Quanta notte cieca.

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Quanta notte cieca e i lampioni spenti e l’asfalto bagnato e il vento è un rasoio, e quanta notte cieca e i trivi e i latrati e gli alberi morti, e quanta notte cieca e nero il cielo e nere le nubi e nubi e cielo si fondono, nero su nero, in un arcipelago di dissolvenze, e quanta notte cieca c’è nel cuore di Roma.
Ecco i ragazzi. Li trovi a quel tavolo. Campari e gin. Adidas bianche. Nelle tasche coltelli. La loro storia è tracciata sui muri. Ogni giorno muoiono, un’ora alla volta, un minuto alla volta, ogni istante è un frammento che sbiadisce e scompare. Il futuro è un ricordo dimenticato. Il tavolo ora è chiuso dentro il bar, luci spente come occhi ciechi, serranda abbassata. Il freddo, tutto intorno.
È Natale. Sfratti sospesi.
Da un anno ormai il circo arrivava ogni giorno nel quartiere. Polizia, vigili del fuoco, ambulanza. L’ufficiale giudiziario. Il fabbro. Autorevoli con le vedove in pensione di reversibilità. Era richiesta la massima collaborazione. Gli anziani subivano quel dispiegamento con un misto di terrore e umiliazione. Bastavano le parole «forza pubblica» per metterli in agitazione. Era il loro spauracchio, il mostro nell’armadio che un giorno sarebbe uscito fuori. Non conoscevano né leggi né norme né diritti, ma solo senso di colpa e timore dell’autorità. Il mondo che avevano contribuito a costruire per loro, per i loro figli, per i loro nipoti, si sgretolava sotto i loro piedi trascinandoli nell’epilogo.
I ragazzi chiedevano un altro Campari e gin mentre osservavano la loro zona, le strade che avevano percorso al punto di tracciare un confine invisibile che ne segnava il perimetro, mutare sempre più in fretta, secondo un progetto per il quale loro non erano inclusi, né desiderati. Erano entrati in un’epoca che non prevedeva la loro presenza. Dopo le feste quel mondo sarebbe cambiato, e quello che avevano conosciuto sarebbe terminato. Non si scomponevano. Quel giorno sarebbero tornati allo stesso tavolo, ed avrebbero ordinato un altro Campari e gin. Per smaltire le novità.
Ed è Natale qui ed è buio senza luminarie, e dopo l’ultima messa il silenzio è diventato assoluto e non senti brindisi e non senti bambini e non senti televisori a volume troppo alto e non senti risate alticce e la quiete è interrotta soltanto, a intervalli regolari, dai latrati dei cani. È Natale e qui ci siamo solo io e la notte e i fantasmi. Il whiskey.
Il whiskey è sempre di conforto nelle ore più tarde.
Gli spettri siedono in cerchio, ordinati, composti, senza emettere suoni. Il raschio dello Zippo, il bicchiere che batte sul tavolo e poi torna il silenzio e nel silenzio dei morti rimbombano le colpe dei vivi.
Sono arrivati come i fantasmi di Natale del Canto di Dickens, sono arrivati per processarti.
Dov’è tutto quello che avevi promesso?
Dov’è il coraggio, dov’è l’amore?
Dove sono le persone di cui avresti dovuto prenderti cura?
È Natale e cosa hai fatto quest’anno, ti sei indignato e poi hai sbavato rabbia e c’erano «i politici» ed erano «tutti ladri» e nel caffè volevi «la schiumetta» e hai votato e ti sei pentito e hai minacciato e il venerdì sciopero che si fa ponte, ti danno il panino e la bandierina, gita in pullman e chiami il piccolo imprenditore «padrone», e le tasse, solo tasse, tutte tasse, perché il «padrone» non le paga e devi pagarle tu e c’è il maltempo e la «bomba d’acqua» e il «dissesto idrogeologico» e «basterebbe ripulire quei tombini dalle foglie» e i cani sono meglio dei gatti, sono fedeli, ed è tutta colpa delle banche, è colpa di Equitalia, e c’è la crisi e la recessione e l’inflazione e lo dici e non sai che dici non sai com’è composto il Senato non sai che cos’è e poi c’è caldo ma non è caldo è l’umidità e le ferie e Lotito e Tavecchio e Ferrero e Thohir e AstroSamantha e Loris e Bossetti e la pensione non la vedrai mai e poi hai scoperto i dieci comandamenti e hai esclamato «bravo Roberto, spiegalo ai politici ‘non rubare!’» e tutti hanno avuto grande stima di te e c’era Hamas e dove cazzo sta la Siria e c’era l’Ucraina e c’era Putin e «i tagliagole dell’Isis» e il Papa bravo e «questo dura poco, vedrai» perché «questo lo fanno fuori» e ai Parioli battevano le ragazzine e c’erano i negri e i negri «porelli» però poi i negri «hanno rotto il cazzo» però «io non sono razzista, eh» e c’era Sky e da Mediaworld chiedevi al commesso come accendere il tablet e ogni giorno inventavi un nuovo articolo della Costituzione di merda e la Costituzione «più bella del mondo» legittimava o vietava tutto a seconda dei tuoi trip e tutti, tutti, tutti, tutti dovevano andare in galera, a vita, per l’eternità, al 41-bis, così avrebbero «imparato», ma tanto la verità era che «li fanno uscire il giorno dopo» e quindi servivano «plotoni d’esecuzione», guarda Schettino, e c’era Balotelli e c’era Prandelli e c’era il Brasile e c’era la Germania e la metro allagata e c’era Letta e il twerking e genitore 1 e 2 e avevi paura dell’Ebola e la mafia era ovunque, specie a Roma, ché «il pesce puzza dalla testa», e c’erano gli zingari con la loro meravigliosa cultura tzigana, rom, sinti e caminanti e violini e cavalli e danze e giostre e il sorriso dei bambini e poi selfie e la Grecia e la Troika e l’omofobia e la transofobia e le coppie di fatto e le adozioni e l’eterologa e il gender e le sentinelle in piedi e tu eri tua e il Moncler e il canone Rai e chi lo evade e il nazismo e il fascismo e il razzismo e i gatti sono meglio dei cani, sono indipendenti, e i suicidi e dopo l’Ebola la TBC e il tifo e torna la malaria e ricomincia l’Aids e Obama e Castro e scontri a Ferguson e ombrelli ad Hong Kong e la Merkel e Juncker e Syriza e Berlusconi e Ruby Ter e «marò assassini» ed eri un grande fan di Hoffman e Robin Williams e Mango e la Boschi e a Thor Sapienza erano tutti minorenni come Minala e a Thor Sapienza c’erano infiltrazioni neonazifasciste e poi c’era l’euro e l’Ue e dicevi «il nano» e dicevi «Renzusconi» e tutti ti trovavano arguto ma l’importante, la cosa fondamentale per te, era essere «onesto» e la tua «onestà» è rispettare meticolosamente tutte le regole che ritieni ingiuste e contro cui ti scagli a parole tutti i giorni e dare contro a chi le infrange o le aggira e sei il kapò di te stesso e questa sindrome di Stoccolma è stata il tuo anno, è il tuo mondo, questa è la tua vita, queste sono le tue idee, questo è il tuo presente e questo è ciò che hai seminato per chi verrà dopo di te.
Ed è Natale qui, Roma Est, tra il whiskey ed il buio e il silenzio e i morti seduti immobili, e mentre la fine ormai è arrivata, la vedi in viali, tutti alberati, si alza l’ennesimo bicchiere per brindare al regalo più bello ricevuto anche quest’anno – non essere te.

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