Il ritmo nel suolo.

peronigrandi

I – Il sangue contro l’oro.

Piove morte e vado al bar, e al bar parlano tutti di politica. Una volta era diverso, si parlava dell’AS Roma. C’era sì la politica, ma si concentrava unicamente in insulti a caso a Berlusconi (che poi tutti però votavano, altrimenti non si spiega) e qualche spunto più prettamente novecentesco sui ritardi di Trenitalia o il freschetto della Siberia, ma niente di più.
Oggi invece la chiacchiera da bar si concentra su una sorta di follia omicida direttamente proporzionale al proprio pianger miseria. Come dire, siamo persone che stiamo male.
Ma io ero fresco di combo Tavernello + Porta a Porta, e grazie ai miei brillanti meccanismi cognitivi basati sull’intuizione ero certo di esser venuto a capo di tutte le faccende relative al nuovo esecutivo politico, ed in grado di rasserenare gli animi di quei beoni con velleità terroristiche. Come si dice, dalle Peroni grandi derivano grandi responsabilità, quindi stappo un’altra birra e improvviso il mio comizio con quel fare da Monaco 1923.
«Vedete amici,» dico, «dovete calmarvi ed avere fiducia. E scrollarvi di dosso quest’ansia post-voto. Anche perché al governo non c’è nessuno che avete votato. Lo so, lo so, la crisi, mille aziende che chiudono ogni giorno, suicidi a raffica, disoccupazione, stiamo tutti con le pezze al culo e fuori dall’Europa League. Ma questo governo non è composto da vecchi politici, tantomeno da tecnici. È la Società Civile, cazzo. Ed hanno una ricetta per uscire dalla crisi. No, non altre tasse. Per rimetterci in piedi serve soltanto una legge che punisca la transofobia, inasprire le pene per chi spara alla moglie, arrestare la gente che smadonna su Facebook… e… lo ius soli.»

E vabè, è finita che in quel bar non posso tornarci.
Non dovevo dire ius soli.
Cazzo.

II – Il ritmo contro il sangue.

Infatti c’è questo nuovo ministro africano che fa molto parlare di sé a causa della portata rivoluzionaria delle sue tesi basate su un rigido principio di non contraddizione.
Io non mi sento del tutto italiana, dice.
Beh ovvio, sei congolese. Nata in Congo da genitori congolesi. Che cazzo ci stai a fare il ministro qui capisco che è meglio non approfondirlo.
Perché gli italiani, vedete, sono tutti meticci.
Certo, il classico meticciato di chi nasce in Italia da genitori italiani.
Quindi per questa nuova legge vorrei come testimonial (mai visto un testimonial per una legge? Che cazzo è una tinta della Garnier?) Mario Balotelli, che è un perfetto esempio di meticcio.
Certo, il classico meticciato di chi nasce in Italia da genitori ghanesi.
Perché se nasci in Italia sei italiano.
Ma lei non è nata in Italia, però vaglielo a spiegare.
E va abolito il reato di clandestinità.
Ovvero i confini della nazione, sì.
Quindi cittadinanza subito a tutti.
Ooook.

Certo che tornarsene in Congo (“rape capital of the world” – Washington Post) ad aiutare le donne o anzi mettere a frutto la propria laurea in medicina (quinto paese al mondo per mortalità infantile sotto i 5 anni) sarebbe più costruttivo che restare qui ad occupare un ministero inutile inventato di sana pianta durante la parentesi Monti.

III – Rhytm’n'Boden.

Normalmente una persona che dice certe stronzate verrebbe ignorata e/o derisa, ma siamo in Italia, il bel paese del lavaggio del cervello, degli intellettuali analfabeti fermi al ’68, dell’ingiustizia sociale, dei media asserviti e criminali, della repressione e di un senso di colpa artificiale ed artificioso secondo solo a quello della Germania.
Quindi si parte con un bombardamento di messaggi deliranti volti unicamente ad annichilire la gente:

Tu sei italiano, re della pizza e della mafia e del mandolino e non vali un cazzo, magari un’orda di africani ti eleverebbero un po’.
Tu sei italiano, vivi in uno dei paesi più sviluppati e industrializzati e ricchi dell’Occidente, quindi se non accogli chi sta peggio di te sei una merda.
Tu sei italiano, sei emigrato sempre ovunque prima di spassartela con le leggi razziali, quindi adesso paga pegno.
Tu sei italiano, ma cittadino del mondo, sei colto, laureato, vieni dalla culla della civiltà e dell’arte, quindi aiuta il progresso globale.
Tu sei italiano, il terrone d’Europa, sei un redneck analfabeta che odia e teme qualsiasi persona non provenga dal buco di mille anime in cui sei nato, quindi benvenuto nel 2013 e impara a stare al mondo.

Sorvolando sulle contraddizioni insensate, questo è il succo della propaganda. E la gente ci casca, eh. Tanto che parlare di nazione ed identità in Italia è ridicolo, perché suscita sempre quel feeling patriottardo da mazziniano alienato o da gita a Predappio. O da fan di Povia.
La cosa divertente è che se “Italia” non dice un cazzo quasi a nessuno, quando scendi nei localismi siamo tutti esasperatamente fanatici. Te lo immagini un fuorisede pugliese che esce dalla Sapienza e si autoproclama romano, che risate? Te lo immagini un napoletano a Verona? E un veronese a Napoli?
Mettici poi il tifo calcistico (che sia da Sky o dalla curva poco cambia) e vedi che razza di bestie siamo.

IV – Il ritmo dell’oro.

Infatti provocano.
All’inizio sembra ti sputino addosso con nonachalance, ma poi ti accorgi che c’è una certa veemenza, ed un certo compiacimento, nel farlo. Vogliono proprio farti rodere il culo. Aspettano che sbrocchi, aspettano un raptus anni ’90, aspettano che per ripicca gli copri i muri di svastiche e scritte negri raus. Aspettano che rispondi male, che alzi la voce, alzi le mani, fai qualche cazzata. Aspettano di schiaffarti in cella e sui giornali ed avere una scusa.
E battono sulla parola magica: razzismo.
“Razzismo” che la Treccani definisce così: Ideologia, teoria e prassi politica e sociale fondata sull’arbitrario presupposto dell’esistenza di razze umane biologicamente e storicamente «superiori», destinate al comando, e di altre «inferiori», destinate alla sottomissione, e intesa, con discriminazioni e persecuzioni contro di queste, e persino con il genocidio, a conservare la «purezza» e ad assicurare il predominio assoluto della pretesa razza superiore (…).
Ora, io dubito che la vecchia alla fermata dell’autobus critichi l’immigrazione sostenendo che i cingalesi sono biologicamente inferiori a noi italiani, che, storicamente superiori, siamo destinati al comando della costa sud-orientale del subcontinente indiano.
Ma la risposta sarà: razzista. Una parola che ormai significa ogni cosa, che puoi infilare ovunque, tipo cazzo, ma rappresenta il peggior marchio. Allora aspettano che, esasperato, gli urli sì, sono razzista, e vattene affanculo te e i negri amici tua!, così possono riempire le prime pagine di allarmi sociali sull’intolleranza e correre ai ripari, ossia promuovere la cultura della solidarietà e dell’integrazione, ossia stanziare decine e decine di migliaia di euro di fondi pubblici che finiscono in tasca alle varie onlus e fondazioni farlocche che ingrassano col business dell’immigrazione.

V – Sangue e Povia.

Tutto qua il giochetto, tutto qua lo scopo. Aggiungici solo un piccolo dato geopolitico, ovvero che il continente nero è destinato a diventare giallo, perché è in Africa che la Cina sta investendo ed è lì che sta spostando milioni di contadini. E gli africani da qualche parte dovranno andare, no?

Contro questi parassiti sfruttatori, la Curva del Male si trincera ordunque dietro le nere insegne dell’Hellcommander Povia, che con la sua marcia (la Marcia su Povia) condurrà l’Italia verso il suo destino radioso ed il compimento della sua missione storica consistente nell’avere un becco con cui rodere il fegato dei suoi nemici nonché stapparci le birre.

E non ci date a bere niente che non sia Peroni da 66, quindi la vostra retorica vittimista e perbene che funziona così bene con la stampa potete ficcarvela tutta nel culo perché noi siamo il Male e tutte le etichette peggiori che potete appiccicarci le prendiamo come medaglie.

Viva Satana e Pazuzu.

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Volevo un gatto nero.

gatti

Duemila chilometri andata e ritorno, lavoro perduto, matrimonio finito, matricola abrasa, videopoker, vecchiaia alle porte, a casa con i tuoi.
Seul contre Tous. Taxi Driver.

Travis Bickle senza auto, senza soldi, senza Vietnam. Travis Bickle che sbaglia bersaglio. Travis che perde, Travis senza epilogo da eroe.
Di Travis: solitudine, odio, capolinea.

Me ne vado al bar per non sentire le stronzate del politico non eletto, del giornalista servo. Ordino Peroni.
Il bar: solitudine, odio, capolinea.

Sai che c’è, quando provi a seccare Obama ti sputano in faccia persino i nazisti dell’Illinois. Ogni nazione ha i suoi malcontenti, i suoi scontri, le sue divisioni, le sue schifezze. Ed ogni nazione ha il suo prestigio, il suo rispetto, le sue istituzioni.
L’Italia, dal canto suo, ha soltanto coda di paglia e leccaculo.
Il fatto che qualcuno abbia pensato di andare a fare una strage durante il giuramento dei nuovi ministri al Quirinale, non ha sorpreso né scandalizzato nessuno, potenziali bersagli in primis. Come se fossero perfettamente consapevoli di essere odiati, letteralmente, a morte, con tanti saluti alla retorica del c’è stato un effettivo distacco tra le istituzioni ed i cittadini. Da parte loro non c’è stata nessuna presa di coscienza, nessun passo indietro, nessuna illuminazione. Anzi hanno rilanciato, con più arroganza che mai, strumentalizzando l’accaduto, additando (con quel tanto di perifrasi che ti scampa dalla querela) il M5S come una sorta di mandante morale. Il vento dell’antipolitica.
Un MoVimento così innocuo ed incapace che pure con un terzo dell’elettorato è stato completamente estromesso da tutti i giochi e da tutte le spartizioni.
Ma le parole, attenti alle parole.
Con Alemanno, il sindaco peggiore della storia di Roma, in prima fila a farsi la campagna elettorale.

Questo ovviamente sulla pelle di un ragazzo con le gambe spezzate. E di un uomo che forse morirà, forse addirittura peggio, che su Facebook aderiva a Raccolta firme per Proposta di Legge su Riduzione Stipendi Parlamentari, si incazzava perché sui ministeri sventolano tricolori strappati, che scriveva di «povera gente italiana che è veramente bisognosa».
Ossia uno che, beffa nella beffa, la pensava suppergiù come chi gli ha sparato.
E la pallottola se l’è presa per parare il culo a te.

Te che mentre la tua nazione annaspa proponi come soluzione d’emergenza: subito la cittadinanza a tutti i figli di immigrati.

Ed io devo stare attento alle parole? Che sono pietre?

Con i vostri giornalisti a libro paga che non hanno saputo tirar fuori di meglio che la campagna mediatica adesso però non diciamo che il tizio ha fatto bene? Cos’è, un’implicita ammissione del fatto che gli italiani vi odiano e nemmeno troppo a torto? Mentre gongolate che ora avete la scusa per farvi aumentare la scorta, che se girate dieci minuti da soli vi menano tutti? 

E allora solo gatti neri, agili, randagi, scattanti. Solo gatti neri, senza casa, non sterilizzati, soli. Che mangiano le scatolette di Whiskas lasciate dalle gattare, ma non si fanno accarezzare da nessuno.
Tre cose sanno fare: ignorarti, scappare e strapparti gli occhi.

E intanto l’Italia andava a picco affogata nella sua pazzia.
Noi, solo Peroni rotte e 666.
E i gatti.
Neri.
Neri.

Frantumo la bottiglia sull’asfalto e tutti i gatti neri mi osservano in silenzio accovacciati sulle auto bruciate mentre il tramonto tinge di rosso la strada.
In giro, la gente si uccideva, si impiccava, si dava fuoco. Le serrande dei negozi erano tutte abbassate e coperte di svastiche. Le donne abortivano. Ci scattavamo fotografie senza mai sorridere. Tutti camminavano oscillando, imbottiti di Tavor, vino, droghe, lo sguardo fisso a terra. Cortei funebri si alternavano.

I gatti neri ci fissavano con occhi antichi e ostili e iridati come gli epiloghi insondati degli oceani. E come l’oceano, la loro immobilità intrisa di silenzio era attraversata dal vento, rilasciando energia cinetica in un chiassoso moto perpetuo. La loro placida irrequietezza era priva di rive su cui morire. L’elettricità che li attraversava era dissimulata dal proprio equilibrio inalterabile e si riversava nei loro sguardi ondivaghi, densi di azioni taciute e pronte e rapide come la loro differente percezione dello scorrere del tempo.
Le nostre vite si intrecciavano nello stesso ruolo di comparse in un funerale eterno.

Finisco di bere, scaglio a terra la bottiglia vuota e mi incammino nel sole che muore verso un’altra cerimonia. Rapidi come le ombre che scorrono, i gatti lasciano i loro posti e senza produrre nessun suono si avviano dietro di me.
Volevo un gatto nero.
Nero.
Nero.

Mi hai dato un gatto bianco, ma io faccio come cazzo mi pare.

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Peroni rotte e Sei Sei Sei Manifesto.

peronirotte

L’aria satura di locuste, le urla – il suono si propagava riecheggiando nei corridoi di cemento, l’eco delle voci eroso dal frinire insistente che sfregiava le facciate grigie di calcestruzzo armato per schiantarsi come vetri rotti sull’asfalto bagnato e rovente.
Apribottiglie in tasca. Stappi. Brindi. Bevi. Frantumi.
Avanzavamo nella primavera già appassita, lasciavamo i nostri feretri d’asfalto per entrare in sentieri sterrati che si inerpicavano desolati fuori dalla civiltà in declino. Al fianco delle strade, del traffico, si schiudevano scenari inediti di un nuovo degrado, nuovi pericoli, nuove civiltà. Resti di insediamenti, rituali, scopate, spazzatura, bottiglie.
Ricercavamo l’abbandono, i ruderi, il margine estremo da infestare. Su e giù per binari morti, stazioni dismesse, in cerca di un limite ultimo, una soglia da varcare.
La vita come effrazione.
La vita come Viale del Tramonto – il flashback di un morto.

Inquieti. Irrequieti. Sfascia tutto e dagli fuoco.
Una volta mica era così.
Eravamo ragazzi di quartiere, ragazzi che tengono agli amici e alla famiglia. Ragazzi semplici, che facevano cose alla Transilvanian Hunger, ossia prendere in mano un candelabro e urlare. Ragazzi sempre pronti a scherzare, come quando cantavamo a Bersani: mi dimetto solo se, se è il compleanno di Hitler. Pronti a giocare persino durante le sedute spiritiche («Oddio, ma è un ectoplasma?» «No, ti sto venendo in bocca»). Ma anche ragazzi di sani principi, come quando scrivevamo a quella spia di Doraemon Gatto Spaziale per te ci son le lame.
Ed ora invece eccoci qui, con un’unica missione nella vita: spaccare bottiglie.
Ma che cazzo di missione è?
Seriamente.
Tanto valeva arruolarsi nei Pony Express e ripetere compulsivamente libidine coi fiocchi.

L’Europa, l’Europa che avevamo amato ed eletto a mito mobilitante, era morta sotto il giogo degli Austro-Ungarici, e tra le macerie dell’Italia si aggirava una Gioventù Nera che ribadiva il suo ruolo nella storia spaccando Peroni vuote. Cimiteri di bottiglie infrante, cocci che adornavano gli angoli delle periferie (tanto l’Ama qui non ci viene) lasciati a memoria per i posteri come resti di templi pagani.
Quello che facevamo non aveva alcun senso, ma avevamo letto abbastanza libri da infondergli significati metastorici complessi per poi interrompere bruscamente il nostro eloquio e ribadire, in modo contraddittorio, che l’assenza di significato era il fulcro del nostro agire.
La verità è che eravamo cattivi e basta.
Avevamo rifiutato tutto ciò che ci era stato dato e tutto ciò che ci era stato offerto perché semplicemente ci pesava il culo a vivere.
La nostra rivolta si esplicava nel non fare un cazzo e odiare tutti.
Questo genere di non-attività implica l’impossibilità di riscatto, redenzione, catarsi.

Odiare tutti era un altro esercizio assolutamente privo di scopo, tanto più che il nostro odio comportava unicamente una bieca indifferenza verso il prossimo. Ma anche l’odiare tutti poteva essere ammantato di motivazioni che spaziavano dal ragionevole al sublime.
La verità, come sempre, è che ci stavi sul cazzo a pelle.
I don’t care about you dei Fear scandiva la nostra giovinezza.
Oscillavamo tra scheda bianca e scheda nulla.
Disprezzavamo le parole “nichilismo”, “disagio”, “provocazione”.
I nostri sorrisi erano rictus.
Avevamo tutti un amico immaginario, un attore di fiction tedesche di nome Raus Bova.

Intanto, il mondo intorno a noi cambiava, la società si trasformava. Noi eravamo sempre gli stessi, ci limitavamo ad invecchiare. Male e troppo in fretta. L’assoluta mancanza di un obiettivo da conseguire ci teneva prigionieri di un loop eterno di vetri infranti.
La decadenza della nuova Weimar rinfoltì le nostre schiere. Orde di giovani abbandonavano speranze ed ambizioni, traditi e spinti ai margini da apparati ed oligarchie che ne avevano cannibalizzato i sogni.
Ma per noi era diverso. I nostri unici sogni erano sempre stati incubi orribili. Ci limitavamo a bere qualsiasi cosa tranne l’Amaro del Finanziere, per poi spaccare la bottiglia.
A modo nostro eravamo felici.
Galleggiavamo, galleggiavamo tutti.

Dipingemmo di nero uno stendardo e tracciammo la via.
Il nostro fair play: Peroni rotte e Sei Sei Sei.

Fu così che interrompemmo ogni genere di dialogo (posto che mai ci fosse stato) con la realtà attorno a noi.

La prima pioggia di primavera era insolitamente fredda mentre avanzavamo nell’erba bruciata, tra carcasse, alberi morti, lande che si aprivano a perdita d’occhio a pochi metri dalla strada, distese che divenivano rifugio di pazzi e di mostri, tra casali diroccati e case stregate, posti in cui l’unica vita rimasta era la presenza impalpabile degli spettri.

Camminiamo lenti, in fila indiana, dietro lo stendardo nero, la Morte in testa a farci strada.
E morte le foglie a terra, bagnate di pioggia, sembrano locuste schiacciate, sembrano compost, e tutto il resto si eclissa, svanisce, e resta soltanto il tuo red carpet marcito, soltanto le foglie morte, perché in fondo è così che ti senti, no?

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Reich Privé – Ti presento Svart Jugend.

Qui l’intervista, che si occupa di argomenti sublimi come ad esempio abolire la pizza.

darrè

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I Mostri Pazzi Che Bruciano Le Cose 0002 – Trailer.

Se sei epilettico evita. Lascia caricare. Apri a tutto schermo.
Bell’affare risorgere.

 

I Mostri Pazzi Che Bruciano Le Cose 0002 – Trailer. from mostripazzi666 on Vimeo.

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Propaganda 22.

propaganda 22 - 25-3-12

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Propaganda 21.

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Propaganda 20.

propaganda 20 - 16-3-13

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Ti porterò da Sandro Autoricambi, dove il sangue piove per sempre.

sv1

«Le opere d’arte che richiedono una quantità esagerata di spiegazioni non capiteranno mai più tra le mani dei cittadini tedeschi»
Jim Morrison

Ci sono giorni in cui odio tutti quelli che non sono Dave Lombardo nel 1990. Quindi anche Dave Lombardo stesso. Giorni in cui mozzerei le dita a tutti quelli che non stanno suonando il riff di Dead Skin Mask. Perché, ammettilo, suonare qualcosa dopo Seasons in the Abyss non ha senso, è come quegli scemi che provano a scrivere dopo Meridiano di Sangue (io) o quelle troie che si sfregiano la fregna con i cocci di vetro e poi al pronto soccorso dicono: «Stavo citando Bergman».

Ed in uno di questi cupi Lombardo Days, mentre bevevo Tavernello davanti a Sandro Autoricambi e parlavo da solo («non so che cazzo fai tu nei sogni, ma io danzo coi morti in quelli di Tom Araya») ho avuto un’illuminazione.

Ricordai una mattina in cui andai a scuola (alle medie) avvolto in un’orribile t-shirt degli Slayer, ed un mio amico, Avid Sibelius Folliero, mi accolse sconvolto.
«Noooooo», disse, «i Slaie sonnazzziii!».
«Guarda», replicai, «ho basato la mia intera esistenza su War Ensemble

(Non è vero: le risposte perfette non ti escono mai sul momento, quindi probabilmente venni soltanto sodomizzato da uno dei bidelli, o da entrambi)

L’illuminazione, mentre farfugliavo di spiriti condannati a marcire davanti a Sandro Autoricambi, fu questa: povero Sibelius, non era colpa sua.
Ma di Dylan Dog.
E Dylan Dog si scopava la madre.
(Vedi nn. 25 e 100)

La mia nuova teoria quindi è che se sei quello che sei (uno stronzo), è perché ti sei bruciato il cervello con Dylan Dog anziché con gli Slayer.
Dylan Dog, il fumetto moralista, l’horror politicamente corretto.
Inglese, ex guardia, amico delle guardie (che poi che cazzo è una polizia che se chiama Cortile di Scozia?), astemio, pedante. Il vero mostro è il politico perbenista (con la faccia di Bossi che invoca leggi razziali), il vero mostro è il vivisettore sadico, il vero mostro è il passante indifferente. Non che io abbia tutte ‘ste frequentazioni di parlamentari e ricercatori della P&G, ma cazzo, l’hai mai visto Yog-Sothoth?
(Io sì, e fu orribile: «Ah bello, batti 666!» «Come cazzo lo batto er 666?» «Ah già, c’hai le mani.»)

Dylan Dog, pacifista, qualunquista, «Ma Dylan come Bob Dylan?» «No, come Dylan di Beverly Hills», il bastardo sei tu che li abbandoni, usa sempre il preservativo quando ti inculi tuo figlio, non farti in vena a stomaco vuoto, eh.

«Nessun fantasma ispettore, era un cazzone del Ku Klux Klan.»
«Pensa te, old boy: porco dio.»
«Non sono stati gli spettri, ma l’intolleranza, ad ucciderli.»
«Nulla è peggiore dell’odio, old boy: porco dio.»

Dylan Dog, che Per Non Dimenticare gira su un’auto disegnata da Hitler. Che ammazza tutti ma gira disarmato perché è pacifista. Dylan Dog che la solitudine è il vero orrore. Dici? Ma l’hai mai visto Sandro Autoricambi?
(Io sì, e fu orribile: bevevo Tavernello e balbettavo versi degli Slayer contro Dylan Dog)
Hai mai passato una giornata a compilare sudoku di soli 666?
(Io sì, e fu orribile: dove cazzo stava Yog-Sothoth una volta che era utile?)
Ma soprattutto: scopri che ti sei scopato tua madre e fai spallucce. Abbi almeno la decenza di cavarti gli occhi con le forbici e vincere Sanremo come tutti i ciechi.

 Tutto il sistema di pensiero messo in piedi da questo inglese incoerente con la camicia di Garibaldi è più imbarazzante di quando incontri la vicina mentre compri palle di Natale al negozio dei cinesi («Ah, fai l’albero?» «No, le bombe carta»). Davvero le tue storie horror hanno come scopo non spaventarmi o indirizzarmi all’omicidio seriale, ma bensì farmi sentire in colpa se non passo un’euro alla zingara nella Metro B?
‘Ste cose mi traumatizzano tipo quando ho letto Uomini che odiano le donne, che fa talmente cagare che l’autore infatti è morto.


E così, mentre stendevo il programma del mio nuovo movimento, Ariani Armati per Tabacci (in realtà avevo scarabocchiato unicamente «Secondo te è più utile un F-35 o il Parlamento?», «Solo Gordon Ramsey può giudicarmi» e «Jovanardi pederasta» su un tovagliolo sporco), ho dovuto mollare tutto per incazzarmi con Dylan Dog. Con nuove vette di intolleranza, perché quando poi mi rode il culo non ti perdono nulla. Non come agli Slayer, che gli passi pure la foto del back di Reign in Blood dove sventolano fierissimi tre lattine piccole di Stella Artois – almeno quattro, cazzo, almeno una a testa.
Ecco perché Dave Lombardo se ne era andato.

 Allora entro nel bar senza pantaloni, al ralenti, con sotto Jumpin’ Jack Flash, ed ordino una Peroni, l’apostrofo svarte tra le parole South of Heaven, chiedendomi che c’è che non va in chi non vorrebbe vedere Dylan Dog preso a calci in culo da Frodo e Jax Teller che lo scambiano per un tifoso del Millwall.

 Vago, inquietato dai manifesti di Les Misérables, fino a tornare davanti a Sandro Autoricambi, e me ne resto lì, sotto il sangue scrosciante, a bere e a pensare al cazzo di Magalli, piccolo e anche dolce, dolce e anche fresco, fresco e anche forte, forte e anche bianco, bianco e anche colorato, ma colorato e anche fruttato, ma fruttato e anche divertente, divertente e anche differente, differente e anche runico, che mi fa fibrillare e intenerire e alla fine una cosa di Dylan Dog la salvo proprio in virtù del potere terapeutico che ha su di me il cazzo di Magalli quando bevo sotto un diluvio di sangue davanti a Sandro Autoricambi pensando a Dylan Dog, ma malgrado questo mio piccolo gesto pacifico mi metto a vomitare perché m’è andata di traverso la vita perché i morti hanno preso la mia anima e la tentazione ha perso ogni controllo.

 Ah, Avid Sibelius Folliero è morto pure lui e la cosa che salvo è questa:

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Propaganda 19.

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