Se non ci conoscete guardateci nel viso, veniamo dall’Inferno e andiamo al bar ad Innsmouth.

Mi taglio i baffi come Hitler e vado al bar a Innsmouth perché non so più cosa inventarmi e non mi vengono idee folgoranti tipo salire sui tralicci e poi sono vecchio e stanco e soffro (anche) di vertigini ed il cuore mi ballerebbe un ultimo tango a Sassuolo come a Ducio Lalla.
Questo mi spinge a tre riflessioni di una certa rilevanza.
La prima è sull’espressione «stroncato da un infarto». Non sei morto, o deceduto. Non ti sei spento, non sei spirato. Sei stato stroncato. Come dire che ti ha annientato un ictus o ti ha rotto il culo un’ischemia. Mi spiace signora, ma suo marito se l’è sgobbato il cancro.
La seconda è sul potere della Morte, il Tristo Mietitore,
Oh: no, fa il Diavolo, che sta lì al bar con me. Basta ‘sti retaggi yankee, che è er Grim Reaper?
Eh?
Chiamala Comare Secca.
Ok.
Dì sì.
Sì.
Uhm.
La seconda è sul potere della Morte, la Comare Secca de strada Giulia, un potere tale da spingere la gente a sostenere che Ducio Lalla scrivesse canzoni grandiose, tipo Attenti al Lupo.
La terza, che apparentemente non c’entra un cazzo, è che Burzum è vivo e conduce “Gli Intoccabili”su La7. Davvero.
Ma ora basta, perché sto bevendo col Diavolo e la tv del bar manda uno spot di Act!ionAid che dice, pare, che se sei molto povero con 2 € puoi mangiarti un bambino negro. Noi però con 2 € ci prendiamo la Peroni perché siamo stupidi come la Famiglia Bocchicchio: onore e crudeltà. Tanto per fare un’altra citazione che comprenderete, parzialmente, soltanto dopo una ricerca su Google.
Basta. A Roma c’è la Peste Nera. Questa è la recensione della morte.

A questo punto ti aspettavi che mi scopassi mia figlia, ma non faccio il macellaio.
E qualcosa mi dice che è fottutamente sgrammaticato.

Ritiro la posta, scarto il telegramma del recupero crediti (infami) e la lettera di Ricardo Lopez che evito di aprire. Don Pazuzu mi telefona da Los Angeles, fatto e abbronzato, e mi dice che gli dispiace. Gli dispiace di non essere qui, in cucina, con me. Mi chiede come va.
Bevo cose, vedo il Diavolo, gli spiego. C’è il Diavolo qui, gli spiego. Parlo con il Diavolo, di notte, come Ivan Karamàzov. A volte guardo Gli indovinelli di Ranocchietta e piango, gli spiego. Ho provato a piangere in bagno ma non è la stessa cosa, gli spiego. Ho chiamato la mia ragazza per renderla partecipe della cosa.
Che cazzo stai dicendo, Dave?, mi ha chiesto.
Sto parlando di vampiri, tesoro. Di lupi mannari.
Sì, ma non ha alcun senso.
Poi c’è stata una lite, gli spiego. Ha detto che stare con me è come stare con Parolisi: appena la perdo di vista corro a chattare con i trans.
Don Pazuzu grugnisce. Io nitrisco. Lui frinisce. Io muggisco. Andiamo avanti così per un po’.
Che poi ho chiuso col porno, riprendo. Una volta mettevano banner tipo trova una ragazza bellissima nella tua zona, adesso ti insultano. Ancora a farti le seghe? Scopati una ragazza in carne e ossa! Stronzo! E poi vabè, il solito errore del traduttore automatico con horny.
Il Don mi chiede se ho ancora la pancia da birra.
No, rispondo. È da Perrier.
Poi attacco, perché voglio trasformare la mia vita in un monologo, visto che di quello che dici non me ne frega mai un cazzo.

Mi dispero senza motivo, fracasso le sedie, scaglio i bicchieri contro il muro, il Diavolo mi guarda, il Diavolo è ovunque.
C’è questo documentario interessante sulla svastica su Swastika Channel, gli dico.
No.
Cosa?
Stai guardando Gli indovinelli di Ranocchietta su RaiSat Yoyo.
Ah. Ma quella non è una svastica?
No, è Ranocchietta.
Ah. E quella lì?
È sempre Ranocchietta.
Ah.
Spengo la tv, mi verso da bere e torno a parlare con Raymond Carver via tavoletta Ouija, che è tipo Skype dei defunti.
Raymond è inquieto, infatti guarda che iniziano a creparsi i vetri della finestra. ‘Sta cosa dei poltergeist sfina e non va mai fuori moda. Dice che l’Inferno è sostanzialmente rilassante. Dice bevemose una sciocchezza. Un prosecchino. Un gingerino. Un Campari e Zoloft.
Il tappo di Peroni corre lungo la tavoletta Ouija e Raymond è verboso e aggressivo come tutti gli ubriachi ma si lancia nell’esegesi del piangere in cucina come richiestogli con i poteri medianici di Dick Drago. Mi spiega che devo chiamare mia moglie. Dobbiamo versarci un whiskey e poi dire «forse bevi troppo» e «anche tu» e «Brisk!» e poi restare in silenzio. Guardare il frigorifero. Ascoltare il ronzio del frigorifero. Concentrarci sul frigorifero. Su un dettaglio. C’è una calamita sul frigo? Ho il presagio in allarme.
C’è Ranocchietta, sul frigorifero, dico.
No, è una svastica, dice Raymond.
Ah.
Poi ti versi ancora da bere, dice Raymond, e fissando Ranocchietta ti rendi conto che non si torna indietro, che gli anni persi non si riacquistano, che prima c’era qualcosa, qualcosa di bello, grandi speranze, ma adesso quel qualcosa è morto, è andato per sempre, e non lo riavrai mai più. E le lacrime iniziano a solcarti lentamente il viso.

Poi ancora whiskey, silenzio, lacrime, frigorifero.
Si va avanti così, dice Raymond, finché non finisce la bottiglia. Poi guardi fuori dalla finestra ed il tuo praticello da casa di provincia con doppia ipoteca è ingiallito.
Lancio un’occhiata ai vetri crepati ma fuori c’è solo la vicina coatta che urla alla luna.
Sì è vero, rovina tutto, dice Raymond.
No, anzi, rispondo, l’affogherei in una vasca di piscio e poi le sparerei in testa, che dovrebbe essere una sorta di espressione di sessualità dirompente.
E ricomincio a piangere piano.
Perché se lo facciamo io e Raymond è way of life e invece se lo fa Almodovar è solo un rotto in culo?
Dice Raymond che il paradiso è sostanzialmente inquietante. Gli chiedo se posso chiamarlo semplicemente Ray e dice che è ok ma se lo fa Almodovar è solo un rotto in culo.
Poi mi spieghi pure come si scrivono quelle cose che la gente senza mani ti fa le foto mentre tiri i sassi dal tetto, dico.
Poi me ne vado via, col Diavolo.

Guardiamo Le voyage dan la Lune e sono tutti morti. Regista, attori, produttori, musicisti, chiunque abbia partecipato. È un film di fantasmi. Il razzo spaziale è morto. Il fumo delle ciminiere è morto. Le ballerine, morte. Il Re dei Seleniti è morto. Anche la luna è morta, e le stelle, bruciate, ed il cielo di cartapesta si è ingiallito e consunto e dissolto e morto.
Rimango a bere col Diavolo guardando gli spettri danzare nel monitor.
È l’estate del 1982.

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