Febbraio.

birra

Stappavo la prima birra al mattino presto. Lo stomaco gonfio era lì a testimoniarlo. Mi svegliavo all’alba, con il televisore acceso che mandava canzoncine ridicole, sigle di cartoni animati (notai che il trend dei politici italiani era citare Peppa Pig in battute che non facevano ridere), e già nell’alzarmi dal letto la giornata aveva assunto i contorni della farsa. Ero stanco, ero debole, e il Diavolo era dappertutto.
Le persone oscillavano tra una mesta docilità, una rabbia inespressa (Facebook era diventato la valvola di sfogo della nazione) ed il caratteristico vittimismo.
Gli sfoghi cominciavano solitamente con le parole «dovrebbero» o «bisognerebbe». Chi sarebbe stato il salvatore, o i salvatori, non era dato saperlo. Spesso era genericamente «la gente» che «vedrai tu quando…». Il «quando» fissava una prospettiva fosca (quando non ci sarà più da mangiare, quando staremo tutti per strada, quando avremo toccato il fondo) oppure un decisivo momento di rottura (quando ci saremo rotti il cazzo, quando ci sveglieremo). Lì ci sarebbe stata la «rivoluzione». Ci sarebbero stati «linciaggi» e «bazooka». Li saremmo (chi?) «andati a prendere».
(Tutta l’azione si sarebbe svolta a Palazzo Montecitorio, perché la prospettiva critica non individuava altre centrali di potere al di fuori di quella).
– Cosa… devi fare… tu?, – mi limitavo a balbettare.
A questo si aggiungeva un bombardamento mediatico che forgiava le menti e le coscienze, riportando tutti sul giusto binario del «dialogo». Era indispensabile essere «civili». Essere «pazienti». Qualsiasi cosa che uscisse dagli steccati costruiti dai media era liquidato (e condannato) come «violenza». Non sapevo come, ma la dottrina giornalistica si sposava perfettamente con gli eccidi del «quando».
– Alle consultazioni ha sbagliato, – dicevano, – doveva farlo parlare.
– Tu vagheggiavi di sparargli con un AK-47.
– È una questione di responsabilità.
– Tu. Volevi. Ucciderlo.
(«Responsabilità» era in effetti una delle parole d’ordine da qualche anno: bisognava «lavorare» e «concentrarsi» sui «problemi reali del paese», perché solo così «ne saremmo usciti», ed ogni deviazione era una mancanza di «responsabilità»).
«Vergogna» e «dignità» continuavano ad essere i termini più apprezzati mentre mi trascinavo stanco nel negozio di alimentari sotto casa.
– Ieri… navitto, – mi diceva il pakistano.
– Eh?
– Ieri… navitto.
– Visto? Cosa?
– Ieri… navitto… te.
– Ah.
– Dov’eri?
Già, dov’ero?
Mentre bevevo guardavo intontito le immagini delle rivolte in Ucraina scorrere sullo schermo del televisore.
Kiev neve e fuoco. Kiev calor bianco.
I TG dicevano tutto ed il contrario di tutto perché non sapevano bene che posizione prendere – erano dilaniati tra la generica linea anti-russa e la presenza in piazza di nazionalisti. Così la rivolta era opera di «neonazisti». Poco dopo era di «cittadini che chiedono di entrare in Europa». Nessuno ci faceva caso.
Il mondo a volte spariva e calava un sipario nero. A mezzanotte compariva il Diavolo.
(«Sto lavorando, sto lavorando…» era il mio mantra, l’autoassoluzione per tutto).
Ma c’erano «segnali di ripresa». Eravamo «fuori dalla recessione» e quasi «fuori dalla crisi» (se fossimo stati civili, se fossimo stati responsabili). Ogni settimana veniva vagheggiato un nuovo reato ideologico.
Quotidianamente ci spiegavano come avevamo sbagliato tutto (millenni di civiltà) ed eravamo «inadeguati». Eravamo in un momento storico (detto «il giorno d’oggi») in cui il mondo «era cambiato» e dovevamo adattarci. A dimostrarlo, c’era il fatto che «all’estero» non erano come noi –  «all’estero» era un «paese civile», una nazione fantasma perfetta, una Eldorado dove il «progresso» aveva annullato ogni conflitto sociale.
Gli spot pubblicitari avrebbero dovuto comprendere famiglie gay. Bambini down. Persone «di colore». Soltanto così (guardando due tizi che cucinano la pasta) avremmo «superato i pregiudizi».
Mentre stappavo l’ennesima birra (mangiavo sì e no una volta al giorno) pensavo a come mi ero stufato di pormi come Il Male, perennemente in conflitto con tutto questo, in conflitto con tutti, un antagonismo sterile e infantile e autodistruttivo («è perché mi state sul cazzo», spiegavo, «e il Diavolo marcia con me»).
Sullo schermo del televisore, le onnipresenti pubblicità che chiedevano soldi per dei ragazzini africani.
I giorni si accavallavano e si confondevano. «Sto lavorando», continuavo a ripetere. Ero entrato nella camera ardente ed avevo notato un avvitatore elettrico distrattamente abbandonato in un angolo, ed avevo pensato che quell’istantanea racchiudeva tutto il senso assoluto della morte. Mi ero convinto che un quadro (uno stencil su una sottile tavola di legno) fosse maledetto e di notte lo fissavo nella luce azzurra del televisore e c’era il Diavolo. Passavo le serate a bere e guardare Seratissima I Robinson su K2, e le puntate che avevo guardato da ubriaco venivano replicate la sera successiva quando sarei stato più o meno sobrio.
«È un sistema perfetto», avevo commentato.
Il «cyberbullismo» era la nuova piaga sociale. Adolescenti si suicidavano quasi quotidianamente perché «su siti web dove si può scrivere di tutto» ricevevano insulti da parte di «vigliacchi protetti dall’anonimato». L’eroina era ovunque e «gli esperti» (c’erano sempre esperti per ogni cosa) parlavano di «ricorsi ventennali delle droghe». Twitter scandiva la dialettica (140 caratteri, hashtag) dei dibattiti del momento. Tutti erano incollati al proprio tablet o al proprio smartphone intenti a «whatsappare» e scattare «selfie». Ma «la rete» era presentata come una giungla inesplorata e pericolosa, dove si annidavano pericoli (il più temuto: i «neonazisti»).
Il fascismo dominava l’Italia. Ogni polemica si risolveva in reciproche accuse di «squadrismo». La «democrazia» era costantemente in pericolo (da qui i reati ideologici: per preservarla). La «ludopatia» stava conducendo nell’abisso milioni di famiglie. Halloween aveva ormai sostituito il Carnevale. Lo spettro della Grecia era sempre presente.
Avevo smesso di pormi domande e procedevo per inerzia. Le persone in strada avevano gli occhi bassi ed un’aura di rassegnazione. L’intero paese sembrava giunto al termine di una relazione – quando nessuno dei due ha il coraggio di lasciare l’altro e la storia va avanti per un po’ malgrado sia finita, e gli istanti in cui sembra funzionare di nuovo servono solo a ricordarti quello che hai perduto.
(E questa rassegnazione, troppo evidente per essere ignorata dei media, era presentata come il terreno fertile che avrebbe permesso la presa di potere dei «neonazisti»).
Nel Lazio erano scomparse più di 6000 persone in quarant’anni. La «transofobia» serpeggiava. I giovani continuavano a morire per «il folle gioco alcolico dei social network». «L’ombra del satanismo» incombeva e c’erano stati furti nelle chiese e profazioni. Conservare il «rispetto delle istituzioni» era il limite di critica superato il quale si sfociava nello «squadrismo». «Gender» era la parola chiave.
A Roma era arrivata una strana primavera (è l’estate, fredda, dei morti) e dovevo sbarazzarmi di quel quadro e camminavo nel sole con la busta di birre e l’antagonismo sterile, infantile, autodistruttivo, e la sera l’avrei passata con Bill Cosby, perché alla fine mi state sul cazzo, e perché il Diavolo marcia con me.

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