Se guardassi da qui.

Se guardassi da qui, da dove sto guardando io, vedresti un parco proprio di fronte a te.
Di fronte a te ma leggermente spostato sulla tua sinistra, con l’erba giovane, pochi alberi e chiazze di terra sparse. Vedresti le panchine, e piccoli lampioni gialli, disseminati nel verde senza continuità, quasi ci fosse una pretesa artistica. Vedresti uno scivolo e delle altalene. Una pista ciclabile che costeggia il profilo del parco, ed oltre la pista un marciapiede costellato di abeti nati da poco, ma che smossi dal vento già coprono la visuale della strada a due corsie, una strada nuovissima, le linee bianche ancora quasi splendenti.
Sporgendo un po’ la testa, voltandoti a sinistra, vedresti salire dal parco un sentiero in terra battuta, che finisce nel nulla, nel un cantiere di un palazzo ancora in costruzione. Voltandoti invece a destra vedresti il limitare del parco che si fa terra battuta e lambisce il parcheggio esterno del palazzo di fianco.
Poco oltre quel parcheggio, mucchi di terra ed erbacce, un confine ancora da piastrellare, e sotto, a precipizio, l’autostrada.
L’unica cosa che non vedresti, ironicamente, è il grande centro commerciale attorno al quale è sorta tutta quest’area urbana.
Se spostassi lo sguardo all’orizzonte vedresti centinaia di tetti di case e palazzi, e su ogni lato, lontano, avvolte nella nebbia, le montagne che cingono la città, troppo distanti per sembrare protettive.

Rimango nascosta dietro le tende della finestra aspettando che la troupe del telegiornale vada via.
È tutta la mattina che i giornalisti continuano ad andare e venire. Andare e venire. Per quella signora che è scomparsa. Nessuno sa dove sia finita. Nessuno capisce.
Ascolto i cani abbaiare nel parco. Le grida dei bambini. I bambini. Rimango nascosta dietro le tende della finestra e la troupe del telegiornale va via, e subito la polizia ritorna. Come se si dessero il cambio.
Attraverso la cucina e vado al frigorifero per controllare se c’è abbastanza cibo per la cena. Il frigorifero è pieno, quindi decido di non uscire per fare la spesa. Non oggi, con tutti quei giornalisti e la polizia e le domande sulla signora che è sparita, e nessuno capisce come, nessuno capisce perché. Controllo il calendario per ricordarmi quando è l’appuntamento con il medico anche se in realtà lo ricordo bene. Torno a sbirciare dalla finestra e la polizia se ne è andata ma è arrivata un’altra troupe.
Ascolto le macchine sfrecciare sull’autostrada.
Mi siedo e torno a cucire a maglia una copertina per Marco, ma poi ricomincio a piangere e devo di nuovo smettere. Guardo ancora fuori, il parco, l’autostrada, le montagne.
Le montagne così lontane. Le montagne sembrano fantasmi.

Non ho pranzato, non avevo fame. Ho provato a dormire ma non ero stanca. In televisione c’era un programma sui bambini autistici. I bambini autistici. Ho pregato perché Marco non fosse autistico. Ho sentito mamma. Sta bene. Il pomeriggio è passato così, mentre fuori i giornalisti continuavano ad andare e venire. Andare e venire. Così non sono uscita anche se era una bella giornata. Ha piovuto per oltre una settimana, invece oggi è spuntato di nuovo il sole. La primavera. Il sole.

Quando lui torna la cena è pronta. Paella. Sulla confezione c’è scritto “pronta in 8’” ma io la faccio cuocere un po’ di più. Per insaporirsi meglio. Lui dice che è molto buona. Poi mi racconta del lavoro e io gli dico dei giornalisti e della polizia che andavano e venivano tutto il giorno. Lui mi dice che ha paura. Ha paura che ci sia qualche maniaco in giro, e dice che dovrei parcheggiare l’auto vicino al parco, sulla strada, anziché in garage. Gli chiedo perché. Lui risponde che qui e al centro commerciale, c’è sempre qualcuno. Tranne la sera. Ma di giorno l’unico luogo un po’ isolato è il garage. Come lo scorso anno. Ricordo.
Lo scorso anno, prima che venissimo ad abitare qui, girava un maniaco da queste parti. Aspettava le ragazze nel garage del palazzo, poi le minacciava con un taglierino. Le violentava. Lì, nel garage. Un giorno, finalmente, è stato arrestato. Aveva scelto questa zona perché era ancora quasi disabitata.
Io gli dico che va bene, che domani quando torno dal centro commerciale parcheggio sulla strada.
Poi parliamo della visita e lui mi abbraccia. Poi guardiamo un po’ la televisione. Poi andiamo a dormire.

Trovo parcheggio dopo qualche giro e non è vicinissimo a casa, ma l’avevo previsto. All’ipermercato ho preso poche cose proprio nell’eventualità che ci fosse un po’ da camminare, e non avrei voluto trovarmi piena di buste pesanti. È una bella giornata. C’è il sole. Sole.
Quando sono scesa in garage non riuscivo a provare paura, o tensione.
Il sole filtrava ovunque, anche lì sotto.
Oggi i giornalisti e la polizia non si sono visti. Non si è visto nessuno. Come se dopo un giorno avessero dimenticato tutto. Anche le altre volte è successo così.

A casa sistemo la spesa e apro una busta di insalata per il pranzo, e ci aggiungo una scatoletta di mais.
Al tg regionale inquadrano casa. La telecamera riprende l’erba tagliata di fresco, lo scivolo e i giochi dei bambini, i lampioncini gialli del parco, poi la facciata del palazzo, poi tutti i palazzi intorno, che formano un quadrato grigio di finestre, e forse dietro una di quelle finestre ci sono io. C’è una ragazza che parla, credo sia una vicina, che dice che no, non sa nulla. Non conosceva la signora.
Chiamo mamma e stanno tutti bene. Lei è un po’ preoccupata e le spiego che ho iniziato a parcheggiare proprio accanto al parco come mi ha detto lui, e che può stare tranquilla.
Esco.

Il sole caldo sulla pelle mi fa stare bene. Bene.
Seduta sulla panchina, mi tolgo gli occhiali scuri e getto la testa indietro per accogliere i raggi caldi sul viso. I capelli mi sfiorano il collo e sono morbidi. Mi perdo in me stessa, mi perdo nel sole.
Riapro gli occhi quando sento una signora chiedermi scusa, e la guardo senza capire. Poi vedo il cane, un cane piccolo, che si strofina contro il mio polpaccio. La signora tira il guinzaglio e si scusa ancora, ed io provo a sorriderle e dirle di non preoccuparsi. La signora allora sorride a sua volta e dice qualcosa al suo cane, poi sorride ancora e mi augura buona giornata e si allontana.

Mi alzo e faccio un giro per il parco. Con queste giornate è sempre pieno di gente. C’è un gruppo di persone che sembra aver fatto amicizia facendo giocare insieme i loro cani. Ogni giorno. Un gruppo di gente in shorts che fa jogging, si incontrano qui e partono tutti insieme. Poi c’è il gruppo delle mamme, che si ritrovano sempre sulle panchine intorno ai giochi per bambini. Mi avvicino a loro, guardando le montagne così lontane. Qualcuna ha la mia età. Qualcuna sembra un po’ più vecchia.
Intorno alle altalene, con i piccoli che giocano, c’è un bambino, di quattro o cinque anni, che corre su e giù, su e giù, come se non conoscesse la stanchezza. I capelli nerissimi, lisci, come immagino quelli di Marco, che ondeggiano sulla sua testa, sfidando il vento, il sole. Il sole.
Di colpo il bambino
(Marco?)
cade a terra, e faccio un passo in avanti di scatto, involontariamente, per soccorrerlo, ma nemmeno un istante e lui è di nuovo in piedi, che corre più veloce di prima, tra le risate delle mamme che lo prendono affettuosamente in giro, e mi appoggio con la spalla ad un albero e mi rimetto gli occhiali da sole perché sento salirmi le lacrime.

Per cena ho preparato i petti di pollo panati e lui mi chiede se c’è la maionese ma stamattina proprio non ci ho pensato a comprarla. Non ci ho pensato. Lui dice che non fa niente e mi racconta del lavoro. Mi chiede dell’auto e gli spiego dove ho parcheggiato. Anche lui oggi sembra più tranquillo ma si raccomanda di tenere sempre gli occhi aperti, nel caso vedessi qualcosa di strano. Io gli chiedo che intende per qualcosa di strano e lui risponde gente strana, o gente che non è del vicinato, e io vorrei dirgli che tanto non conosco nessuno, del vicinato, ma poi sto zitta. Non dico nulla. Guardiamo un programma in televisione e lui beve qualcosa e pensiamo a cosa fare nel fine settimana. Lui mi dice che questo sabato lavora comunque mezza giornata, però possiamo andare a cena fuori. Domenica possiamo invitare degli amici a pranzo, oppure fare una scampagnata, che c’è bel tempo. Io gli rispondo di sì. Dice che adesso che arriva l’estate, potremmo anche fare un salto al centro commerciale a comprare un tavolo, di quelli con l’ombrellone, e qualche sedia. Per inaugurare il terrazzo. Sì.
Ci baciamo e quando sento le sue mani salirmi lungo i fianchi, fino al seno, mi scosto e gli chiedo scusa. Lui mi rassicura e finge di non essere deluso. Poi non so come, finiamo per parlare di Marco. Non so come, non so davvero come, non avrei voluto tirar fuori la cosa. Lui mi dice di aspettare la visita, che ancora non sappiamo nulla. Che magari dipende da lui. Che ad ogni modo non è colpa di nessuno. Che non si può parlare di “colpa”.
Io gli rispondo che non è vero. Che è colpa mia. Mia. Che il mio utero sta marcendo.

Nel sogno sto uscendo a piedi dal centro commerciale e le signore scomparse vengono verso di me e mi chiamano per nome. Io vorrei chieder loro dove erano finite e come fanno a conoscere il mio
nome, ma non riesco a dire nulla. Mi chiedono di seguirle, fino al parco, e di colpo è notte e c’è un grande vento quando arriviamo alle altalene. Continuo a non riuscire a parlare. In autostrada non passa nemmeno un’auto. Nemmeno un camion. L’autostrada è deserta.
Una delle signore si siede sull’altalena, illuminata dai piccoli lampioni gialli, poi mi indica le montagne e mi dice lì, lì c’è Marco. Mi dice di non piangere, che Marco sta bene, ha soltanto un po’ freddo. Mi dice che dobbiamo andarlo a prendere per portarlo a casa. Mi dice che lui è lì che aspetta. Mi dice che è lontano, ma meno di quanto sembra. Dobbiamo solo fare un piccolo viaggio, stando attente a non sparire.

Apro gli occhi e vedo il soffitto, nero di buio. Lui dorme. Deve essere notte fonda. Mi alzo piano, facendo attenzione a non svegliarlo.
In cucina preparo una camomilla e la verso nella tazza con un cucchiaino di miele, come la preparava mamma quando ero piccola e non riuscivo a dormire. Mi avvicino alla finestra, sorseggiando la camomilla calda, dolce, e scruto fuori, nella notte. Guardo i fanali rossi delle automobili che sfrecciano in autostrada. Guardo il parco, deserto, immobile, silenzioso. Guardo le luci dei lampioni gialli. Sembrano fuochi fatui che ondeggiano nel buio.
Finisco la camomilla e poggio la tazza nel lavandino. Poi ci ripenso e, più piano che posso, la ripongo nella lavastoviglie, per non farla trovare a lui. Vado in salone, accendo la luce, apro delicatamente la credenza, e prendo la copertina di Marco che avevo quasi terminato. Poi spengo la
luce, mi siedo sul divano, con la copertina, ed inizio lentamente a disfarla.

Esco dalla doccia ed infilo l’accappatoio.
Mi asciugo, poi mi siedo sul water, scosto l’accappatoio ed allargo un po’ le gambe. Chino la testa e guardo tra le cosce. Passo una mano sul pube, fino alle labbra, le scosto, le osservo. Mi alzo a prendere uno specchietto per il trucco e torno a sedermi, a guardare, aiutandomi con quello.
Non trovo nulla di strano.
Poi con l’altra mano mi inumidisco di saliva un dito, allargo bene le gambe, inarco la schiena, ed infilo il medio nella vagina, una falange alla volta.
Frugo. Rovisto. Cerco.
Non sento nulla di strano. Continuo ad ispezionare, a perlustrare, aiutandomi anche con l’indice, cercando di arrivare più in fondo possibile.
Rinuncio.
Quando tiro fuori le dita trovo un po’ di sangue sui polpastrelli e sotto le unghie. Devo essermi graffiata. Ma non sento dolore.
Lo specchio riflette altre cose. Figure.

Raccolgo tutti i vetri degli specchi rotti con la scopa e la paletta. Tutti gli specchi. Riempio una busta nera dell’immondizia. Non so cosa dirgli quando tornerà a casa.
Poggio la busta di vetri in terrazzo. Più tardi uscirò a gettarla via. Più tardi. Faccio il giro della casa, dall’ingresso alla camera da letto. Torno indietro, fino all’ingresso. Faccio un altro giro. Mi sento meglio. Senza gli specchi è meglio. Senza le cose che riflettevano. Le figure.
Lo so che è colpa della casa se Marco non arriva. Se sta laggiù. Nelle montagne. Laggiù.
Vado nello stanzino e prendo l’aspirapolvere e lo passo per tutta la casa, in ogni angolo, per eliminare ogni scheggia di vetro, ogni frammento, perché se ora Marco venisse potrebbe farsi male, gli specchi potrebbero tagliarlo. Ferirlo.
Potrebbero fargli del male.

Quando esco getto via la busta. Gli specchi. Nel parco una coppietta di ragazzi, mano nella mano, mi passano accanto. Sembriamo io e lui. Lo scorso anno. Due anni fa. Tre. Lo scorso anno.
La coppia mi guarda e per un istante i loro occhi mi sembrano carichi d’odio. Maligni.
Sussulto, inizio a camminare, veloce, verso l’auto. Mi sento tutti gli occhi addosso. Anche i lampioni gialli sembrano osservarmi. Anche loro con cattiveria. Affretto il passo, entro in auto. Rimango immobile, seduta al volante, a fissare i palazzi.
Qui le case sono strane.

Sistemo i surgelati in freezer ed il resto delle buste le lascio sul tavolo accanto al telefono cellulare.
Guardo il calendario. Non ho fame. Esco.
A quest’ora nel parco non c’è quasi nessuno. Sono tutti a pranzo. Solo, ogni tanto, si vede qualcuno che fa jogging, sotto il sole accecante. Nessuno mi bada. Mi siedo sulla panchina davanti alle altalene vuote, con gli occhiali da sole. Il silenzio è assordante. Chiudo forte gli occhi, ricacciando
indietro le lacrime.

È quasi buio e lui tornerà a breve.
Le montagne sembrano incantate, avvolte nella nebbia, distanti,
(ma meno di quanto sembra)
ed il vento della sera si è già alzato. Sibila.
Immagino il vento che deve soffiare lì, tra le montagne, nella nebbia,
dove fa freddo,
(soltanto un po’ freddo)
dove la notte sta già scendendo,
(lui è lì che aspetta)
e, senza accorgermene, sono al limitare del parco.
Inizio a salire, verso l’orizzonte.
Cammino, continuo a camminare, senza sapere che ore siano.
Cammino verso le montagne.
Le montagne così lontane.
Le montagne sembrano fantasmi.
Cammino verso le montagne. Lascio cadere briciole di pane.
Devo solo fare un piccolo viaggio, stando attenta a non sparire.

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