Ma che freddo fa.

sotto
Ciò che gli uomini pensano della guerra non ha importanza, disse il giudice. La guerra perdura nel tempo. Tanto varrebbe chiedere agli uomini cosa pensano della pietra. La guerra c’è sempre stata. Prima che nascesse l’uomo, la guerra lo aspettava. Il mestiere per eccellenza attendeva il suo professionista per eccellenza. Così era e così sarà. Così e non diversamente.
(Meridiano di Sangue)

La Nera Estate dei Dispiaceri fu quella in cui gli italiani si accorsero che esiste la guerra, e decisero di intervenire facendo ciò che gli riusciva meglio: il tifo. Spesso l’appartenenza ad un fronte era motivata dalle complesse analisi geopolitiche di chi ignorava i nomi dei consiglieri del suo municipio ma conosceva ogni segreto del Medio Oriente, più spesso ancora da reazioni emotive scatenate dalla presa di coscienza che sì, in guerra anche i bambini potevano morire.
Come nelle famigerate Rivoluzioni Arancioni, il terreno di scontro erano i social network, dove gli eserciti si affrontavano duramente. C’era sangue sparso sulle bacheche. Bombardamenti. Macerie. Cadaveri (di bambini). Poi la fregna. La spiaggia. I fischiabotti di Hamas. Meme. Corpi straziati (di bambini). Il mare. Fosse comuni in Iraq. Gatti buffi. Civili morti in Ucraina. I cocktail dell’aperitivo via Instagram. Bandiere.
Si rincorrevano appelli a «resistere» e a «tenere duro». Si giurava «vendetta». Si cercava la «verità» in miriadi di link. La tecnologia di Google Translate abbatteva le barriere linguistiche dell’arabo e del cirillico, permettendo di prevedere i futuri scenari mondiali. La bandiera nera dell’Isis sventolava fiera al sole del genocidio. Chiunque avesse un’arma da fuoco poteva giurarlo: gliela aveva data George Soros. Alcuni assicuravano che uno stato fantasma specializzato in tirannia mondiale, che garantivano si chiamasse U$raele, era dietro tutto questo, protetto da media compiacenti e complici. Bono Vox si diceva fiero di Mateo Renzi. Molti auguravano stupri di gruppo a due ragazze italiane rapite, ma la maggior parte si limitava a lamentarsi per un eventuale riscatto, che sarebbe stato pagato «con i soldi dei contribuenti». «Ma la Cina», si chiedevano i più lungimiranti, «che cazzo fa?». Ci si improvvisava esperti di artiglieria pesante. Mi limitavo a far notare come la notte di Capodanno in Italia facesse più morti e feriti di un mese di raudi di Hamas. L’India era la vera incognita. Gli atlanti geografici andavano a ruba.
Le guerre in corso erano entrate tanto prepotentemente nel cuore degli italiani, da monopolizzare l’estate, lasciando quindi i cani in balia di padroni cinici, pronti ad abbandonarli sulla strada per il Salento. Le controversie sull’adozione alle famiglie gay erano state spazzate via da teste mozzate e crocifissioni: per i bambini si prevedeva un futuro molto più fosco dell’avere due papà. Le foto dei massacri a Gaza avevano quindi rimpiazzato quelle un po’ frì frì del mese passato. La tragica scomparsa di Robin Williams aveva gettato il paese nella disperazione, suonando come un funesto presagio. La notte di San Lorenzo le stelle erano spente, offuscate dalla «Superluna». Sotto gli ombrelloni si parlava di morte. Rispondevo sempre apatico: «Beh, ma vacci». Mi sentivo rispondere sempre: «Mo’ che c’entra». Le parole «movimento di opinione» mi riempivano d’angoscia. Ascoltavo i Peste Noire. Provavo a berci su.
Il pakistano da cui mi rifornivo di Peroni si era preso uno scagnozzo il cui «ciao bello» avrebbe gelato il sangue ad al-Baghdadi, e nei suoi occhi neri come l’inferno potevi leggere che per lui l’umanità si divideva in due categorie: quelli da stuprare e uccidere, e quelli da uccidere e stuprare. Lo trovavo ad ogni modo più sincero e rispettabile della maggior parte dei miei connazionali. Ero preoccupato per la loro nuova scoperta della guerra, perché di questo passo l’anno successivo sarebbero anche venuti a sapere anche cosa possono fare le donne con la bocca, entrando così in un tunnel senza uscita. I sentimenti usa e getta da social network, solitamente riservati a cuccioli, cronaca nera e scandali politici, avevano varcato un territorio sacro. L’emozione più spregevole di questo secolo, l’indignazione, lavorava incessante per abbassare il sangue dei caduti ai livelli degli sprechi di denaro pubblico da parte di un’élite crudele chiamata «Ka$ta». I media fornivano un’altalena di sentimenti non dissimili ad un mix di ansiolitici e SSRI. Era un’emotività monouso, che agiva, raggiungeva un climax e cominciava a spegnersi, per poi morire ed essere dimenticata, nel giro di mezzora. Si bevevano shottini di disgrazie. Il dolore era la nuova pornografia. L’inviolabile era diventato sguaiato. Un labrador sulla sedia a rotelle faceva «commuovere il web».
Su RaiNews24 scorrevano immagini di yazidi fatti stendere schiena a terra uno accanto all’altro in un campo, ed un miliziano che metodicamente avanzava sparando un colpo in testa ad ognuno. Non una voce, non un lamento, non un movimento, mentre mi chiedevo se nel nostro Occidente ci fosse almeno una persona in grado di morire con tanta compostezza. Avevamo perso ogni stile, posto che l’avessimo mai avuto, nati e cresciuti in mezzo ad abbastanza plastica da creare uno scudo sicuro verso il resto del mondo, quello senza buoni e cattivi, senza torto e ragione, senza dicotomie yankee, dove si combatte e si muore perché semplicemente combattere e morire è quello che fanno gli uomini, quello che hanno sempre fatto e sempre faranno. Erano bastati 70 anni di democrazia per distruggere un popolo e fornirgli la Marvel come chiave di lettura dell’animo umano. Ma chi muore per qualcosa, qualsiasi cosa, non ha bisogno di sentimenti usa e getta, non ha bisogno di indignazione, non ha bisogno del proprio sacrificio trattato come un aumento di tasse, sangue e oro sono e saranno sempre in conflitto e la promiscuità del mischiare i due piani è semplicemente umiliante per tutti, come l’idealizzare l’animo dei bambini, alla stregua di quello che avviene con i cani e i gatti, perché siete scemi e cercate isole di una purezza che non appartiene al cuore degli uomini, che è fatto di un terreno più duro, Louis.
E mentre si alza il vento l’estate continua, gelida, nera, insanguinata, e poi scivolerà nell’autunno che diventerà inverno, mentre dritti verso la rovina brinderemo col vinaccio alla pioggia e alla morte.
Buon Ferragosto dalla Curva del Male.

Questa voce è stata pubblicata in Anti-Life. Contrassegna il permalink.