Io e Lovecraft 3MsC.

Ho trascorso l’intera estate in compagnia di Howard Phillips Lovecraft, vivo solo a metà. Gran parte delle nostre forze si consumava nel sederci e nel camminare. Il nostro sistema nervoso era in uno stato di deperimento totale, ed eravamo completamente abbrutiti ed apatici, tranne quando incappavamo in qualcosa che ci interessava particolarmente. Tipo i panda.
Quei fottuti musi gialli hanno capito tutto, dice Howie, vivere è un abominio, l’esistenza, per un umano quanto per un mammifero appartenente alla famiglia degli Ursidi, è una gogna.
Cioè?
Cioè, mi dice, i panda hanno ragione a volersi estinguere. Verosimilmente sono entrati in contatto con un’intelligenza aliena mostruosa e antichissima e hanno realizzato che razza di obbrobrio sia la nascita. Hanno smesso di fottere, hanno smesso di mangiare, aspettano la fine.
Questa è una delle ragioni per cui chiamo Howie “Maestro”. Mi alzo annuendo, stupito dalla sua rivelazione, e vado al frigo, ma il frigo è vuoto e piove sangue e nitrisco pianissimo per la delusione.
Cazzo, è finita la birra e mi pesa il culo pure a mettermi la maglietta e scende al bar.
Dovresti pensare meno a bere.
Eh?
Dovresti pensare meno a bere.
Perché?
Si configura come un bisogno. Oltre a essere molto poco vittoriano da parte tua, ti intrattiene troppo.
E che dovrei fare?
Morire.
Uh. Già.
Pausa.
Scopare nada, eh?
È solo una funzione biologica. Una funzione biologica.
Ma a me piace.
Se avessi visto una massa protoplasmatica da cui spuntavano centinaia di tentacoli di diversa grandezza, con una testa che mutava continuamente forma passando da una protuberanza amorfa a un simulacro di testa umana, e da cui spuntava un singolo e malevolo occhio, la penseresti diversamente.
Ok, Maestro.
Howie ne sa una più di Belial.

Mando giù un bicchiere di Jim Beam mentre Howie è intento a scrivere una lunga e-mail a Houllebeq, di cui riesco a intravedere solo l’oggetto. Fioco risucchio melmoso. Per quando il Maestro si stacca dal pc, sono sbronzo e sto ascoltando un demo dei Nadiwrath.
Ho preso due singole a Innsmouth per questo weekend, dice Howie.
Oh cazzo.
Cosa?
Ma non possiamo andà a Maccarese come tutti?
No. Abbassa il volume. Comunque no.
Ma ci so’ tutti quegli uomini pesce del cazzo, le ragazze fanno schifo, c’hanno le branchie!
Sempre meglio che mostruosi e nebulosi abbozzi di pitecantropo e ameba, vagamente plasmati in qualche limo fetido e viscoso prodotto dalla corruzione della terra.
Ma dici i negri?
Sì. Esatto. Bravo. Somaro.
Howie, come ogni gentiluomo vittoriano reduce dalla città-cadavere, da incubo, chiamata R’lyeh, è profondamente razzista.
Nelle stazioni balneari del Sud, dice il Maestro, ai negri non è consentito frequentare le spiagge. Ti sembra possibile immaginare un gruppo di persone sensibili ed educate costrette a farsi il bagno in mezzo a un’orda di scimpanzè bisunti?
Ma non siamo in Alabama negli anni ’20.
Me ne frego, dice Howie, e getta un’occhiata sprezzante alla pila di romanzi di King. Io vado a Innsmouth, se non vuoi venire disdico una stanza.
No, no, vabbè, ma mi porto i panini, che io in quelle locande di mostri pesce del cazzo non ci mangio.
La nostra esistenza animale fa schifo.
Ok Maestro.

Restiamo seduti in balcone, io a bere, Howie a leggere vecchi numeri di Weird Tales, aprendo bocca solo ogni tanto per discutere di visioni così terrificanti della realtà e del posto che noi occu­piamo in essa, che o impazziremo per la rivelazione o fuggiremo dalla luce mortale nella pace e nella sicurezza di una nuova età oscura.

La soundtrack di questa estate contro il mondo, contro la vita, è Wrathrash degli Orcustus.

 

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