L’ultimo esorcismo: quando il Diavolo NON si chiava tua figlia.

L’ultimo esorcismo è un film un po’ del cazzo. Io volevo un bel filmaccio di ragazzine che si contorcono e s’ingozzano di crocifissi e parlano in growling e imbarazzano i preti di turno con velate allusioni sessuali tipo chiavami!, e mi ritrovo con un’equipe di stronzi che deve scoprire chi si è fatto chi, manco fosse la redazione di Eva3000.
La storia narra di un bambino-pastore yankee che fa le messe yankee, quelle hip-hop dove la gente obesa salta e grida Alleluja! e applaude (cosa?) e sono tutti felici fino al giorno dell’infarto, questi pescivendoli refrattari a Santa Romana Chiesa, onorata società dove invece le funzioni sono funeral doom, inesorabili, pregne di lingue morte, innaffiate d’incenso cimiteriale e contrizione anti-umana. Insomma, questo pezzo di stronzo del pastore è in verità soltanto un farabutto che fa esorcismi per scherzo senza rispettare scale gerarchiche e consulenze psichiatriche, e soprattutto senza credere negli esorcismi. Allora raduna una truppa di bifolchi colle telecamere per svelare al mondo che l’esorcismo è una bufala, che è solo uno psicodramma white trash di sodomiti del profondo Sud, e alla prima chiamata che riceve (“il mio bestiame muore, è stato il Diavolo”) decide di recarsi con i suoi nuovi amici a infinocchiare il gonzo di turno. Il tutto nella ridente Lousiana, una terra che tutti conosciamo solo per: gli alligatori, il voodoo, l’uragano Katrina, gli Eyehategod, il tasso di analfabetismo.
I tre cazzari si mettono in viaggio, e dopo essere stati presi a sassate da un bambino disturbato, approdano nella fattoria del Demonio, dove un rude alcolizzato tiene la figlia segregata dal mondo per non farla prendere dalle forze del Male, che però a quanto pare se ne sbattono il cazzo e se la ficcano lo stesso. Mia figlia, asserisce convinto il redneck, di notte scanna il bestiame e poi lo dimentica. E quindi conosciamo la figlia, una sciacquetta con piglio vittoriano terrorizzata dal mondo esterno, che sembra adorabile e tranquilla, non come quella gran donna di Emily Rose che s’ingozzava di ragni e cacava Necronomicon. Il farabutto si organizza subito per mettere in scena un esorcismo falso come l’etichetta Black Metal su un cd dei Dimmu Borgir, e, finito il teatrino, tutto soddisfatto se ne va affanculo in un motel con la sua crew.
E chi ci trova? La sciacquetta.
Qui entriamo nel vivo della storia, e ci crogioliamo nell’istinto omicida verso quei bastardi di The Blair Witch Project che hanno convinto generazioni di cineasti che se inquadri un muro, sfochi l’immagine, muovi la telecamera a cazzo e urli, hai girato una scena horror. Scopriamo che la scemetta tanto scemetta non è: il cazzo l’ha preso eccome, come testimonia il girino che le nuota nell’utero. Tutti sono scettici su un possibile caso di possessione, la questione pare sia proprio delle più classiche. Il pisello. Da qui in poi il vero giallo sarà scoprire il pisello di chi.
Vivendo come un’ergastolana in una fattoria, il primo indiziato è il padre. Personalmente tifavo per questa opzione, e da horror si sarebbe passati ad una torbida storia di abusi domestici nelle campagne del Sud, condita da ossessioni religiose e alcol. Un must.
Poi sbuca fuori un ragazzino emo, questo qui frocio to the bone, e da horror si sarebbe passati a un telefilm di storie languide di froci della Lousiana, tipo True Blood.
Poi è il turno del pastore locale, e da horror si sarebbe passati al solito docudrama laicista di preti bonaccioni che si fiocinano un po’ chiunque, basta che sia sotto l’età del consenso.
La pellicola va quindi avanti in un susseguirsi di colpi di scena che non interessano francamente nessuno, una sorta di Indovina il Pisello a sfondo demoniaco. La ragazzetta diventa sempre più schizzata e impala i gatti, urla, sfregia la gente, disegna Pvrg Vompo,  si caca addosso, rapina le mucche, mentre i nostri eroi investigano su chi può essersela sbattuta. Il fratello? Lo zio? Il toro dei vicini? Il diacono? Il medico? Nessuno, e ha noleggiato l’utero a una coppia gay?
Quando l’assistente sociale dello sceneggiatore fa notare al suo pupillo che ormai manco lui sa più dove cazzo sta andando a parare, che questo film sfiora una mezza dozzina di argomenti ma non ne tratta nessuno, che la storia è noiosa e senza senso, che la denuncia per pubblicità ingannevole è dietro l’angolo, lì, 100 metri prima della folla di spettatori armati di torcia e forcone decisa a fargli la pelle, il genio prende tempo finché ha l’illuminazione definitiva e scioglie il suo nodo Gordiano.
Massì, ovvio! Come ho fatto a non pensarci prima! Ci infilo una setta demoniaca di burini che non c’entra un cazzo e gli accollo tutto! Faccio tutto un rituale strano e poi… poi… poi tanto non si capisce un cazzo perché muovo la telecamera e urlo! Così poi ognuno dà una sua interpretazione e se ne discute e allora tutti credono che questo film abbia un senso!

E così fa, vai di telecamera a caso nel bosco, riprese concitate del terriccio, sospiri, e poi alla fine, proprio un attimo prima che la telecamera venga fracassata dalle potenze dell’Inferno, l’ultima inquadratura: il volto sorridente di una capra che ci augura buona notte.

Ma sai che c’è, la sociologia è una falsa scienza e io ho un debole per le armi da fuoco.

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