Anche se voi vi credete assolti, noi lotteremo con Rizzitelli.

I. Nessun problema, lo faccio per la AS Roma.

«Pari Roderick Usher da piccolo», mi dice. «Roderick Usher colla maglia dei Darkthrone.»
Smetto di nitrire e gli chiedo se vuole una Oranjeboom. L’Oranjeboom, preciso, sta alla birra come il krokodil all’eroina. Lui scuote la testa.
«Secondo me nemmeno esisti davvero», gli dico.
«Dici? Perché?»
«Beh, innanzitutto,» inizio a spiegare, «dovresti avere tipo 45 anni, invece sei paro paro a com’eri nel ’91.»
Lui inarca il sopracciglio, scettico.
«Anche la divisa che indossi. Anche la Coppa Italia che hai in mano.»
«Tutto qua?»
«Poi hai appena citato Poe. Tu non sai un cazzo di Poe. Anzi, hai citato Poe e i Darkthrone nella stessa frase.»
«Sempre il luogo comune che i calciatori sono ignoranti…»
Sospiro. Bevo la mia Oranjeboom di merda. Poi inizio a urlare.
«Ti chiami Ruggiero! Con la i! Hai un refuso nel nome! E non dirmi che è voluto, è una cazzata, perché per me non esiste il nome Errico, figurate Ruggiero
Rizzitelli mi fissa per un lungo istante, poi sospira e si limita a dire: «Beh, sia come sia, qui comando io. L’ha detto il Mister.»
Prendo un’altra Oranjeboom senza rispondere nulla.
Il cielo era un flusso emorragico, le nuvole dei coaguli, e non c’erano speranze né cambiamenti all’orizzonte, soltanto una persistente, lugubre miseria, una completa rinuncia, una rassegnazione costante illuminata dai raggi cremisi del sole che bruciava.
Ruggiero Rizzitelli del ’91 era tornato per guidarci all’Inferno.

II. Quello che non ho è un programma in prima serata su Teleguardia.

È buio, e le tenebre, la rovina, la Morte Giallorossa, stabilirono su ogni cosa il loro dominio senza limiti.
Sono ubriaco e guardo La7. Rizzi-gol e Italo Foschi discutono di qualcosa. Allora mi incazzo in solitaria, più perché la Oranjeboom mi fa prende male che per effettivi dissesti emotivi. Mi sarei incazzato per qualsiasi cosa, ma un congresso di sbirri dell’anima in diretta tv diciamo che mi fa da oliva nel martini di Jack Torrance. La banda Saviano-Fazio&Co. ha allestito tre prime serate del suo giustizialismo esasperato da sinistra almirantiana (già) nel segno di De André (ossia un protoacab che cantava di carcere manco facesse country e si schierava acriticamente con qualsivoglia delinquente), ed il tutto svoltandosela con un dizionario etimologico ed un tono messianico a metà strada tra Pyongyang e Colorado City.
Provo a spiegarlo a Tempestilli ma non mi caga, allora biascico monologhi.
Come Saviano, sì.

La tensione drammatica di quando Roberto Saviano ti spiega come funziona l’Universo assume toni liturgici. La lentezza, le pause, la modestia simulata con fare ecclesiastico, i silenzi, la voce che riecheggia come in una cattedrale, la profonda commozione dei fedeli. Manca l’incenso, ma non essendo presente in studio non ci giurerei. Nel suo lungo monologo ci annuncia che c’è la crisi. Che il lavoro è un problema. Che la gente si ammazza. È come guardare un tg diretto da Gesù Cristo. O da Ponciarello col cancro. Perché tutto quel dolore (la storia che hai sentito al bar stamattina o che ti hanno linkato prima su Facebook) che vibra teatrale, cerimoniale, funeral doom, lui, da bravo Cristo, finisce per incarnarlo. Saviano ti guarda dritto negli occhi e dice: «Sì, anch’io ho abortito una volta.» Sospira, trattiene le lacrime, tossisce. Una riunione degli A.A.

Provo a spiegarlo a Pruzzo, ma lui mi risponde soltanto che Maradona è Natale di Mery per Sempre.

III. Finisce che non mi suicido per non violare copyright.

Fabio Fazio ha un che di burattinesco, come se fosse Pinocchio che è diventato un bambino in carne ed ossa, che è cresciuto per diventare un adulto in carne ed ossa, che è morto per diventare un ectoplasma, che è tornato per diventare Fabio Fazio. Capofila dei Colonnelli della sinistra, questa buffa creatura politica, Fazio se ne sta lì e continua ad oltranza a menarla con Berlusconi, con la Lega, come se vivesse in una dimensione parallela dove il tempo si è fermato all’ottobre 2011. Solo che lo fa invitando esponenti dell’intellighenzia più alienata e misconosciuta, gente che non ha mai visto la Metro B ma ha la verità in pugno, gente che si riferisce all’umanità come alla “comunità terrestre” (giuro), ed ha impostato tutto in modo molto intellettuale: portate una parola. O una serie di parole. Allora la gente va lì e inizia a dire: apericena, culo, trota, recessione, pace.

Io ero incredulo. Ho provato a parlarne con Giannini, ma non mi ha cagato. Volevo dirgli: se ripulissi Svart Jugend da tutta la disperazione, la miseria, le svastiche e l’alcolismo, avrei una chance in tv. Oppure si potrebbe mandare qualcuno a salmodiare lì le chiavi di ricerca del sito: “pazuzu mit uns”, “musica periodo nazista”, “esistono negri con due cazzi”, “cimitero micmac”, “nonna che fa le seghe”. Etc.
La parola che ho scelto io, ad ogni modo, è “filetto”. Ho domandato al fiumano Volk la sua, ma non ho capito che mi ha detto, perché è arrivata Luciana Littizzetto per una sorta di break comico dell’eucarestia sbirresca di Fazio e Saviano e le battaglie per la libertà di Abbath Kiarostami.

Luciana è lapidaria: le tette sono meglio delle palle.
Ancheggia tra il pubblico d’eccezione (Fassino) ed inizia a scodellare una serie di luoghi comuni misti a turpitudini e volgarità di ogni genere, comincia a tirare fuori paia di slip spiegando ad una platea allibita come entrano nel culo, si porta dietro un’atlante di anatomia umana per esser sicura di non tralasciare nessun dettaglio biologico, e poi attacca un pippone lacrimevole sul femminicidio (sic), sulla violenza domestica, sugli uomini che menano le donne.
Beh, se le tizie sono come te li capisco. Fermo restando che la parità dei sessi va di pari passo con la parità dei destri, ci sta che se a uno gli fai una piazzata di Sex and the City meneghino quello decide che è venuto il momento di abbandonare la filosofia del non lasciare segni in faccia.
Cioè, io a volte mi vesto da porcodio e faccio le messe nere a Ostia Lido.

Provo a spiegarlo a Bernardini che annuisce distratto, allora spengo la tv e mi guardo un bel muro.

IV. L’epilogo più nobile dell’esistenza umana è il finale di Ryu su Street Fighter.

Sto ancora lì a sproloquiare su questi che se ne escono con cazzate come “la decrescita per uscire dalla crisi” e altre baggianate radical chic e giudicano tutti con fare saputello come se loro non fossero un ingranaggio e pure lussuoso del sistema che criticano di mestiere, cosa che in sé manco mi disturba ma che cazzo di faccia come il culo che c’hai.
Nitrisco.
Rizzitelli è perentorio e mi è rimasta una birra e Rizzitelli mi dice di non disperare, che non c’è soltanto la AS Roma, ma anche Street Fighter. Io non capisco.
«Il finale di Ryu», mi dice Rizzi-gol. «Vinceremo, ma come Ryu.»
«Eh?»
Rizzitelli poggia la Coppa Italia del ’91 a terra, la guarda distratto, poi mormora: «Questa non mi serve più.»
Io bevo/nitrisco/piango/canto se saltelli muore anche Prandelli.
«Vedi», riprende Ruggiero, serissimo, «il finale di Ryu era diverso da tutti gli altri. Dopo aver sconfitto tutti, Ryu non saliva sul podio, non ritirava il trofeo, non si faceva festeggiare, o acclamare. Se ne andava da solo nel tramonto.»
«Quindi?»
«Ryu non lo faceva per i soldi, per la fama, per le stronzate. Lui combatteva per tensione spirituale. Era un mishimiano di ferro, Ryu, la sua vittoria assumeva connotati metafisici, rifiutava la gloria personale per annullare la sua individualità in un’entità corale ed indefinita di spettri del Bushido.»
«Quindi che dovemo fa’?»
Rizzitelli mi fissa.
«I mostri pazzi che bruciano le cose.»
Annuisco grave perché ha ragione.
Rizzitelli ha sempre ragione.

Stay tuned.

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