I commessi di Foot Locker alle Olimpiadi della Disperazione.

Se avessi un cancro inoperabile al cervello che inibisce le funzioni cognitive basilari, andrei a lavorare da Foot Locker.
Foot Locker, non un semplice negozio di scarpe, ma un vero monumento all’arte degli anatomopatologi di estrarti il cervello, ricucirtelo nello stomaco e riempirti la scatola cranica di stracci. Foot Locker, con il suo loghetto tracciato utilizzando il ricalco dinamico di Illustrator, in cui un commesso, nella classica divisa a metà strada tra l’arbitro di un incontro di wrestling e uno storpio che vuole fare il provino con l’Udinese, tiene le mani sui fianchi con fare zarista e svetta fiero della sua capacità innata di trovarti un numero 44 in magazzino.
Ma come cazzo vi salta in mente.

Foot Locker è un incubo con le vetrine. Tralasciando il fatto che vende per il 95% Nike, una calzatura che sta all’Europa come le bandiere arcobaleno stanno al Terzo Reich, e per il resto strani abiti hip-hop del genere felpe xxl con su stampigliato il simbolo del dollaro, Foot Locker trova il suo punto di forza nel valore morale e intellettivo dei suoi commessi.
I commessi di Foot Locker sono degli individui universalmente disprezzati da Bolzano a Siracusa, alla stregua dei Testimoni di Geova, degli spacciatori di Kirby e dei truffatori Euroclub, ma con una dote inedita e intrigante: si credono fighi. Il commesso di Foot Locker è un giovane che pensa sia il massimo della vita vendere Nike Air Max dorate e felpe col $ ad un esercito di rumeni ingelatinati e adolescenti gangsta cingalesi o analoghi coetanei wigger, ed esplica tutta la sua dedizione nei tentativi ripetuti di alzare qualche spiccio con le provvigioni, vendendo accessori di indubbia utilità quali i plantari per foche o gli spray per i lacci. Accessori  che stranamente però nessuno vuole, ma che il fiero schizzo di sperma sparato 24 anni prima da un guercio al colon pelvico (ma insanamente attratto dalla tuba di Falloppio) di una mentecatta in una 126 parcheggiata in una pineta stregata tenterà di rifilare con ogni mezzo, e se riuscirà a vendere un paio di calzini griffati Adidas ad un wannabe di Tamavveide correrà dai suoi colleghi urlando che il turbocapitalismo gli fa una pippa, che si è svoltato la discoteca per sabato, che è appena cominciata la sua scalata al successo che lo vedrà, tempo quattro plantari e un altro paio di calzini, ad insediarsi come amministratore delegato della Rocawear di Jay Z. Al che i colleghi, invidiosi, si industrieranno per sabotarlo, gli metteranno del sodio picosolfato nel mocaccino o nell’energy drink o insomma le porcherie che bevono questi baggiani nemici della discrezione, perché Jay Z non si tocca.

Adesso dimmi che esiste dio. Ma anche quando hai appurato che non esiste un ordine cosmico e non c’è traccia di finalità o progetti nelle contingenze che hanno portato alla creazione della vita umana e della galassia che suo malgrado la ospita, continui a non capire. Perché non c’è nulla di male a lavorare in un negozio di scarpe, è un lavoro di merda come tanti. L’enigma è come questi desipienti possano farlo con dedizione. E ancora più spiazzante è pensare che qualcuno desidera veramente lavorare lì, a contatto coi piedacci al curry di Sahid, e non ci riesce. E magari, dopo essere stato scartato da Foot Locker, continua a vivere. Se vai a farci un colloquio, a farti esaminare da qualche tizia che ha perso la verginità per sbaglio con un Tampax e non ti richiama, che cazzo ci fai ancora sulla crosta terrestre? In che lingua deve scrivertelo lo spettro maligno di Darwin che la Via Lattea non fa per te?

Non voglio essere frainteso. Io non ho mai riposto alcuna speranza in nulla, non ho mai vagheggiato cambiamenti, miglioramenti, riscatti. Eppure i commessi di Foot Locker riescono sempre a spostare di qualche metro il record mondiale di lancio del nichilismo. Sono il badminton dello sconforto. Il pentathlon del dispiacere. La pallacorda del suicidio. Skydiving del lutto. Cricket della prostrazione. Petanque dell’inferno. Ed in questo istante, nel mondo, centinaia di commessi di Foot Locker stanno ansimando, nel loro triathlon del dissesto, offrendo lacci, spray, pentole, uteri, vasi. E lo stanno facendo col sorriso. Lo stanno facendo fieri. Lo stanno facendo pensando: ci sono riuscito. Sono fichissimo.

La Curva del Male si sente defraudata del suo ruolo iconoclasta da questo pot-pourri di merda a strisce.

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