Volevo un gatto nero.

gatti

Duemila chilometri andata e ritorno, lavoro perduto, matrimonio finito, matricola abrasa, videopoker, vecchiaia alle porte, a casa con i tuoi.
Seul contre Tous. Taxi Driver.

Travis Bickle senza auto, senza soldi, senza Vietnam. Travis Bickle che sbaglia bersaglio. Travis che perde, Travis senza epilogo da eroe.
Di Travis: solitudine, odio, capolinea.

Me ne vado al bar per non sentire le stronzate del politico non eletto, del giornalista servo. Ordino Peroni.
Il bar: solitudine, odio, capolinea.

Sai che c’è, quando provi a seccare Obama ti sputano in faccia persino i nazisti dell’Illinois. Ogni nazione ha i suoi malcontenti, i suoi scontri, le sue divisioni, le sue schifezze. Ed ogni nazione ha il suo prestigio, il suo rispetto, le sue istituzioni.
L’Italia, dal canto suo, ha soltanto coda di paglia e leccaculo.
Il fatto che qualcuno abbia pensato di andare a fare una strage durante il giuramento dei nuovi ministri al Quirinale, non ha sorpreso né scandalizzato nessuno, potenziali bersagli in primis. Come se fossero perfettamente consapevoli di essere odiati, letteralmente, a morte, con tanti saluti alla retorica del c’è stato un effettivo distacco tra le istituzioni ed i cittadini. Da parte loro non c’è stata nessuna presa di coscienza, nessun passo indietro, nessuna illuminazione. Anzi hanno rilanciato, con più arroganza che mai, strumentalizzando l’accaduto, additando (con quel tanto di perifrasi che ti scampa dalla querela) il M5S come una sorta di mandante morale. Il vento dell’antipolitica.
Un MoVimento così innocuo ed incapace che pure con un terzo dell’elettorato è stato completamente estromesso da tutti i giochi e da tutte le spartizioni.
Ma le parole, attenti alle parole.
Con Alemanno, il sindaco peggiore della storia di Roma, in prima fila a farsi la campagna elettorale.

Questo ovviamente sulla pelle di un ragazzo con le gambe spezzate. E di un uomo che forse morirà, forse addirittura peggio, che su Facebook aderiva a Raccolta firme per Proposta di Legge su Riduzione Stipendi Parlamentari, si incazzava perché sui ministeri sventolano tricolori strappati, che scriveva di «povera gente italiana che è veramente bisognosa».
Ossia uno che, beffa nella beffa, la pensava suppergiù come chi gli ha sparato.
E la pallottola se l’è presa per parare il culo a te.

Te che mentre la tua nazione annaspa proponi come soluzione d’emergenza: subito la cittadinanza a tutti i figli di immigrati.

Ed io devo stare attento alle parole? Che sono pietre?

Con i vostri giornalisti a libro paga che non hanno saputo tirar fuori di meglio che la campagna mediatica adesso però non diciamo che il tizio ha fatto bene? Cos’è, un’implicita ammissione del fatto che gli italiani vi odiano e nemmeno troppo a torto? Mentre gongolate che ora avete la scusa per farvi aumentare la scorta, che se girate dieci minuti da soli vi menano tutti? 

E allora solo gatti neri, agili, randagi, scattanti. Solo gatti neri, senza casa, non sterilizzati, soli. Che mangiano le scatolette di Whiskas lasciate dalle gattare, ma non si fanno accarezzare da nessuno.
Tre cose sanno fare: ignorarti, scappare e strapparti gli occhi.

E intanto l’Italia andava a picco affogata nella sua pazzia.
Noi, solo Peroni rotte e 666.
E i gatti.
Neri.
Neri.

Frantumo la bottiglia sull’asfalto e tutti i gatti neri mi osservano in silenzio accovacciati sulle auto bruciate mentre il tramonto tinge di rosso la strada.
In giro, la gente si uccideva, si impiccava, si dava fuoco. Le serrande dei negozi erano tutte abbassate e coperte di svastiche. Le donne abortivano. Ci scattavamo fotografie senza mai sorridere. Tutti camminavano oscillando, imbottiti di Tavor, vino, droghe, lo sguardo fisso a terra. Cortei funebri si alternavano.

I gatti neri ci fissavano con occhi antichi e ostili e iridati come gli epiloghi insondati degli oceani. E come l’oceano, la loro immobilità intrisa di silenzio era attraversata dal vento, rilasciando energia cinetica in un chiassoso moto perpetuo. La loro placida irrequietezza era priva di rive su cui morire. L’elettricità che li attraversava era dissimulata dal proprio equilibrio inalterabile e si riversava nei loro sguardi ondivaghi, densi di azioni taciute e pronte e rapide come la loro differente percezione dello scorrere del tempo.
Le nostre vite si intrecciavano nello stesso ruolo di comparse in un funerale eterno.

Finisco di bere, scaglio a terra la bottiglia vuota e mi incammino nel sole che muore verso un’altra cerimonia. Rapidi come le ombre che scorrono, i gatti lasciano i loro posti e senza produrre nessun suono si avviano dietro di me.
Volevo un gatto nero.
Nero.
Nero.

Mi hai dato un gatto bianco, ma io faccio come cazzo mi pare.

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