Poiché nulla è il bello, se non l’emergenza del tremendo.

satanaaaaaa

Ciao ragazzi, mi riconoscete? Sono io, il vostro amico Lucifero.
E la strada è sempre questa. La vita sempre questa. Piove sangue su Roma Est. Alzati il cappuccio del North Face, Levi’s fradici da mattatoio, la Peroni sembra Campari e tutti camminano svelti perché guarda come piove. Guarda come corrono.
È il 29 gennaio e ne ho già il cazzo pieno del 2014.
La gente in strada, occhi bassi, testa bassa. Ride solo Justin Bieber nelle foto segnaletiche.(Quando la Polonia detta legge e Justin Bieber si ubriaca di malavita, è il punto di non ritorno. La zona del disastro.)
Poi finalmente salta fuori un Boss delle Discariche, un Ras di Malagrotta, ma Real Time insiste con i programmi di torte, così sai che anche le distrazioni televisive ti sono precluse. A noi delle torte non ce ne frega un cazzo, per noi solo gabbiani radioattivi che si lanciano in spedizioni punitive contro le colombe di Papa Poser per ordine del Negus del Pattume.
Ma un paese di gente che crede a Vannoni e non crede a Lombroso, alla lunga, tende a sconfortarti, e allora bevi, perché guarda come piove.

Bevi e ti chiudi nell’isolamento totale delle periferie, tra palazzi grigi di edilizia sovietica anni ’80, insediamenti abusivi, case stregate, cartoni di vino, quartieri dormitorio che da mezzanotte in poi non sono nemmeno più quartieri, sono la discografia dei Joy Division. Leggi Knut Hamsun (Trve Norwegian, lui) e cerchi risposte in Fame, ma che cazzo di risposte devi trovare in un romanzo su uno squilibrato che si diverte a chiedere per scherzo l’ora alle guardie? Ti pare una risposta?
Però Knut Hamsun nel 1920 ha vinto il Nobel per la letteratura (sai erano i premi dopo la Grande Guerra e dovevano smollarli in qualche paese che era rimasto neutrale, per correttezza politica). Poi nel ’43 si è beccato con Joseph Goebbels per farsi qualche Peroni e gli ha regalato la medaglia del Nobel. Poi l’hanno processato, rinchiuso in manicomio e nel ’52 è morto odiato da tutto il suo popolo e dal mondo in generale (tranne John Fante).
E qui mi sovviene un possibile trend per il 2014: regalare le cose a Goebbels.
Improvvisamente mi riscuoto dall’apatia e vedo un futuro (vabè, ero sbronzo) e comincio a credere nel domani, ad esempio nello scudetto della Roma, su cui malgrado l’ottimo campionato non mi ero mai fatto illusioni.
Ma certo che possiamo vincere lo scudetto, mi dico. Così lo regaliamo a Goebbels.

E nel pieno di questa rinnovata sete di vita, un mio amico, Ctonio Cartonio, mi segnala l’esistenza del programma televisivo Masterpiece, una sorta di reality show letterario che mi era sfuggito, avendo bruciato il televisore per via di tutte quelle torte del cazzo.
Mi metto immediatamente al lavoro con un solo obiettivo: vincere Masterpiece e regalare il premio a Goebbels, acquistando al contempo abbastanza credibilità e visibilità mediatica per fare pressioni su James Pallotta nell’evenienza di uno scudetto.

Parto pretenzioso, con l’idea di un grande romanzo americano, personaggi a raffica, vicende che si snodano per decenni.
È il 1951 e durante una storica partita di baseball (New York Giants v. Brooklyn Dodgers) viene battuto un fuoricampo. Un ragazzino riesce ad entrare in possesso della palla, che continua a passare di mano in mano fino agli anni ’90, quando finisce a Knut Hamsun, che la regala a Goebbels.
Poi un mio amico, Cthulhu Cartonio, mi fa notare che questo romanzo l’hanno già scritto, e mi ritrovo così ad abbassare le mie pretese, le allineo agli stipendi polacchi, limitandomi alle stronzate a cui sono abituato, fino alla resa dei conti dal solito esito schiettamente europeo (la sconfitta).

(«Bene, ci legga un passo dal suo romanzo… che si intitola… uhm… L’antico Capro andava portato in salvo
«Ehm…»
«Prego.»
«KUOLEMAAAAAA! SATANAAAAA! KUOLEMAAAAA! SATANAAAAA!»
«…»
«Uh. Per me, mi spiace, è no.»
«Guarda, se c’è gente di cui non accetto il giudizio quelli sono i magistrati.»
«Anche per me assolutamente no.»
«Te credo, sei l’equivalente letterario de CGIL-CISL-UIL.»
«Mi trovo d’accordo con i colleghi, anche per me no.»
«MA TE CHE CAZZO NE SAI CHE SEI PURE NEGRA?!»
«Ha detto la parolaccia con la N!»
«Questo è intollerabile!»
«Beh anche Faulkner era un racist, ma questo romanzo sono solo amari e invocazioni a Satan…»
«Eh, ma certo che Faulkner…»
«NON NOMINATE FAULKNER IN ‘STO PROGRAMMA DEL CAZZO!»
«Ma infatti che c’entra Faulkner, a me questo sembra più un mix puerile di Bukowski e Lovecraft, con qualche spruzzata di sottocultura ed una sorta di feticismo per il Terzo Reich…»
«INFATTI È STUPENDO!»
«Sentite, chiamo la sicurezza che questo non si regge neanche in piedi.»
«Y’AI ‘NG’NGAH YOG-SOTHOTH H’EE-L’GEB F’AI THRODOG UAAAH!»
Dissolvenza.
Spot della Crai.)

Avevo fallito di nuovo.
Rimasi sotto la pioggia a fare la quenelle mangiando Haribo senza alcun premio da regalare a Goebbels, chiedendomi perché fossi così inviso all’establishment politico europeo.
Il 2014 era tornato patetico ed inquietante come gli annunci di adozioni di cani scritti in prima persona dal punto di vista dell’animale.
Un sindaco genovese aveva bloccato tutti gli sfratti di Roma tranne il mio ed un commando misto di Compass e Agos Ducato mi dava la caccia. Uno split 7” Boldi/Pieraccioni era presentato come il segnale di un forte cambiamento della nazione. Di notte le ombre strisciavano sui muri della stanza.
Ci avevano fregati.
Ce l’avevano proprio messo al culo.
Ci avevano tolto l’emergenza del tremendo che fomentava Rilke seppellendoci di plastica, lustrini e cazzi a batteria, ci avevano sovvertito il vocabolario e impantanato in dibattiti e polemiche senza senso, senza sbocco, ci avevano accusati, condannati, e avevano vietato tutto.
E le torte, quelle torte fottute.
La verità è che per uccidere la tua donna devi amarla davvero, e le generazioni cresciute nel mito del femminicidio non sapranno mai cos’è l’amore.
In compenso sapranno prepare la cheesecake.

Ed inizia così il 2014 della Curva del Male.
Inizia entrando nel bar, perché guarda come piove.

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