tenere duro». Si giurava «vendetta». Si cercava la «verità» in miriadi di link. La tecnologia di Google Translate abbatteva le barriere linguistiche dell’arabo e del cirillico, permettendo di prevedere i futuri scenari mondiali. La bandiera nera dell’Isis sventolava fiera al sole del genocidio. Chiunque avesse un’arma da fuoco poteva giurarlo: gliela aveva data George Soros. Alcuni assicuravano che uno stato fantasma specializzato in tirannia mondiale, che garantivano si chiamasse U$raele, era dietro tutto questo, protetto da media compiacenti e complici. Bono Vox si diceva fiero di Mateo Renzi. Molti auguravano stupri di gruppo a due ragazze italiane rapite, ma la maggior parte si limitava a lamentarsi per un eventuale riscatto, che sarebbe stato pagato «con i soldi dei contribuenti». «Ma la Cina», si chiedevano i più lungimiranti, «che cazzo fa?». Ci si improvvisava esperti di artiglieria pesante. Mi limitavo a far notare come la notte di Capodanno in Italia facesse più morti e feriti di un mese di raudi di Hamas. L’India era la vera incognita. Gli atlanti geografici andavano a ruba.
Le guerre in corso erano entrate tanto prepotentemente nel cuore degli italiani, da monopolizzare l’estate, lasciando quindi i cani in balia di padroni cinici, pronti ad abbandonarli sulla strada per il Salento. Le controversie sull’adozione alle famiglie gay erano state spazzate via da teste mozzate e crocifissioni: per i bambini si prevedeva un futuro molto più fosco dell’avere due papà. Le foto dei massacri a Gaza avevano quindi rimpiazzato quelle un po’ frì frì del mese passato. La tragica scomparsa di Robin Williams aveva gettato il paese nella disperazione, suonando come un funesto presagio. La notte di San Lorenzo le stelle erano spente, offuscate dalla «Superluna». Sotto gli ombrelloni si parlava di morte. Rispondevo sempre apatico: «Beh, ma vacci». Mi sentivo rispondere sempre: «Mo’ che c’entra». Le parole «movimento di opinione» mi riempivano d’angoscia. Ascoltavo i Peste Noire. Provavo a berci su.
Il pakistano da cui mi rifornivo di Peroni si era preso uno scagnozzo il cui «ciao bello» avrebbe gelato il sangue ad al-Baghdadi, e nei suoi occhi neri come l’inferno potevi leggere che per lui l’umanità si divideva in due categorie: quelli da stuprare e uccidere, e quelli da uccidere e stuprare. Lo trovavo ad ogni modo più sincero e rispettabile della maggior parte dei miei connazionali. Ero preoccupato per la loro nuova scoperta della guerra, perché di questo passo l’anno successivo sarebbero anche venuti a sapere anche cosa possono fare le donne con la bocca, entrando così in un tunnel senza uscita. I sentimenti usa e getta da social network, solitamente riservati a cuccioli, cronaca nera e scandali politici, avevano varcato un territorio sacro. L’emozione più spregevole di questo secolo, l’indignazione, lavorava incessante per abbassare il sangue dei caduti ai livelli degli sprechi di denaro pubblico da parte di un’élite crudele chiamata «Ka$ta». I media fornivano un’altalena di sentimenti non dissimili ad un mix di ansiolitici e SSRI. Era un’emotività monouso, che agiva, raggiungeva un climax e cominciava a spegnersi, per poi morire ed essere dimenticata, nel giro di mezzora. Si bevevano shottini di disgrazie. Il dolore era la nuova pornografia. L’inviolabile era diventato sguaiato. Un labrador sulla sedia a rotelle faceva «commuovere il web».
Su RaiNews24 scorrevano immagini di yazidi fatti stendere schiena a terra uno accanto all’altro in un campo, ed un miliziano che metodicamente avanzava sparando un colpo in testa ad ognuno. Non una voce, non un lamento, non un movimento, mentre mi chiedevo se nel nostro Occidente ci fosse almeno una persona in grado di morire con tanta compostezza. Avevamo perso ogni stile, posto che l’avessimo mai avuto, nati e cresciuti in mezzo ad abbastanza plastica da creare uno scudo sicuro verso il resto del mondo, quello senza buoni e cattivi, senza torto e ragione, senza dicotomie yankee, dove si combatte e si muore perché semplicemente combattere e morire è quello che fanno gli uomini, quello che hanno sempre fatto e sempre faranno. Erano bastati 70 anni di democrazia per distruggere un popolo e fornirgli la Marvel come chiave di lettura dell’animo umano. Ma chi muore per qualcosa, qualsiasi cosa, non ha bisogno di sentimenti usa e getta, non ha bisogno di indignazione, non ha bisogno del proprio sacrificio trattato come un aumento di tasse, sangue e oro sono e saranno sempre in conflitto e la promiscuità del mischiare i due piani è semplicemente umiliante per tutti, come l’idealizzare l’animo dei bambini, alla stregua di quello che avviene con i cani e i gatti, perché siete scemi e cercate isole di una purezza che non appartiene al cuore degli uomini, che è fatto di un terreno più duro, Louis.
E mentre si alza il vento l’estate continua, gelida, nera, insanguinata, e poi scivolerà nell’autunno che diventerà inverno, mentre dritti verso la rovina brinderemo col vinaccio alla pioggia e alla morte.
Buon Ferragosto dalla Curva del Male.

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La nera estate dei dispiaceri.

collasso

Cieli neri interminabili e immobili e autistici e viscosi che si depositano su tutto come una pioggia scura e asciutta che porta via il respiro.
Roma Est.
Cammini lungo la fila di negozi chiusi e sui muri svastiche e nomi di ragazzi e agli incroci vasi di fiori secchi, biglietti, fotografie. Dispiacere. È ovunque.
Sputi sangue.
Ma perché non vai dal medico?
Perché sto andando al bar.
E al bar ci sarà solo dispiacere intriso di cielo nero e proverai a non farti notare per non correre il rischio di parlare con qualcuno perché sai che ti direbbe cose aberranti e dovresti attingere al tuo repertorio di non-risposte. Ammazzare le conversazioni è comunque un’arte, una branca della retorica, stroncare sul nascere ogni forma di dialogo senza risultare scortese o disturbato oppure ostile. Sai che ti trovi in un momento delicatissimo per la nazione: dopo le elezioni, sotto i mondiali, ed è arrivata l’estate. Politica, calcio, vacanze. È troppo da gestire tutto insieme. Addirittura tre argomenti su cui mettere bocca. Su cui sviluppare delle convinzioni. Delle opinione decise. Poi tentare di diffonderle, e contemporaneamente difenderle.
Il confronto, o meglio, il «confronto civile», è quanto di più deleterio vi sia in giro attualmente, e non stupisce infatti che sia una pratica universalmente riconosciuta come sana, addirittura virtuosa.
Cosa dovresti rispondere a qualcuno convinto che casa te la fai con una stampante 3D? Che sostiene che Chiellini è un individuo rispettabile? Cosa puoi dire a una persona che va in crociera?

E sono seduto fuori dal bar con il cuore spezzato e bevo Peroni al tavolo di plastica rossa della Peroni quando mi  imbatto di nuovo in Claudiomageddon. Claudiomageddon mi fissa con occhi tristi quasi quanto i miei. Claudiomageddon è un labrador sulla sedia a rotelle. Non so come si chiami in realtà. La padrona lo trascina sempre su questa specie di carrozzina e lui sta là e pensa, oppure non pensa, butta giù appunti, legge. Gli occhi di Claudiomageddon sono quelli della rinuncia assoluta. Gli occhi della disfatta. Mentre ci guardiamo sotto i cieli neri del dispiacere qualcosa di malefico passa tra di noi. Odio e rancore che scandiscono le nostre vite storpie e ‘n po’ peones, e Claudiomageddon mi sta chiedendo un sacrificio, un sacrificio umano per riscattarle. Per obbedire a quel labrador crepuscolare e se vogliamo anche un pochetto orso decido di sacrificargli il primo stronzo che mi rivolge la parola, che parte con Renzi o i mondiali o il caldo, ed ecco lo stronzo che mi rivolge la parola, mentre entro nel bar per prendere un’altra Peroni. È seduto al tavolo. Legge il giornale. Ha un bicchiere accanto. Mi aggancia lo sguardo. Mi dice qualcosa.
Da qui in poi è una lunga discesa all’inferno.

– Eh?
– Ho detto: ma voi sempre co’ ‘ste Peroni state?
– Voi chi?
– Voi qua del quartiere.
– Io sono il Sacerdote di Claudiomageddon, non so’ voi qua del quartiere.
Avanzo verso di lui. Lancia un’occhiata al barista. Il barista se ne frega. Guardo fuori. Cludiomageddon è lì. Mi fissa. Gli faccio un cenno. Una tristezza infinita si deposita ovunque, come cenere.
– Ma io chiedevo per curiosità, eh, che qua vedo sempre tutti co’ ‘ste Peroni, mica te stavo a offende.
Pausa.
– Che è quello? – chiedo al tizio, indicando il suo bicchiere.
– ACE.
– E che è?
– Succo di frutta.
– ACE.
– Sì.
– Che frutto è l’ACE?
– È un mix. Arancia, carota, limone.
– La carota è un frutto?
– Vabè.
– E poi non dovrebbe essere ACL?
– No, l’acronimo è per le vitamine contenute.
– Le vitamine.
– Le vitamine, sì. A, C, E.
– Ma non ti accorgi che ti stanno fregando?
Sorride. Poi ci ripensa. Torna alla carica.
– Beh dai, tanto tu ti stai a prende un’altra Peroni, no?
Mi avvicino a lui, fissandolo, e mi limito a dire: – No.
Adesso però sono nella merda, devo pensare a qualcosa che non sia la Peroni.
– Prendo…
Pensa, cazzo.
– Prendo un Old Fashioned.
Bella mossa. Sofisticato.
– Cos’è?
– Cos’è.
– Eh, cos’è?
– È un cocktail.
– Ma qui non fanno cocktail.
Sospiro.
– Un Old Fashioned, – dico al barista.
– Cosa?
– Un Jim Beam.
– Uhmmm…
Il barista si volta ad osservare le fila di bottiglie. La fila di bottiglie osserva lui. Claudiomageddon, fuori, osserva tutti noi. Il barista indugia.
– Un Jack Daniel’s.
– Arriva.
E il JD arriva, ovviamente nel bicchiere sbagliato. Lo butto giù in una sorsata. Il tizio mi ignora e legge il giornale.
– Io ti uccido, – gli dico.
– Bravo.
Annichilito, vado alla cassa a pagare.
– Scusi, – mi dice il barista.
– Eh.
– Che mi aveva chiesto prima?
– Un Jim Beam.
– No, prima ancora.
– Un Old Fashioned.
– E che cos’è?
– Cos’è? È un cocktail.
– Ah ecco. È che qui non facciamo cocktail.
Sento il bastardo ridacchiare.
– Infatti ho chiesto un Jim Beam.
– Ha chiesto un Jack Daniel’s.
– Prima ho chiesto un Jim Beam.
– Eh, non ce l’abbiamo quello.
– Infatti ho chiesto un Jack Daniel’s.
Il barista mi consegna il resto in silenzio. Però mi sta sul cazzo che non ho preso la Peroni per colpa di quel figlio di puttana.
– Senti… dammi pure una Peroni da 75.
– Non ce l’abbiamo da 75.
Sento il bastardo ridacchiare.
– Ma che cazzo… dammi… dammi uno Strega… un Mistrà… un Petrus…
– Mistrà…. no Mistrà è finito… Strega aveva detto? Petrus?
– Dammi uno Strega, un Petrus, una Candolini.
Il barista alza il sopracciglio. Mi guarda dubbioso. Poi prepara tre bicchieri. Butto giù tutto. Pago.

Claudiomageddon non c’è più. Devo averlo deluso molto. Sento l’ira montarmi dentro il petto e l’alcol salire nella testa. Sento la voce di Claudiomageddon.
– Leggi Evola, – mi dice. – Uccidili tutti.
– Perché?
– Cosa? – domanda il barista.
– No, non dicevo a te. Anzi, senti, famme un China Martini, un Di Saronno e una Ferrochina.
– Ok…
– Uccidili tutti, sfogati per una buona volta.
Mando giù il China Martini e sbatto il bicchiere sul bancone e faccio un verso e mi pulisco la bocca con il dorso della mano. Sì, come nei film di Sergio Leone.
– Allora, – inizio a dire agli astanti, tenendo in mano l’amaro, deciso a farla finita, – lo sapevo che vincevamo ma me fa cacà uguale, cioè veramente io secondo te me metto a sperà che segna Candreva? Io il massimo che posso auspicare per un mondiale è che De Rossi sfasci qualcuno in modo plateale, tipo McBride, però se proprio vogliamo parlà del calcio di Prandelli allora forte e chiaro ce potevo sta io là in mezzo alla sottocultura di donne col cazzo che ballano a fa’ l’allenatore, allora ascoltatemi ragazzi, specie tu Paletta, che non so chi cazzo tu sia, e specie te Chiellini, non ride da solo perché hai gli scarpini spaiati, brutta merda… allora, giochiamo di possesso palla perché sono un vigliacco, il piano è che ve la passate tra voi fino allo sfinimento dell’avversario, poi fate un lancio lungo a Mario e tu… vedi di non stare già in fuorigioco come i regazzini che se mettono fissi davanti al palo fatto con le giacche, pure perché sei qui solo per motivi politici e io idem, salti te, salto io, capito? E tu ascolta Daniè, non cedere alle provocazioni di quel leprecano di Rooney, tieni pur sempre a mente che i suoi connazionali chiamano la nostra città «stab city», quindi insomma se je rode er culo c’ha pure ragione, se non fosse che un inglese ha sempre torto a prescindere… poi oh regà, se Mario sta troppo a ride perché c’ha gli scarpini spaiati pure lui, fate un gol della Juve e vaffanculo, ok? E ultima cosa, occhio al fisioterapista, te danno omicidio colposo.
– Ma che sta a di?
– Non lo so.
– Ma ce l’ha con noi?
– …KUOLEMACLAUDIOMAGEDDONFHTAGN!
– Pare che sta a urlà contro il frigo delle birre.
– No ammazza ma questa è mentalità, bello, cazzo, e te famme al volo un amaro Averna, un’anisetta e un latte di suocera, se non ce l’hai un punch al mandarino, e insomma stavo a di’ bello, alla fine la domanda è: preferisci essere Casillas, che torna in albergo sconfitto ma con quella fregna della ragazza ad attenderlo, oppure Robben, che torna in albergo vittorioso e trova ad attenderlo solo una pila di vinili happycore e una brutta astinenza da droghe sintetiche? Perché io te dico Robben tutta la vita, se non mi segui su questo non hai capito un cazzo e infatti qua si va dritti al discorso elezioni europee e te rendi conto che quel parlamento è a Bruxelles? Che cazzo è Bruxelles? Dov’è? Che cazzo è il Belgio? Che è Strasburgo? Che vuole? Ma ci sta ai mondiali? Ci sta il Lussemburgo? Ma hai visto come funziona il parlamento o sei grillino e pensavi che vai là da solo e urli ro-do-tà, ro-do-tà? Non capisci che è strutturato in modo che non possa esistere una maggioranza quando l’unico scopo del parlamento nelle civiltà progredite è ottenere una maggioranza assoluta per cambiare la costituzione e vietare le successive elezioni? Ma la storia non vi ha insegnato un cazzo? E scusa, me fai pure un Punt e Mes, una sambuca Mlinari se non c’hai il Mistrà e un rosolio all’anguria? Sempre che non ti secchi troppo perché devi chiudere il bar per un mese per andare a «Sharm», che poi che cazzo è «Sharm»? Ma vai a Lampedusa, no? Oppure te, colla faccia niente vacanze, inseguo il mio sogno, ‘ndo vai, a Londra? A fa’ che, la pizza? E falla alla Garbatella la pizza no, falla sulla Prenestina, ‘ndo vai a Londra che sai di’ solo alòvviu alle turiste in centro? Sai che c’è, se non fossi ubriaco vi ammazzerei tutti e due inaugurando con il vostro sangue l’Impuro Culto di Claudiomageddon.
Sospiro.

Esco dal bar sconfitto, senza dire un’altra parola. La gente che parla. Ero uno di loro.
Non sono esattamente depresso, diciamo piuttosto che di notte ascolto le Ronettes e piango. Di notte penso a quando eravamo giovani, quando stavamo spaccati al pronto soccorso e ridevamo comunque per i cartelli con scritto «Cappella». Fuochi d’artificio rischiarano il cielo. Il dispiacere è ovunque ma la gente in strada non sembra accorgersene. Non del tutto. Hanno ancora qualcosa a cui aggrapparsi. E la speranza che quel qualcosa non lo perderanno. Ma lo perderanno. Quando arriverà il collasso definitivo sarà una grande festa per noi che abbiamo già perso tutto. Noi, i cuori spezzati di Roma, siamo già schierati da tempo.

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Febbraio.

birra

Stappavo la prima birra al mattino presto. Lo stomaco gonfio era lì a testimoniarlo. Mi svegliavo all’alba, con il televisore acceso che mandava canzoncine ridicole, sigle di cartoni animati (notai che il trend dei politici italiani era citare Peppa Pig in battute che non facevano ridere), e già nell’alzarmi dal letto la giornata aveva assunto i contorni della farsa. Ero stanco, ero debole, e il Diavolo era dappertutto.
Le persone oscillavano tra una mesta docilità, una rabbia inespressa (Facebook era diventato la valvola di sfogo della nazione) ed il caratteristico vittimismo.
Gli sfoghi cominciavano solitamente con le parole «dovrebbero» o «bisognerebbe». Chi sarebbe stato il salvatore, o i salvatori, non era dato saperlo. Spesso era genericamente «la gente» che «vedrai tu quando…». Il «quando» fissava una prospettiva fosca (quando non ci sarà più da mangiare, quando staremo tutti per strada, quando avremo toccato il fondo) oppure un decisivo momento di rottura (quando ci saremo rotti il cazzo, quando ci sveglieremo). Lì ci sarebbe stata la «rivoluzione». Ci sarebbero stati «linciaggi» e «bazooka». Li saremmo (chi?) «andati a prendere».
(Tutta l’azione si sarebbe svolta a Palazzo Montecitorio, perché la prospettiva critica non individuava altre centrali di potere al di fuori di quella).
– Cosa… devi fare… tu?, – mi limitavo a balbettare.
A questo si aggiungeva un bombardamento mediatico che forgiava le menti e le coscienze, riportando tutti sul giusto binario del «dialogo». Era indispensabile essere «civili». Essere «pazienti». Qualsiasi cosa che uscisse dagli steccati costruiti dai media era liquidato (e condannato) come «violenza». Non sapevo come, ma la dottrina giornalistica si sposava perfettamente con gli eccidi del «quando».
– Alle consultazioni ha sbagliato, – dicevano, – doveva farlo parlare.
– Tu vagheggiavi di sparargli con un AK-47.
– È una questione di responsabilità.
– Tu. Volevi. Ucciderlo.
(«Responsabilità» era in effetti una delle parole d’ordine da qualche anno: bisognava «lavorare» e «concentrarsi» sui «problemi reali del paese», perché solo così «ne saremmo usciti», ed ogni deviazione era una mancanza di «responsabilità»).
«Vergogna» e «dignità» continuavano ad essere i termini più apprezzati mentre mi trascinavo stanco nel negozio di alimentari sotto casa.
– Ieri… navitto, – mi diceva il pakistano.
– Eh?
– Ieri… navitto.
– Visto? Cosa?
– Ieri… navitto… te.
– Ah.
– Dov’eri?
Già, dov’ero?
Mentre bevevo guardavo intontito le immagini delle rivolte in Ucraina scorrere sullo schermo del televisore.
Kiev neve e fuoco. Kiev calor bianco.
I TG dicevano tutto ed il contrario di tutto perché non sapevano bene che posizione prendere – erano dilaniati tra la generica linea anti-russa e la presenza in piazza di nazionalisti. Così la rivolta era opera di «neonazisti». Poco dopo era di «cittadini che chiedono di entrare in Europa». Nessuno ci faceva caso.
Il mondo a volte spariva e calava un sipario nero. A mezzanotte compariva il Diavolo.
(«Sto lavorando, sto lavorando…» era il mio mantra, l’autoassoluzione per tutto).
Ma c’erano «segnali di ripresa». Eravamo «fuori dalla recessione» e quasi «fuori dalla crisi» (se fossimo stati civili, se fossimo stati responsabili). Ogni settimana veniva vagheggiato un nuovo reato ideologico.
Quotidianamente ci spiegavano come avevamo sbagliato tutto (millenni di civiltà) ed eravamo «inadeguati». Eravamo in un momento storico (detto «il giorno d’oggi») in cui il mondo «era cambiato» e dovevamo adattarci. A dimostrarlo, c’era il fatto che «all’estero» non erano come noi –  «all’estero» era un «paese civile», una nazione fantasma perfetta, una Eldorado dove il «progresso» aveva annullato ogni conflitto sociale.
Gli spot pubblicitari avrebbero dovuto comprendere famiglie gay. Bambini down. Persone «di colore». Soltanto così (guardando due tizi che cucinano la pasta) avremmo «superato i pregiudizi».
Mentre stappavo l’ennesima birra (mangiavo sì e no una volta al giorno) pensavo a come mi ero stufato di pormi come Il Male, perennemente in conflitto con tutto questo, in conflitto con tutti, un antagonismo sterile e infantile e autodistruttivo («è perché mi state sul cazzo», spiegavo, «e il Diavolo marcia con me»).
Sullo schermo del televisore, le onnipresenti pubblicità che chiedevano soldi per dei ragazzini africani.
I giorni si accavallavano e si confondevano. «Sto lavorando», continuavo a ripetere. Ero entrato nella camera ardente ed avevo notato un avvitatore elettrico distrattamente abbandonato in un angolo, ed avevo pensato che quell’istantanea racchiudeva tutto il senso assoluto della morte. Mi ero convinto che un quadro (uno stencil su una sottile tavola di legno) fosse maledetto e di notte lo fissavo nella luce azzurra del televisore e c’era il Diavolo. Passavo le serate a bere e guardare Seratissima I Robinson su K2, e le puntate che avevo guardato da ubriaco venivano replicate la sera successiva quando sarei stato più o meno sobrio.
«È un sistema perfetto», avevo commentato.
Il «cyberbullismo» era la nuova piaga sociale. Adolescenti si suicidavano quasi quotidianamente perché «su siti web dove si può scrivere di tutto» ricevevano insulti da parte di «vigliacchi protetti dall’anonimato». L’eroina era ovunque e «gli esperti» (c’erano sempre esperti per ogni cosa) parlavano di «ricorsi ventennali delle droghe». Twitter scandiva la dialettica (140 caratteri, hashtag) dei dibattiti del momento. Tutti erano incollati al proprio tablet o al proprio smartphone intenti a «whatsappare» e scattare «selfie». Ma «la rete» era presentata come una giungla inesplorata e pericolosa, dove si annidavano pericoli (il più temuto: i «neonazisti»).
Il fascismo dominava l’Italia. Ogni polemica si risolveva in reciproche accuse di «squadrismo». La «democrazia» era costantemente in pericolo (da qui i reati ideologici: per preservarla). La «ludopatia» stava conducendo nell’abisso milioni di famiglie. Halloween aveva ormai sostituito il Carnevale. Lo spettro della Grecia era sempre presente.
Avevo smesso di pormi domande e procedevo per inerzia. Le persone in strada avevano gli occhi bassi ed un’aura di rassegnazione. L’intero paese sembrava giunto al termine di una relazione – quando nessuno dei due ha il coraggio di lasciare l’altro e la storia va avanti per un po’ malgrado sia finita, e gli istanti in cui sembra funzionare di nuovo servono solo a ricordarti quello che hai perduto.
(E questa rassegnazione, troppo evidente per essere ignorata dei media, era presentata come il terreno fertile che avrebbe permesso la presa di potere dei «neonazisti»).
Nel Lazio erano scomparse più di 6000 persone in quarant’anni. La «transofobia» serpeggiava. I giovani continuavano a morire per «il folle gioco alcolico dei social network». «L’ombra del satanismo» incombeva e c’erano stati furti nelle chiese e profazioni. Conservare il «rispetto delle istituzioni» era il limite di critica superato il quale si sfociava nello «squadrismo». «Gender» era la parola chiave.
A Roma era arrivata una strana primavera (è l’estate, fredda, dei morti) e dovevo sbarazzarmi di quel quadro e camminavo nel sole con la busta di birre e l’antagonismo sterile, infantile, autodistruttivo, e la sera l’avrei passata con Bill Cosby, perché alla fine mi state sul cazzo, e perché il Diavolo marcia con me.

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