Mi diverto solo se, solo se instauro un regime.

Sotto i cieli bui della nuova Weimar avanziamo come spettri, ombre nere sull’asfalto nero, che si allungano deformate sotto i lampioni spenti, le stelle morte, e il tintinnio delle bottiglie riecheggia nel vuoto mentre noi, ubriachi, schiacciati dai criminali di novembre, sporchi di lustrini dei kabarett, degenerati come il funzionalismo, solchiamo le strade fiutando l’odore dei suicidi, come gatti di cimitero.
C’hai fatto caso che Parolisi somiglia ad Arkan?, dico.
No.
Prima di rientrare a casa, ci fermiamo a scambiare due chiacchiere con Willy, un superfico svitato che fa il buttadentro nell’unico locale ancora aperto.
Uno, conto.
Guardate adesso gente in pista chi c’è, ci dice.
Chi?
Il principe Augusto, per gli amici Pinochet.
No senti io non ballo. E non bevo spremute d’arancia.
Scommetto che non hai mai nemmeno collaudato un fischio, allora.
Il locale è deserto, tranne che per Augusto scatenato, e ci fermiamo ancora un po’ ad ascoltare la maxistoria di Willy che lotta contro i vichinghi.
…E la mamma preoccupata disse «Vota Pinochet!», ci spiega.
Scusa, quindi tua madre t’ha spedito nel Cile dei colonnelli perché un coatto t’aveva menato al campetto?
Eh. Sì.
Fidate, donne così non le fanno più.
Anche mia madre è un pesce, dice Vardaman.
Willy continua a raccontare finché gli afferro un braccio, io che non sfioro mai nessuno perché mi fate schifo.
Erano cuffie, dico, cuffie, capito? Si chiamano cuffie. Non avevi uno stereo nelle orecchie, mi segui?
Ok.
Ci incamminiamo prima di fare una trottola di lui.
Non ci sono più stelle, ci urla dietro Willy, prima se ne stavano lì come tanti chicchi di mais su un cielo di merda ed ora è solo buio.
Benvenuto a Weimar, zio.

A casa, in compagnia dei poltergeist, dei cappi, delle bottiglie, la finestra della cucina è l’unico rettangolo di luce sulla facciata nera del palazzo, come un solo brillante occhio posizionato asimmetricamente e spalancato incredulo su una voragine scura che ingoia il firmamento restando poi in attesa, lì, sull’orizzonte degli eventi. Stappo le Peroni.
Stiamo pianificando una presa di potere perché la nuova Weimar esige nuovi putsch, da cucine fumose come birrerie e delle birreria i litri di birra, birra nazionale che non ha nulla di italiano ed è tagliata con il grano.
Siamo rimasti due mesi a bere, leggendo ogni quotidiano sparso sui tavoli del bar (io solo il Corriere dello Sport), guardando ogni tg, ogni tribuna politica, assorbendo ogni paura, ogni fobia, ogni ansia di questo paese per poi incarnarla per puro spirito antagonista che contraddistingue l’operato dei demoni.
Noi siamo i bambini mongoloidi che si gettano dal terrazzo dopo aver guardato Spider-Man.
Noi beviamo whiskey perché l’abbiamo visto su Lo Spaccone.
E l’imbruttita di De Niro al pimp fuori dal bar su Taxi Driver è la mejo scena della storia del cinema.
C’è un certo Cthulhu che ci ha scritto, ha proposto un po’ di cose…
E chi è?
Come chi è? Il Sindaco di R’Lyeh.
No, no Cthulhu vero. Un tale Cthulhu Valerio Borghese, dice c’ha contatti buoni, vorrebbe fa’ ‘sto golpe, dargli il nome e passare alla storia comunque vada.
Golpe Cthulhu. Me piace.
No, sarebbe Golpe Borghese.
Golpe Borghese non se po’ sentì, pare che ce schieramo a Piazza Thorvaldsen colle macchinette 50.
Boh, ci vuoi parlà te?
No, io non parlo con nessuno da mesi. Ho visto troppi amici fomentarsi e parlare di “effetto Zeman” ed ho capito che non ci si può fidare. Mai.
Che je dimo?
Non gli rispondere nemmeno. Secondo me è il solito squilibrato di Roma Sud.
Forse dovremmo fare un governo tocnico.
Tecnico?
Tocnico.
Che cazzo è un governo tocnico?
Un… un governo tocnico.
Lascio cadere l’argomento e mi adopero affinché nessuno accenda la tv, che ho smesso di guardare dopo aver beccato un orso con la voce di Abatantuono che parla al telefono e fa argute autocitazioni, lasciandomi catatonico in preda ad un terrore senza nome. Stappo altre birre.
Stiamo a perde tempo. Siamo più sconclusionati della campagna elettorale che mi ha rigettato Mitt Romney.

Nitrisco così piano che se mi stessi accanto non sentiresti nulla, eppure tutti i cani del quartiere sono morti. Vabè che qua i cani la gente se li scopa. Gli altri chiacchierano.
Sai che ci fa un astemio in birreria?
Dammi una pistola e un grimorio che m’ammazzo come Nödtveidt.
Mia madre è un pesce, dice Vardaman.
Voi non capite un cazzo, è un po’ come a Monaco, dice Cisco all’improvviso.
Cioè?
È la dura legge del putsch, fai un gran bel gioco però se non hai le SA ti si bevono.
Cisco non ci interessano le tue riflessioni banali. Tornatene in bagno un’eternità.
Sì, chiuditi nel cesso.
Repetto è vivo e marcia su Pavia.
Ok, Tremonti ha detto che siamo a Weimar. Io lo chiamo un buon inizio. Ma ‘sto putsch della cucina non va da nessuna parte.
Perché sei un cojone.
Sì.
Quindi?
Finimo la birra e aspettamo che riapre il bar.
Aspè, ho una barzelletta, dice Marietto.
Tu chi cazzo sei?
Marietto.
Ma non eri morto?
Eh. Allora, sai come titola Le Monde quando la Corea del Sud attacca l’Occidente?
Come.
«Seul contre tous».
Forse Marietto riesce a notare il bagliore della lama prima di sentire il sangue caldo scorrergli lungo l’inguine. Continuo a colpirlo.
Marietto dissangua a terra ed ora il televisore è acceso perché ho fallito anche in questo e restiamo seduti a sparargli contro con le .44 scariche, aspettando solo di andarcene al bar perché non c’è niente di meglio da fare, qui, sull’orizzonte degli eventi.

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