Confessioni di un uomo abbastanza pazzo da mettersi a vivere con Pazuzu.

Maxillo-facciale è il reparto migliore. Io di ospedali me ne intendo, li ho girati tutti e conosco ogni angolo (lo sapevi che esiste medicina nucleare? È infossata al piano -2 e certa gente non può avvicinare bambini e donne incinte perché è radioattiva) e ti dico: non credere a chi racconta che il migliore è ortopedia. Certo, a ortopedia trovi tanta brava gente, ma anche parecchi seccatori, tipo le vecchie con l’anca fratturata.
Maxillo-facciale è unico perché a maxillo-facciale l’80% della gente ci è finita per una rissa. A maxillo-facciale ci va chi perde.
È il reparto menati. Il reparto sconfitti.
Ed è lì che ho conosciuto il Puma.
Per lui, avrei poi scoperto, il reparto perdenti non era niente di più che una galera a cinque stelle.

«Questo è un puma, perché me chiamano Er Puma.»
(Giuro)
Mi mostra il bicipite rinsecchito da vent’anni di eroina. Sul bicipite, una macchia incomprensibile di inchiostro verde. Annuisco.
«Gajardo.»
Passiamo in rassegna gli altri tatuaggi – animali di ogni sorta, coltelli, donne orribili, scritte senza senso, tribali fatti a caso che sembrano loghi di band metal. Annuisco.
«Questo,» indica uno sbuffo sul ginocchio, «lo finisco quando torno dentro.»
Gli sto per chiedere perché si è tatuato un Nokia quando aggiunge: «È un gladiatore.»
Annuisco.
«Gajardo.»

Er Puma era pazzo.
Non so se fosse per la droga, il carcere, la miseria, la violenza, e tutta la merda della vita, che gli si era fottuto il cervello, o tutta la merda della vita se l’era tirata addosso proprio perché il suo cervello era fottuto in partenza, era difettoso. Uno prova sempre a tenersi a galla. Nuotare no, mai – quello è per i vincenti, quelli che al reparto menati ti ci spediscono a calci. Ma il Puma sembrava ansioso di affogare. Era pazzo di una pazzia malata.
(A quei tempi ero giovane, e non capivo, anche se come al solito credevo di capire tutto. Me ne restavo a galla abbastanza agilmente, troppo stupido per realizzare che se non avessi fatto qualche bracciata, quell’oceano sconfinato si sarebbe presto trasformato in sabbie mobili.)

Er Puma era pazzo, malato, inadeguato.
Tutti i miei amici ora sono pazzi, ma è una pazzia sana, la loro. La mia pazzia, mi rendo conto, non è sana per un cazzo, è una pazzia fastidiosa e sbagliata che crea soltanto un mucchio di problemi a tutti. Ma niente in confronto al Puma.
Er Puma aveva un vocabolario certamente più limitato del mio, che non includeva la parola «speranza». Io avrei potuto utilizzare quel termine in frasi come «non esiste speranza» e cose del genere, ma il Puma zero, non sapeva proprio che cazzo significasse.
Io gli stavo spiegando che ne avevo prese un sacco, non sapevo nemmeno da chi, ero troppo sbronzo (il referto del pronto soccorso: «alito vinoso»). Ma era tutto ok, mi sarei comunque dovuto operare al setto nasale, prima o poi (meno di un anno dopo era tutto fratturato di nuovo, e peggio di prima). Il Puma invece aveva la mascella messa parecchio male.
«Du’ rumeni a Piramide, appena esco da qua li ribecco.»
E già mi figuravo la scena. Il problema è che non capivo.
Alzai lo sguardo al cielo (faceva schifo, quel cielo, il cielo era una merda) e pensai a Blondi.

Per il Puma, maxillo-facciale era un carcere di lusso. Stava benissimo lì, avrebbero potuto tenerselo in eterno, salvo finire con un buco di bilancio per tutto il Tavor che consumava. Il fatto è che lui era ansioso di tornare dentro. In carcere aveva trovato la sua dimensione. («T’organizzi,» mi disse una volta, «uno cucina, uno pulisce, c’hai la celletta, giochi a carte, er tempo passa»).
Io intuivo, ma non capivo. Non capisco nemmeno adesso, a dire la verità. Ma il Puma stava meglio dentro che fuori. E forse aveva vagamente senso. In galera ci sbattono chi decidono che non sa, non può, non vuole vivere come le persone civili. E se uno non sa, non può, non vuole vivere come le persone civili, magari capita che si trova meglio in galera. In mezzo ai pazzi.
Tanto poi ti aprono la cella e vai spedito verso la libertà: lavoro, debiti, tasse, ordini dal capo, ordini da tua moglie, ordini dal giudice, ordini da tutti.
Eccola la libertà.

Lui in carcere sapeva vivere, fuori non sapeva fare un cazzo. Era un reietto, con quel fisico da tossico, dimostrava trent’anni più di quelli che aveva, e poi tutti quei tatuaggi di merda, la faccia da psicopatico, la mascella tutta storta, la voce che era un rantolo, la scimmia fissa sulla schiena, il tipo che se lo incroci cambi strada. Che possibilità aveva, fuori?
Riuscivo a intuirlo, sì, ma era veramente troppo per me.
Quel tizio era un fottuto romanzo di Bunker.

Al reparto perdenti, salvo un paio di incidenti in scooter, eravamo tutti lì per calci, pugni, testate, cascate, bottigliate. Ci avevano fatto il culo. C’era chi alzava le spalle e chi meditava vendetta. C’era chi se l’era sicuramente meritata (io, il Puma), chi ancora non aveva capito bene che cazzo fosse successo, chi era soltanto una vittima, un inerme assalito da vigliacchi, e chi aveva avuto un incidente di percorso nella sua strada di risse del sabato sera. Che sì, puoi essere chi vuoi, ma tanto uno che ti rompe il culo prima o poi lo trovi sempre.
Lì al reparto menati c’era un terrazzino e ci ciondolavamo fissi a fumare e bere (sì, si beveva) e si stabilì presto una sorta di cameratismo tra tutti, specie tra me e il Puma. Finché avevamo vino e lorazepam, andava tutto bene, e potevamo restarcene a dire stronzate in attesa che il chirurgo ci rattoppasse la faccia, la testa, e magari la vita.
Io pensavo sempre a Blondi, specie la sera. Mi chiedevo che fine avesse fatto. Libri, articoli, documentari, nessuna notizia. Blondi che gioca. Blondi che corre. Blondi felice. Ma poi? Come era morta? E quando? E dove?
Ci pensavo di continuo, quando il cervello iniziava ad annebbiarsi. Me ne restavo lì ad ascoltare i racconti del Puma. La sensazione sgradevole, era che a noi due ci avrebbero riparati, ma non ci avrebbero mai aggiustati del tutto.
Per quello servivano un buon neurologo, un prete onesto ed un programma in 12 passi.

Lì da noi sconfitti le operazioni si susseguivano. La gente tornava con il naso ingessato ed i tamponi nelle narici.
«M’avevano operato ‘na volta ma da piccolo,» diceva uno, «ma non capivo, cioè, mo’ la fattanza me la sto a godè tutta.»
E si afflosciavano, si godevano i postumi di anestesia totale.
Qualche amico riusciva sempre a portarci una bottiglia di vino di straforo (mi portarono anche un coltello a farfalla, senza motivo – ma era bello essere armati), ed in genere ce la dividevamo io e il Puma. Una volta avevamo preso ed eravamo usciti direttamente. Avevamo comprato una bottiglia al bar davanti all’ospedale, pazzi e con la faccia spaccata. Il Puma provava a schiaffarsi in corpo qualsiasi cosa fosse disponibile, aveva un’eterna astinenza psicologica alla roba. Si sarebbe sniffato solventi, se li avessero lasciati in giro. Se ci fosse stato dell’etere sarebbe morto.
Di notte non dormiva, allora si alzava, spettrale, mostruoso, pazzo, ed andava a rompere il cazzo alle infermiere del turno di notte. Gocce, pasticche, qualsiasi cosa. Alla fine iniziarono a dargli shot di lorazepam. Nel bicchierino di plastica da caffè.
Che con un pessimo rosso, è la morte sua.

Ogni tanto il Puma mi passava un po’ di Tavor, tanto per. Adesso capisco: la nostra complicità (le chiacchierate che dopo qualche bicchiere si facevano insensatamente filosofiche, rimediare medicine, nascondere alcolici, spalleggiarsi pur senza una minaccia di sorta all’orizzonte) a me sembravano scherzi da liceo, il liceo appena trascorso (la canna o la palpata in bagno, la bottiglia nello zaino) mentre per lui era ricreare quel reticolo di sotterfugi e scorciatoie che scandisce la vita in cella.
Qui aveva una branda più comoda e non doveva guardarsi le spalle da nessuno.

Di notte, a letto, imbottito di vino e Tavor, pensavo a Blondi.
Pensavo che se qualcuno (io) avesse avuto il cuore di versare una lacrima per Blondi, avrebbe riscattato il male che impregna la terra. Ci sarebbe stata una catarsi, una redenzione, l’inizio di qualcosa, una nuova era, ci saremmo riconciliati, avremmo perdonato, avremmo diviso ogni dolore fino a farlo sparire, avremmo avuto una speranza, le cose si sarebbero sistemate, il cielo, nero, si sarebbe illuminato di fuochi d’artificio, e negli scoppi di colore la voce di qualcuno, qualcuno di cui fidarci, ci avrebbe detto che era passata, che ce l’avevamo fatta, che da ora tutto sarebbe andato liscio, sarebbe stato bello, ne sarebbe valsa la pena, e noi gli avremmo creduto, gli avremmo creduto perché diceva la verità.
Non fu così. Non avvenne.

Er Puma aveva evidentemente esaurito il suo repertorio.
I suoi aneddoti prendevano una piega costantemente più delirante (il fratello nel Sismi, il suo M-16, un mandato di cattura internazionale, una guerriglia in Francia, le auto della polis che aveva incendiato). Ai deliri mischiava consigli. Mi insegnò come costruire una macchinetta per tatuaggi usando il motorino di un walkman e l’inchiostro delle Bic (non lo feci mai). Mi insegnò come far esplodere un’automobile all’accensione senza utilizzare esplosivi (idem).
«Le Fiat,» mi diceva, «si aprono tutte con la stessa chiave.»
Mi diceva: «Se spari a qualcuno, usa una busta, una busta della spesa, spari attraverso quella, così non trovano er bossolo, capito?»
Mi insegnò a modificare le scacciacani.

Al reparto sconfitti, venne il tempo dei saluti.
«Oh, quando uscimo viemme a trovà, eh! Chiedi der Puma, me conoscono tutti!»
«Daje, se bevemo ‘na cosa per bene!»

Ovviamente non lo cercai mai, avevamo corsie separate sulla via del fallimento, e lui correva decisamente più di me. Ma a volte mi torna in mente. E mi torna in mente Blondi, e so che è tutto perduto.
Er Puma probabilmente sarà morto, a quest’ora. O almeno così mi auguro, per lui e per tutti, perché certa gente non dovrebbe proprio nascere, non dovrebbe esistere, siamo solo errori, incidenti di percorso sulla strada delle risse del sabato sera di Dio, ma so che presto o tardi il Puma lo rivedrò, nel paradiso degli psicopatici, nel Valhalla dei deficienti, e ci berremo una cosa per bene.

Il cielo fa ancora schifo, è ancora una merda, ma poi guardi oltre l’azzurro e pensi al nero, allo spazio, senza suoni, senza luce, senza gravità.
Fluttuare. Una distesa di nero infinito, l’utero del sistema solare.
Galleggiare nel vuoto. Il nulla assoluto. La morte.

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