La gente muore, le cose spariscono.

– Da qui in poi è messico, mr. Thornton.
– Qual’è la città più vicina qui?
– Agua Verde.
– Che c’è ad aAgua Verde?
– Messicani.

(Il mucchio selvaggio – 1969)

«Sei un coglione».
Harvey continua ad insultarmi. Una cosa assolutamente gratutia. Se ne sta lì affacciato al balcone del palazzo di fronte, a ululare quando passa un’ambulanza.
«Sei solo un fallito del cazzo», mi fa.
Sto iniziando a considerare l’ipotesi di farlo fuori. Polpette piene di chiodi. Mazza da baseball. Una bella bistecca siringata di cianuro. Ma il figlio di puttana legge nel pensiero.
«Non ci riusciresti mai, cazzone. Mi limiterei a strapparti le palle a morsi».
C’è stato un momento della mia vita in cui ero convinto che Harvey avesse un certo senso dell’umorismo. Magari lo aveva davvero. Adesso ha preso a fare il duro. Dovrà aver visto qualche cazzata in televisione.
«Sei solo un vecchio labrador rincoglionito», gli grido, «e piantala con quella stronzata che sei immortale!»
Harvey in tutta risposta si mette ad ululare. Così, per darmi fastidio. Come se non bastasse l’accampamento di creature infernali che ho in casa. Lancio la sigaretta. Sbatto la finestra. É lo stesso cane-demone che ha fatto impazzire David Berkowitz, il Figlio di Sam, ma con me non attacca: ho un caso da risolvere.
Pesco una birra dal frigo e mi siedo.
Harvey ulula. Bevo la birra.
Fuori piove.

Sento il bigis, il mio assistente, e mi dice che deve vedere una squinzia. Così la chiama: squinzia.
Il mondo sta andando a puttane.
«Spero di riuscire a farmela».
Grugnisco e gli spiego che non c’è tempo per correre dietro alle ragazzine. Che gli affari vanno di merda. Che se non chiudiamo il caso alla svelta le cose si metteranno male. Che la pista che stavamo seguendo si è rivelata un bluff. Che il nostro cliente, Mr. X, mi rompe il cazzo e minaccia di smollare le indagini a qualcun altro.
Mr. X è il cattivo di Tigerman. Il classico tipo che è meglio non fare incazzare.
«Tranquillo, entro stasera dovrei avere qualche informazione interessante da portarti».
E attacca.
Scendo nella pioggia al bar degli ubriaconi e investo 2,50 € per una Peroni da 66 cl. Il tizio alla cassa, alto, grassoccio, sui 30, mi guarda in modo strano, poi mi chiede se voglio un bicchiere e fa per aprirmi la birra. Lo blocco. Gli dico che il bicchiere non serve. Quel tizio mi puzza e in questo mestiere il sesto senso è tutto. Vado a sedermi fuori dal bar, nella fila di tavolini di plastica gialla, griffati Algida, invasi di vecchi nasi rossi che bevono sambuca e leggono il giornale.
Stappo la birra, mando giù un sorso, ogni tanto mi guardo alle spalle, lancio un’occhiata al tizio al bancone. Lui non se ne accorge o fa finta di niente. Rutto. Guardo la pioggia.
Un vecchio mi dice «salute» e ridacchia e aggiunge qualcosa di biascicato e incomprensibile sulle anatre che migrano. Lì noto che la fermata dell’autobus, quella sul marciapiede davanti al bar degli ubriaconi, non c’è più. Sparita, puff, svanita nel nulla. Lo dico al vecchio.
«Hai ragione,» tossicchia, «la gente muore, le cose spariscono. Funziona così».
Intanto, continua a piovere.

La soundtrack di questa esasperazione neurologica nell’autunno di roma è Naar Skogen Lokker dei Grenjar.

Questa voce è stata pubblicata in Anti-Life. Contrassegna il permalink.