I girasoli.

Mel e Carla erano una coppia felice. Adesso Carla mi chiede di schiaffarglielo dentro e si contorce sul pavimento urlando frasi, credo, in babilonese, ma poi si placa per vomitare adagio un liquame verde spento che puzza di cane, di cane bagnato, di cane morto, e Mel alza le spalle come per dire: ti avevo avvertito, no?
«Mi avevi detto che era un po’ indisposta. Un po’ indisposta», rispondo.
Mel fa ancora spallucce, sorride e mi passa un’altra birra. Mi ero fatto una sessantina di chilometri e avevo sbagliato strada tre volte per andarli a trovare nella loro casa nuova, sperduta tra orribili campi di girasoli, e Mel mi aveva aperto la porta e salutato e passato subito una bottiglia, e poi era arrivata Carla correndo come un granchio giù per le scale, con le pupille rovesciate.
Lì per lì avevo avuto una specie di infarto. Poi ci eravamo seduti in cucina a bere, per evitare che svenissi.
«Vedi, adesso si è calmata» dice Mel dopo un po’, ed indica Carla che si è rannicchiata in un angolo, dondolandosi e cantilenando piano qualcosa di incomprensibile.
Faccio di sì con la testa e continuiamo a bere.
Con Mel non ci vedevamo da quasi un anno. Lui aveva ingranato bene con il lavoro (organizzava eventi e stronzate mondane), si era sposato ed era andato a vivere con Carla, la sua fidanzata storica, in quella villetta sperduta fuori città. Ci sentivamo saltuariamente, ed ogni telefonata finiva con «dovete passare a vedere casa nuova, la inauguriamo con una bella sbronza». Ma ogni volta la serata saltava.
«Capito perché poi non vi invitavo mai?», dice Mel. «Volevo aspettare che Carla guarisse, che si riprendesse un po’, ma ormai ho rinunciato, quindi eccoci qua.»
Annuisco perché sinceramente non so che cazzo rispondere.
«Cazzo potevi avvertirmi, però…»
Scolo la birra d’un fiato.
«Con la tua invece come va? Non doveva venire anche lei?»
«Abbiamo scazzato prima di uscire – le solite cose, “non puoi guidare ridotto così” eccetera.»
«Ah, che palle. Ma forse è meglio che non sia qui.»
«Sì. Sindrome premestruale. Stava già a pezzi di suo.»
«Ecco, Carla ad esempio non ha più le mestruazioni da mesi.»
Mi giro a guardare Carla. È sparita.
«Però è pazza sempre» dico.
«Sono tutte pazze sempre.»
«Le amiamo anche per quello.»
«Dillo a me, cazzo.»
Mel ride e restiamo lì a  bere e guardo fuori dalla finestra della cucina, oltre il cortile, verso i campi di girasoli, smorti, che mi fissano con la loro mostruosa ed ostinata pacatezza mentre racchiudono tutto l’orrore dell’esistenza. C’è sempre di peggio. Puoi metterti un demone a casa ma alla fine c’è sempre di peggio. I girasoli ne sono l’esempio.
Le urla di Carla mi strappano dalle mie riflessioni inutili e faccio un salto quando me la ritrovo accanto, accovacciata, con un merlo morto in bocca, che mi fissa con lo sguardo allucinato mentre un rivolo di sangue le scorre sul mento. Mel sospira.
«Cazzo tesò, ancora… », poi, rivolto a me, «scusa, eh…», e scola la birra e si alza. Prende Carla per un braccio e inizia a trascinarla verso lo stanzino, poi ce la scaglia dentro, sbatte la porta e chiude a chiave. Mi tengo una mano sul petto. Respiro a fatica.
«Voleva farti un regalo», dice Mel, allegro, mentre dallo stanzino si sente gridare e artigliare la porta.
«Ma non è un gatto.»
Mel si stringe nelle spalle.
«Scusa, ma da chi cazzo è posseduta?»
«Lei dice il Diavolo, certe volte, oppure dice di chiamarla Legione perché lì dentro sono in parecchi.»
«Ma non hai provato con un esorcista?»
«Ne ho cambiati quattro, un paio erano troppo vecchi e li ha spediti in ospedale a calci, gli altri erano troppo giovani e si sono cagati addosso quando gli ha incendiato la stola con lo sguardo.»
«E sono scappati?»
«Eh, sì.»
«Avrei fatto lo stesso.»
«Anch’io.»
«Ma tu ci vivi
«Beh, perché è mia moglie, cazzo.»
«Non penso avresti difficoltà ad ottenere il divorzio, sai… »
«Ascolta,» dice Mel, mentre mi passa un’altra birra. «All’inizio ero disperato, credevo fosse pazza, o che avesse un cancro al cervello… io sono ateo, non ci ho mai creduto a queste cazzate di angeli e demoni e Dio…»
Dallo stanzino, Carla urla frasi al contrario, poi si sente un rumore, come di vetri esplosi, ed una pozza di sangue inizia ad allargarsi da sotto la porta, seguita da un tanfo di piscio rancido. Sussulto.
«È molto violenta?»
«Sono tutte violente.»
Anche lì non ho da obiettare. Queste stronze ti si lanciano contro urlando e tirando calci e pugni, e tu provi almeno a bloccarle, a tenerle ferme, e tutto quello che ottieni è che si afflosciano e iniziano a dire che tu le hai picchiate, che tu hai alzato le mani, e vanno avanti con questa cazzata finché non ti hanno convinto, e magari ti senti pure in colpa, e appena avvertono il senso di colpa iniziano a rinfacciare e ricattare e chiedere.
«Vabè, ti dicevo… io non credevo a niente, Carla invece era parecchio religiosa… non che fosse praticante o altro, però ad esempio è stata lei a volere che ci sposassimo in chiesa… E a novembre scorso, il primo novembre, tira fuori questa tavoletta che dovrebbe servire a parlare con i morti, presente?»
«Sì.»
«Mi dice che è un gioco e io l’assecondo, nel senso, ero distrutto, non me ne fregava un cazzo, per Halloween avevo lavorato come un pazzo e avevo ancora il mal di testa da sbronza… Ma appunto, non avevamo passato Halloween insieme e lei voleva festeggiare così, sai, un po’ di atmosfera, che qui stiamo abbastanza isolati e fa molto storia di fantasmi… È da lì che penso sia iniziato tutto, o almeno così diceva il prete. All’inizio lentamente, poi sempre peggio, e adesso… »
Mel fa un gesto verso lo stanzino, urla e tonfi, la porta che si deforma, che sembra stia per esplodere.
«Se la butta giù è la terza porta che cambio» dice Mel.
«Ma come cazzo fai a vivere così?»
«Ascolta… non è gelosa, non devo farle regali, non devo portarla a fare shopping e cazzate varie, e scopa come nessuna donna sulla terra… »
«Ma perché tu ci…»
«È pur sempre mia moglie, no? Alla puzza ti abitui, ma lei, lei cazzo, lei ha sempre voglia, dice delle cose tremende, è proprio una troia a letto, neanche in luna di miele scopavamo così.»
«Ma come cazzo…»
«Una notte torno dal lavoro, sbronzo, di pessimo umore, arrapato, e non ce la facevo proprio a sobbarcarmi lei che vomitava ovunque e sfondava i mobili, allora mi sono incazzato, l’ho presa, l’ho legata e ho iniziata a scoparmela.»
«Mi serve un’altra birra.»
Mel si alza e prende due bottiglie, mentre Carla continua a tirare colpi (pugni? calci? testate?) alla porta dello stanzino e i girasoli, fuori, si dondolano apatici e carnosi e tremendi.
«Col lavoro che faccio», sta dicendo Mel, «sai quante fiche trovo? Se voglio scoparmi una tizia me la porto in albergo, tanto mica devo chiamare a casa per avvertire Carla che non torno…»
Ridiamo.
«E se mentre non ci sono… o anche se mentre ci sono, eh… entrasse qualche ladro in casa, pregherei per lui… e non devo starmi a preoccupare che lei conosca qualcuno o si porti qualcuno a casa… lascia stare le cose che urlava a te…»
«Sono vantaggi innegabili, lo ammetto.»
«Poi è a costo zero, non devo comprarle niente… anche il cibo, insomma… va a caccia… e poi sai, io con ragni, insetti e cazzi vari sono un po’ fobico, che se stai in campagna è una bella seccatura… Carla fa fuori tutto, falene, centopiedi, nemmeno le mosche si vedono in in giro…»
«Cazzo. E poi la baci?»
«No. Anche perché morde.»
«Niente pompini.»
«Per quelli ho le amichette», mi dice, poi mi mostra l’anulare con la fede. «Mica la tradisco per sport.»
La birra continua ad andare giù e Carla ha smesso di colpire la porta.
«Credo si sia addormentata» dice Mel, facendo un gesto verso lo stanzino.
Adesso che è quasi ora di andare, inizio a rilassarmi. Prima credevo che Mel fosse impazzito e che io fossi semplicemente precitato in un incubo, ma ora, sarà l’alcol, ma vedo che è felice e inizio a capire le sue ragioni. E non fanno una piega. Tranne quella cosa di scoparsela, magari.
«Mel, è ora che riparto, se mi sbronzo troppo ho paura di finire con l’auto in un campo di girasoli… sarebbe troppo, per me, dovrei suicidarmi.»
«Perché li detesti così, quei girasoli?»
«Non lo so, non lo so ma li odio, mi fanno schifo.»
«Prendi questa per il viaggio», dice Mel, e mi passa una birra.
«Senti, dimmi una cosa… »
«Eh.»
«Ma la ami ancora, Carla? Cioè, a parte tutte le cose che mi hai detto… »
«Certo.»
«Nonostante… »
«L’amore è questo. Ci si abitua. Ci si sopporta. L’amore è adattarsi.»
Mi accompagna all’auto nel vialetto e ci salutiamo e parto spedito verso il buio, verso il cemento, lontano dai girasoli, mentre stappo la bottiglia di birra rimuginando su tutta questa storia assurda del cazzo. Poi ci ripenso, inchiodo, faccio inversione e torno da Mel, per chiedergli in prestito la tavoletta Ouija.

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