The KKK took my Peroni away.

Torno a casa ubriaco e davanti al palazzo vedo una grossa croce di legno in fiamme e penso che l’indemoniata del terzo piano s’è sgobbata un altro reverendo, mi avvicino per accendermi una sigaretta con le fiamme dell’Inferno che ustionano il corpo di Cristo e dalle finestre di casa mia risuona l’Inno degli Stati Confederati e garriscono rebel flags e allora realizzo: Lovecraft, mortaccisua, ha aperto un chapter del Ku Klux Klan in cucina.
Salgo su incazzato e quando apro la porta mi trovo Howie seduto che blatera qualcosa con quell’accento monotono del Rhode Island a quattro stronzi incappucciati, seduti in cucina davanti a un paio di birre. Si voltano tutti a guardarmi.
Maestro, dobbiamo parlare, dico.
Howie si alza composto, fa un cenno col capo ai suoi, e mi segue in salone, dove noto che svetta un’enorme croce di ferro. Ok, questa la teniamo, dico distratto, per quando Lemmy si degnerà di passare. Poi: Maestro, che cazzo ci fa il KKK in cucina?
Non è più la cucina, è la nostra sede.
Ma perché quelli stanno incappucciati in cucina?
Ho detto: non è più la cucina, è la nostra sede.
Ma manco per cazzo! E poi da ‘ndo t’è uscita ‘sta cosa del KKK?!
Odio i negri.
Ok, ma voglio tutti fuori di qui.
You don’t belong to Dixie!, mi urla qualcuno dalla cucina.
Vaffanculo stronzo, se vuoi fa’ a gara d’intolleranza prova a mette su un po’ di EBM!
Senti amico mio, dice Lovecraft, non è possibile affrontare serenamente il problema dei mongoloidi a New York.
Maestro, tu forse non ti rendi conto delle cose perché sei Asperger fracico, ma io non voglio la Digos a casa, ok? Glielo spieghi te al primo infiltrato che ve mandano che cazzo ce fa Popobawa che urla e rantola nella vasca da bagno?
Popobawa contavamo di cacciarlo in quanto africano.
Chi? Voi? Quello stupra le genette servaline di Unguja, sai come je lo riduce il culo ai tuoi Klansmen?
Spero che la fine sarà la guerra – ma non prima che i nostri spiriti siano stati completamente liberati dai vincoli della superstizione umanitaria impostaci da Costantino.
Mi serve una birra.
Torno in cucina e i Klansmen se ne stanno ancora lì, coi cappucci, a dire che l’uguaglianza sociale dovrà dunque essere bandita per sempre, perché essa rappresenta un passo pericoloso verso l’uguaglianaza politica o, peggio, verso i matrimoni misti e la produzione di una sottospecie di bastardi e di degenerati. Apro il frigo e trovo una Peroni. Getto lo sguardo sul tavolo e ne vedo tre vuote davanti ai ciccioni incappucciati. Mortaccivostra, biascico, e corro di là a incularmi Howie, che mi accoglie con un: senti, ehi, io credevo che ti divertisse vestirsi da fantasmi per spaventare i negri, e poi se tu quello in fissa con Griffith e io…
M’hanno finito la Peroni, porcoddio!, gli urlo in faccia. Howie mi guarda interdetto e resta zitto, perché anche se è pappa e ciccia con gli Antichi che piegano la foresta e schiacciano la città, e tuttavia né foresta né città sentono la mano che colpisce, ha poca confidenza con l’alcolismo violento da birre a nastro a Termini con cui mi ha indottrinato Pazuzu.
M’hanno finito la birra ‘sti sfigati dell’Ohio! David Allan Coe avrebbe portato sei casse de whiskey!
Stai facendo tutto questo per tre miserabili Euro?
Sto facendo tutto questo perché la cassiera focomelica della GS ogni volta passa le bottiglie sul nastro con i piedi e ammicca come la troia di quel romanzo di Welsh e mi sento violato e comprare le birre è diventato un incubo.
Uccideremo tutti i focomelici e non dovrai più temere di nulla, amico mio.
Sospiro quasi in lacrime e prendo un sorso di Peroni.
Dalla cucina parte l’inno di battaglia repubblicano e Howie mi spiega pacato che arriverà il momento in cui gli uomini saranno divenuti simili agli Antichi: liberi, feroci, al di là del bene e del male e avversi a ogni legge morale, e nel corso di allegri baccanali si scanneranno l’un l’altro emettendo urla ferine, come se tutto questo fosse consolatorio, e che spedirà i suoi alla GS a prendere una cassa di Peroni, cogliendo l’occasione di provarne l’integrità morale respingendo le proposte di footjob della cassiera focomelica.
Mi siedo tremante e in lacrime sul divano, sotto la croce di ferro, pensando a come rimediare una ricetta per l’Halcion, aspettando la mia cassa di Peroni, sognando arcobaleni di zucchero che fungono da scivoli rosa per i cavallini buoni, lì, sulle nuvole di pan di zenzero, dove lontani mille miglia dalla Terra che fiammeggerà in un olocausto di estasi spietata, i falabella alati giocano a ping pong con i marshmallows e battono i loro zoccolini sui canditi del sorriso e iiiii, nitriscono, iiiiiii.
iiiiiiiiiiiii.

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