Et in Arcadia ego.

fu
Il buio è rischiarato dalla luce rossastra di una Lampan che si arrampica sulle pareti e avvolge lo stridore meccanico dei treni merci che transitano in stazione e mi verso altro Jim Beam e guardo fuori dalla finestra (i lampioni spenti come sentinelle autistiche e gli alberi morti e le piccole onde increspate nelle pozzanghere) e cerco di ricordare cos’è accaduto negli ultimi dieci anni, cosa ho fatto, cosa ho detto, ma il vuoto è assoluto, mentre tossisco e sputo sangue, e finisco il whiskey e torno a riempire il bicchiere e poi eccolo che arriva.
L’infarto.

Mentre ero a terra giungeva il suono attutito di Rags to riches di Tony Bennet ed ero piuttosto soddisfatto di andarmene così (solo e ubriaco, con una canzone a beffa), il petto che continuava ad esplodere adagio mentre invocavo ogni potenza infernale per farmi allungare Lucky Strike e Jim Beam e chiudere tutto in modo degno, ed una figura nera, longilinea, appariva come ritagliata nel bagliore cremisi della Lampan, mentre si avvicinava adagio.
Mi spiace, non bevo e non fumo.
Abbozza un sorriso.
Lovecraft, nerd di merda, fammi morire come sono vissuto.
Nel senso imprecando o ascoltando Tony Bennet?
Dammi. Un. Cazzo. Di. Whiskey.
Puoi prendertelo da solo visto che sei in piedi e stai applaudendo.
E sì, sono in piedi. E faccio quello che devo fare e Rags to riches sfuma e poi riparte ed è inutile sottolineare che lo stereo è spento.
Ma poi perché stavi applaudendo?
Ma quindi sono morto?
No.
Ho avuto un cazzo di infarto.
No.
Mi è esploso il petto.
Non hai avuto un infarto.
È quasi un anno che mi succedono cose del genere, ma mai come stanotte, stanotte era un infarto.
Non hai avuto un infarto.
Ma quindi è così l’Aldilà? Non cambia un cazzo, non c’è Satana, niente?
Non sei morto.
Nemmeno che sei su una strada desolata e nebbiosa da solo, tipo il film di Fulci?
Non sei morto.
Quindi la morte è una stronzata, è tipo un’operazione di marketing. Tutto l’hype della morte e poi invece ancora le stesse stronzate.
Non sei morto.
Che te ce giochi?
Non gioco.
Che cazzo fai tutto il giorno?
Scrivo.
Quanto se vede che non hai fatto la guerra.

La pioggia leggera del mattino scivola sui vetri delle finestre della sala d’attesa mentre osservo l’assembramento di anziani, meschinità e naftalina. La loro caratteristica principale è compiere ogni azione, ad esempio mangiare, in modo rapace e furtivo, sempre colpevole, sempre grottesco, ingordo ed ostile. Spero davvero di esser morto stanotte per non diventare mai così, penso, mentre afferro una rivista dalla pila (scoprendo che la magiostrina è un must-have in quanto passpartout dal mare alla città evocando un lifestyle new geisha smaccatamente jap un po’ trés chic un po’ vecchia Lombardia, se completato con vestaglia in versione yukata) e provo a scegliere con cura le parole da usare con il medico, una volta scartata di l’idea di entrare nello studio alle 10 del mattino, avvolto in una nube di Jim Beam, dicendo: «Ehm, salve, stanotte sono morto ma non è tipo cambiato un cazzo.»

Il problema, con noi vecchi ubriaconi, è che non ce ne frega un cazzo di niente e stiamo malissimo sempre, così quando poi stiamo male (che si configura come stare molto più male di quanto stiamo male normalmente) la colpa ricade sempre e comunque sull’alcol, e finisce che medici e medicine li vediamo solo al pronto soccorso se ci spacchiamo o ci spaccano – ogni altro genere di malattia non viene minimamente preso in considerazione.

Espresso del distributore ed eccoci in fila alla ASL, noi maschi bianchi eterosessuali, ed il nostro motto è «no, ma è meno de quattro dita». Gli anziani continuano a leccare furtivamente oggetti e complementi d’arredo, incolonnati in orizzontale anziché in verticale, e tra gli sguardi iniettati di sangue è chiaro come qui la vita umana valga un biglietto dell’eliminacode. Ma andate a zappare l’Alzheimer, penso.

Mi fermo in tutti i bar lungo la strada e in tutti i bar ordino Campari e gin e quando mi chiedono come va gli spiego che non ho capito se sono morto di infarto oppure no, che forse ho un’amnesia, che forse me s’è fregato Er Cazzo, che prendo un altro Campari e gin, che il pm nel leggere la sentenza a Schettino aveva recitato il mio epitaffio («fu un incauto idiota, Dio abbia pietà di lui, noi non possiamo»), che ho un po’ di begli horror da consigliare, che no, non ricordo nulla degli ultimi dieci anni, però i begli horror li avevo appuntati su un foglietto.

Plattenbau e cipressi, CUP e ASL, Tennent’s a nastro, zingari, un vento insolitamente freddo che fischia e lambisce il grigio dei palazzi e porta con sé l’odore resinoso degli alberi, e salgo le scale esterne coperte di cazzi e svastiche e lupetti a vernice spray e poi sono di nuovo in fila, dal cardiologo, ECG, abbastanza cavetti attaccati sul petto, come bocche di gomma o ventose di un tentacolo, che ci starebbe bene un theremin in sottofondo, ma a quanto pare non sono morto.
Lui guarda il tracciato (che mostra alcuni passi dell’Unaussprechlichen Kulten, ed una sorta di onda a dente di sega che sembra comporre le parole «tua madre doveva abortire») e sospira.
Pensavo mi avessero chiesto il conto di questi anni.
Lui inarcale sopracciglia, un misto di rimprovero e disprezzo.
Il conto lo paghi un pezzo alla volta.

ANAM. PAT. PROSS.: Insonnia – Abitud. Tabagica – Etilismo Cronico.
Cllo. Di tutti i fattori di rischio C.V.
Modificare lo stile di vita.
Compro una bottiglia di Jim Beam perché alla fine non ho un cazzo e me la scolo nel bagliore rosso della Lampan ascoltando i treni merci che passano e HPL che canta vittoria perché (dicono tutti che) sono vivo, ma ho delle analisi da fare e fisso il barattolo vuoto sul tavolo ed il barattolo fissa me ed il convoglio corre sui binari, dritto nella nebbia.

Esco con una busta, nella busta una scatola, nella scatola un barattolo, nel barattolo il piscio («quello del primo mattino»), quindi esco con una busta de piscio, piscio che sembra vino e probabilmente lo è, e mi tolgono sangue che sembra vino e probabilmente lo è, e quando nessuno vuole la mia comunione apro una bottiglia, mi siedo ed invoco ECCTSF, signore delle buste di piscio, monarca del vino in cartone, dio del sangue sui batuffoli di ovatta.

Campari e gin per la Rivoluzione. Il gin mi spacca lo stomaco ma tutti mi assicurano che sono i coloranti del Campari la merda vera, i coloranti e gli additivi.
Il colorante è naturale, protesto. E120, cocciniglia. Sono tipo insetti frullati. E poi mi rifiuto di addossare qualsiasi cosa al Campari. Cioè, Depero. Il Cabaret del Diavolo.
Ma il libro?
Che libro?
Non stavi a lavorà a un libro?
Adesso che ci penso… io nel 2015 non ho nemmeno mai letto un libro.

Poi mi rendo conto che non ho la più pallida idea di cosa sia accaduto nel mondo in tutto quest’anno. E nei nove precedenti.

Mi sforzo invano di pronunciare la parola «glutamiltranspepsidasi» (che tutti infatti si limitano a chiamare «gamma-GT»). Beh, Er Cazzo s’è fregato tutta la gamma. S’è fregato pure i globuli rossi. Le transaminasi stanno per invadere la Polonia.

Nemmeno il mio fegato ricorda nulla degli ultimi dieci anni. Le ricette cambiano da atassia – dispepsia ad epatopatia, il must have dell’estate.
Al bar prendo una Peroni e dovrei eliminare l’alcol e il 99% delle cose che mangio quando mi degno di mangiare e mi chiedo solo: ok, ma dopo che cazzo faccio?
Se stai così ti tocca smette, dice il tizio accanto, fissando i volti dei morti nel Campari. Ma poi ricominci.
A me piace questo limbo. Però sì, io appartengo all’Inferno. Facciamolo per l’Inferno, come la vedi?.
Fallo te, chi te se ‘ncula.

I bei tempi dei ditalini alle nostre Mary Jane fica rotta con le loro belle mutandine rosa sono finiti. Telefono (02.8556457) per trovare aiuto da chi di dovere, poi comincio la mia espiazione epatica.

La prima settimana leggo 4 o 5 romanzi. Poi alla seconda settimana non rido da due settimane. Alla terza, riesco per la prima volta ad aprire correttamente una confezione di pasta omofoba Barilla seguendo le deliranti istruzioni sulla scatola. Per il primo mese tutti i baristi della zona si stanno augurando che io sia a Regina Coeli e non a Prima Porta. A quel punto i ricordi tornano alla mente e mi accorgo che non avevo rimosso tutto, ma più semplicemente non c’era un cazzo da ricordare. Mi ero seduto a bere, fine. Ma anche il resto del mondo, non è che nel frattempo fosse andato troppo avanti, nella metro B ti sentivi ancora Gesù Cristo nella Salita al Calvario di Bosch, la gente, quand’era sola, aveva ancora paura degli spettri e del buio e del volto di Peter Quint alla finestra, ed io leggevo gli stessi cazzo di racconti di W.H. Hodgson di quando ero ragazzino e ascoltavo lo stesso cazzo di disco degli Exploited di quando ero ragazzino e la vita, la vita era una gigantesca operazione di marketing e restava solo la speranza che la morte fosse invece come l’abbiamo immaginata sempre, abbastanza cazzuta da farti stare anche un po’ senza bere, che poi diciamolo, quello nemmeno la fregna ci è mai riuscita.

E così, nel giorno più lungo dell’anno, si alzano i calici e comincia un’altra lunga estate della Curva del Male, nell’asfalto rovente di Roma est, negli ECG impazziti, nei temporali improvvisi del pomeriggio, nelle buste di piscio e nei culti impronunciabili, negli anziani che leccano Elle e nei treni notturni e nei fegati sacrificati ad ECCTSF, perché a noi della magiostrina non ce ne frega un cazzo,
Scontri!
Scontri!
Scontri!

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