ECCTSF #02.

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Che dici, che hai fatto quest’estate, hai preso il sonne? Fatto il bagno nel sangue delle tragedie umanitarie o sei andato in spiaggia giusto per il flash mob del ragazzino morto? O te lo sei già dimenticato?

Che sai, potrei stare qui ore a parlare del vostro giochino dialettico da terza media basato interamente sulla manipolazione linguistica per cui prendere un evento naturale (e quindi inevitabile), il «progresso» (andare avanti), e ne fate arbitrariamente un necessario sinonimo non di «trasformazione» ma di «miglioramento», utilizzando poi questo travisamento per descrivere la falsità di fondo della tesi, ossia che questo supposto «progresso» sia appunto naturale (e quindi spontaneo) anziché deciso a tavolino da un think tank o dal cda di una banca d’affari, ma poi penso ma chi te se ‘ncula, guardamose un bell’horror.

Ed ecco qualche consiglio:

The Midnight Game (Alejandro Daniel Calvo, USA, 2014)

Consiglio la visione del bell’horror “The Midnight Game”, che parla che c’è la consueta comitiva di stupidi adolescenti americani riuniti in una casa in campagna a sbronzarsi con una Beck’s da 33, finché uno per movimentare le cose dice «Ehi, ho trovato una cosa spaventosa su internet, un gioco che però è un antico rituale pagano, lo facciamo?», e tutti «Sì, daje, faacciamolo», e lui «Ok, prima dobbiamo recitare questa preghiera, poi ecco, accendiamo tutti una candela e se si spegne hai 10” per riaccenderla con i fiammiferi, ma se non fai in tempo devi fare un cerchio sul pavimento con il sale e restarci dentro, altrimenti te lo butto al culo e non potrai protestare», e gli altri «Ok, ok, ci sto», allora lui getta via fiammiferi e sale e spegne le candele a tutti.

Nel Nome del Maligno (Roberta Findlay, USA, 1988)

Consiglio la visione del bell’horror “Nel Nome del Maligno” (titolo originale “Prime Evil”, come il disco dei Venom) che parla che c’è una setta satanica millenaria (nata da uno scisma ad accettate con la Chiesa) che compie sacrifici umani, ed una suora (fregna) viene infiltrata nell’organizzazione per sgominarla, ma il fattore demoniaco viene spazzato via dal fatto che siamo negli anni ’80 e di conseguenza la pellicola si concentra sulle cose degli anni ’80, che sono piaciute unicamente in quel decennio di sospensione di ogni buon gusto e razionalità, e quindi le spalline, la lacca, i ricci, l’amica un po’ zoccola e irriverente, il poliziotto spiritoso, il denaro e la droga come simboli di edonismo, l’edonismo in generale, i body, gli scaldamuscoli, le cuffie, essere fico perché hai le cuffie, le fascette in fronte, il sesso come affermazione di sé, il sassofono come sountrack dell’amplesso, essere “fuori di melone”, l’amico strambo ma in fondo bravo, l’eroina, le sevizie, lo stupro di gruppo, la Pepsi, ballare mentre si conversa, schioccare le dita, gli INXS, manifestare sdegno facendo rumore con il chewing gum, ribellarsi ai genitori attraverso la Coca-Cola, la tastiera, la gonna pantalone, apostrofare tutti con «Ehi bello», ed un’altra serie di cose che faranno sì che Suor Fregna sconfigga il Diavolo, ma la vera cosa intrigante è osservare come le basi della merda in cui sguazziamo oggi sono state poste così, cioè quando ti lamenti del consumismo e tutte quelle cazzate lì sappi che tutte questa roba ha attecchito perché per 10 anni hai creduto che portare l’orecchino facesse di te «un duro».

Il Dono del Diavolo (Kenneth J. Berton, USA, 1984)

Consiglio la visione del bell’horror Il “Dono del Diavolo”, che parla che c’è una scimmia di peluche coi piatti da bersagliere ed il cappello da Mandrake, esattamente come quella del racconto di Stephen King “La scimmia” (pubblicato 4 anni prima quindi sappiamo chi copia chi), ed esattamente come nel racconto di Stephen King quando questo presunto antenato dell’uomo batte i piatti succede un casino, perché è indemoniato per contingenze che riguardano una medium e una tavola Ouija, però insomma questi due pezzenti regalano la scimmia per il compleanno al loro figlioletto (che è creepy, perché so che per doppiare i bambini spesso si usano donne, che cambiano un po’ la voce e suona come quella di un bambino, ma invece qua no, questo ragazzino è doppiato da una donna e stop), e tutti felici gli chiedono se gli piace e il bambino con la voce da donna risponde laconico «Papà, odio i caminanti e brucio le volanti», e dopo una lunghissima sequenza senza senso in cui tutti guardano i cartoni animati, la scimmia attacca con le sue malefatte da primate demoniaco, uccide le piante, i pesci rossi, il cane, incendia la casa, scatena terremoti, elimina i sopravvissuti, finché rimane solo lei, in attesa di, boh, de Er Cazzo che se la frega immagino, però devo dire che mi hanno molto colpito due scene: quando c’è il sangue nella doccia, perché vi vorrei veder morire tutti così, con il sangue che vi schizza dalle orecchie come la pubblicità della Zucchetti, e quando tutti guardano la tv mentre la loro casa brucia per colpa di chi ci hanno voluto portare a tutti i costi, e dimmi se non e’ una metafora questa.

Dolls (Stuart Gordon, USA-Italia, 1987)

Consiglio la visione del bell’horror “Dolls”, che parla che c’è una vecchia magione con una coppia di anziani ottocenteschi e l’anziano costruisce bambole vetuste (quelle, per intenderci, che fanno paura), ed una notte ospitano un gruppo di persone in fuga da un temporale, ossia un catalogo di personaggi del 1987, ossia la matrigna ricca e stronza, il marito senza palle, la bambina vessata (che la matrigna le butta via l’orsacchiotto, cioè ma sei una merda), poi un saccoccione e due ragazze punk (con cui torna prepotentissimo il ballare mentre si conversa nonché il saltare sul letto per esprimere approvazione), ma, nonostante la cosa più bella sia che il 90% dei dialoghi si interrompono perché chi parla si blocca e guarda meravigliato in un punto lontano, gli ospiti non mostreranno il sacrosanto rispetto che si deve on queste occasioni, suscitando l’ira delle bambole che li ammazzeranno tutti (con i loro piccoli coltelli da bambola e la solita scusa ma è meno de quattro dita), risparmiando solo il saccoccione e la bambina perché sono educati, sferrando un duro attacco alla comunità LGBT («La paternità è un privilegio, David, non un diritto») e regalandoci una grande lezione quando il vecchio chiede alla bambina «Che ti succede, hai paura del buio?» e la bambina, lungimirante (infatti si salva) risponde «No, ho paura di quello che c’è dentro il buio», ed ormai come tutti sanno dentro il buio c’è…

L’ultimo Esorcismo 2 (Ed Gass-Donnelly, USA, 2013)

Consiglio la visione del bell’horror “L’Ultimo Esorcismo 2”, che parla che c’è “L’Ultimo Esorcismo” però 2, che è il film peggiore della storia e come se non bastasse la protagonista brutta (un’attrice non può essere brutta a meno che la sua bruttezza non sia funzionale al ruolo che interpreta, tipo se guardi “Storia di una brutta”, che infatti te lo guardi te, sebbene sia molto meglio de “L’Ultimo Esorcismo 2”), getta benzina sul fuoco delle tensioni che attraversano l’Italia dimostrando che i negri non sanno fare gli esorcismi ed infatti ti fanno le flebo di acqua santa e provano a trasferire il Demonio in un pollo, cioè un pollo, che devi fa’ lo devi frigge, non lo so vai a prende pure il cocomero, e poi alle strette tentano di sopprimerti, e quindi, sintetizzando, chiunque abbia partecipato alla realizzazione di questo film dovrebbe essere spedito in Sierra Leone a verificare i risultati della mossa geniale del Re della Sierra Leone, che non ha subito una colonizzazione o altro, ha venduto il suo paese agli inglesi, con un regolare contratto.

Monsters (Gareth Edwards, UK, 2010)

Consiglio la visione del bell’horror “Monsters”, che parla che c’è i mostri giganti bellissimi tipo Cthulhu ma non si vedono e c’è un giostraio che ci prova con una in Messico e gli americani che per arginare queste creature alte centinaia di metri hanno costruito un muretto e per tutto il film segui le peripezie di questo allevatore di cavalli e di ‘sta stronza ed il tutto senza mostri e quindi capisci che il giostraio è lui, è Zeman, e lo insulti per 92′.

Devil’s Pass (Denny Harlin, USA, 2013)

Consiglio la visione del bell’horror “Devil’s Pass”, che parla che c’è un gruppo di stronzi che vanno a fare un documentario sull’incidente del Passo Djatlov, e trovano ciò che rimane delle macerie dell’Unione Sovietica, ossia radiazioni, complotti, KGB, neve, number station, oscuri segreti, plattenbau, centrali nucleari abbandonate, funeral doom, mutanti pazzi, esperimenti folli, torture, e insomma tutto quello che mi avrebbe fatto diventare il più fervente comunista del mondo se non fosse che ‘sta roba la usano solo come inganno per poi occuparsi di zingari e fantomatici diritti che al Passo Djatlov erano e saranno sempre negati nel nome del Diavolo.

Torment (Jordan Baker, Canada, 2013)

Consiglio la visione del bell’horror “Torment”, che parla che c’è una famiglia che ha una casa enorme in campagna e la tiene nell’abbandono come ricchezza improduttiva e quando ci torna arrivano i redneck mutanti vestiti da peluche a fargli il culo e io là me schiero subito, pure perché dopo la Prima Guerra Mondiale il sequestro delle terre lasciate incolte era un cavallo di battaglia dell’intero arco politico italiano e a lascià le case così me fate salì il classismo violento, solo che presto si scopre che le cose stanno diversamente, e che il redneck capo forma una famiglia rapendo figli che scazzano con i genitori e si uniscono a lui, e c’è tutta la sua concezione sacrale e brutale della famiglia, ma allora gli chiedo ma come puoi formare una famiglia prescindendo dal sangue?, e infatti mi sembra più un circoletto di disertori, l’ombra di una famiglia fatta con ctrl+c ctrl+v, dove il solito mix di arroganza e vittimismo va a sostituire la stirpe, quindi in conclusione siamo di fronte solamente ad uno spot truce alla famiglia gay e ai figli sintetici di Elton John, che suonano minacciosi come i vari fratelli e cugini famigerati nel’91, «Oh, prova a sfioramme co’ un dito che te chiamo i figli sintetici de Elton John».

The Taking (Adam Robitel, USA, 2014)

Consiglio la visione del bell’horror “The Taking”, che parla che c’è una vecchia che milita nelle frange più oltranziste della senilità e tutti pensano che ha l’Alzheimer, perché la trovi per terra in cucina che fa i versi, e io dico «Ma l’ho fatto pure io ieri», poi entri in camera e c’è lei in piedi immobile al buio e la mente di nuovo mi corre al giorno precedente, poi la trovi coperta di sangue che si sta strappando un pezzo di gola e di nuovo «Amò, come me ieri», oppure guarda fuori dalla finestra e poi comincia a urlare perché vede ombre nere avvicinarsi, esattamente come me ieri, solo che ovviamente non ha l’Alzheimer, che chi cazzo se lo guarda un film su una vecchia con l’Alzheimer, è posseduta dallo spirito di ECCTSF che va a granny anziché teen, però la cosa vera dell’orrore è che io fino a ieri rantolavo nelle grotte come lei bullandomi di essere posseduto, invece adesso so’ convinto che c’ho l’Alzheimer e ti giuro è bruttissima ‘sta cosa, cioè io lo dicevo per scherzo che invecchio come i cani e invece scherza scherza e arriva Er Cazzo Che Te Se Frega.

Il Sonno Nero del Dottor Satana (Reginald Le Borg, USA, 1956)

Consiglio la visione del bell’horror “Il Sonno Nero del Dottor Satana”, che parla che c’è uno scienziato pazzo (siamo nel ’56) molto signorile, molto british, che salva un collega (che si chiama Gordon Ramsey) dalla forca grazie ad una potentissima droga indiana, con lo scopo di condurre esperimenti su cavie umane per trovare una cura per il cancro al cervello che ha colpito sua moglie (old school fregna), e così se lo porta in un’abbazia che è un fregnodromo dove però ci sono pure Bela Lugosi e Lon Chaney Jr. (che purtroppo non fanno un cazzo, uno è scemo e uno è muto) e si dedica ad esperimenti ultragore (per il ’56), finché Gordon Ramsey, che è eticamente molto perplesso, scova i mostri in cantina, vittime di sperimentazioni precedenti, tra cui un templare incazzatissimo che dà la caccia a Salih Uçan, boia ottomano, e praticamente mena tutti, tranne Gordon Ramsey, che deve mettere in salvo una fregna di cui si è giustamente invaghito, e alla fine vincerà lui come in tutte le competizioni culinarie, ma sul piano ideologico si può dire che ad ogni modo a trionfare è la fregna, principale motore di tutte le azioni dei protagonisti, nel cinema come nella vita, ed eterna promessa per gli eroi del Valhalla.

5 Tombe per un Medium (Massimo Pupillo, Campoleone, 1965)

Consiglio la visione del bell’horror “5 Tombe per un Medium”, che parla che c’è Barbara Steele (e già si potrebbe chiudere qui) che è diventata vedova e vive nel suo castello a Campoleone, però ad esser più precisi c’è Barbara Steele single in un castello a Campoleone con una variegata corte di fregne, ma principalmente la storia verte sul fatto che c’è Barbara Steele single in un castello a Campoleone con una variegata corte di fregne ed il castello è infestato dallo spettro vendicativo del suo defunto marito esoterista pazzo, ed ora la domanda che fa crollare tutto l’impianto narrativo è: se un giorno capiti a Campoleone e c’è un castello con Barbara Steele e tutte fregne, però pure un fantasma, tu che fai, occupi il castello e fai di loro il tuo harem o pensi al fantasma?, e poi a che pro è ambientato a Campoleone, che io ci sono passato una volta più di 10 anni fa e avevamo chiesto la direzione per Roma e una vecchia ci aveva risposto solo «Roma?! Qui stamu a Campuleone», ma si era guardata bene dal fare accenno al castello etc, facendomi perde l’ennesima occasione per svoltare, che poi chissà come cazzo ci eravamo finiti là.

Non Aprite quella Porta (Tobe Hooper, USA, 1974)

Non una recensione che l’avete visto tutti 666 volte, ma una domanda, ovvero: dove finisce il negro?
Nel finale Sally, inseguita da Leatherface, ferma un camion e salta su, il nostro eroe redneck assalta il camion, il negro, per qualche ragione, anziché ingranare la marcia e partire, scende dal camion, e di nuovo lui e Sally vengono rincorsi, poi passa un pick up, Sally salta su di nuovo, Leatherface va lungo e si fa male da solo con la motosega, ma il negro?
Nell’ultimo fotogramma in cui appare sta ancora scappando quando Sally sale sul pick up, poi svanisce. Dov’è finito secondo te? Sta ancora correndo, ormai magrissimo, con la maglia Free Hugs? Se l’è cavata? Che ne è stato di lui?
Aiutaci a ritrovarlo.
Tel. 800 90 10 10

The Ghost Walks (Frank R. Strayer, USA, 1934)

Consiglio la visione del bell’horror “The Ghost Walks”, che parla che c’è il 1934, e le donne del 1934, e quindi va precisato che non si tratta di Old School Fregna ma bensì di Edest School Fregna, e la maggior parte delle donne di cui mi innamoro sono morte da un pezzo.

Il Villaggio Maledetto (Peter Medak, USA, 1982)

Consiglio la visione del bell’horror “Il Villaggio Maledetto”, che parla che c’è un villaggio che è un bastardo, e nel villaggio ci sono solo pescatori che fanno la vita salmastra e rudimentale dei pescatori, e dividono il mondo in due categorie: i pescatori e gli stronzi (quindi se non sei un pescatore diventano molto ostili perché pensano che evidentemente sei uno stronzo), ma poi vabè, ci sono le tempeste, il Diavolo, gli anatemi, i sacrifici, e tutto quello che potevi aspettarti di trovare in un villaggio maledetto di pescatori incestuosi in cui prendi in affitto una casa in un posto chiamato Gomito del Diavolo dove anticamente gli indiani giustiziavano la gente e si dice che ci viva la Morte, però quello che colpisce di più è l’attitude dei pescatori, e malgrado io trovi questo dualismo pescatori/stronzi piuttosto riduttivo, mi vedo forzato dalla grettezza imperante ad accettare la visione manichea portata avanti dal villaggio maledetto, supportata dall’antico detto dei pescatori intolleranti chi va pe’ ‘sti mari riccoje ‘sti pesci, e quindi ti dico: c’ha ragione er villaggio.

The Moth Diaries (Mary Harron, USA, 2011)

Consiglio la visione del bell’horror “The Moth Diaries”, che parla che c’è Lily Cole che è una modella perché ha la faccia strana che pare un quadro di Trevor Brown o la roba pop-surrealista [sic] con le bamboline un po’ creepy un po’ peones, e grazie a questo volto islamico ma anche assurdo ha svoltato e quindi sta lì che fà le facce e le espressioni per valorizzarlo (ma tanto a me non me ne frega un cazzo perché le stavo guardando le tette e comunque sembrava una matrioska indignata), poi ci sono tutte fregne, perché è ambientato in un collegio di ragazze ricchissime (gestito da Assunta Almirante), e una perde la verginità con un caldarrostaro lobbista e dopo trova un cadavere e poi la matrioska stizzita uccide tutte le ragazze dopo averci instaurato dei rapporti vampirici-lesbici-ipnotici, arrivando quasi (ma solo quasi) a teorizzare La Fregna Che Te Se Frega, e il film finisce così, urlando senza ragioni apparenti.

Rosewood Lane (Victor Salva, USA, 2011)

Consiglio la visione del bell’horror “Rosewood Lane”, che parla che c’è Rose McGowan che incarna il concetto di (fuck off) Nowadays Fregna, che sebbene l’Old School Fregna sia imbattibile uno non è che può sta’ messo come me (cioè che il 99,9% delle donne che amo sono morte), pure perché sennò avoja a fatte seghe alla saltafossi (quelle coi baffi finti e un monocolo in culo), ma insomma la pora Rose l’ho vista un po’ così, con l’anagrafe letale ma lo spirito teen, che sembra che abbia raccolto i cartoni di vino vuoti lasciati da me per riempirli di botox e farseli in endovena, e poi c’era il ragazzo che consegnava i giornali che forse era un demone antichissimo, o forse no, però perseguitava Rose che alla fine lo attacca a un albero e lo uccide e tutto il vicinato le dice brava, ma il ragazzo forse in realtà non è morto perché è uno spirito maligno, o forse sì perché era solo uno sfigato in bicicletta (secondo me sì), e alla fine ho pensato oh, magari per te Rose McGowan sarà sempre quella dei 90s ma stiamo nel 2015, siamo invecchiati tutti, e siamo invecchiati tutti male, e allora mi sono messo a bere tutto Tavernello (on the rocks) ascoltando le Ronettes mentre pioveva sangue su Roma, e quando i primi, timidi, raggi del sole hanno fatto capolino, ho pensato: si vabbe’ ma Rose McGowan è comunque una fregna.

Clown (Jon Watts, USA, 2014)

Consiglio la visione del bell’horror “Clown”, che parla che c’è un mediocre che si veste da clown per la festa di quel cretino del figlio e il costume da clown se lo frega, nel senso che non viene più via (l’abito, il naso finto, la parrucca, etc), costringendolo a fare esattamente la mia vita (che balbetti «L’orrore… l’orrore” e tutti ti rispondono «Ma come cazzo sei vestito?») giungendo quindi alle mie stesse conclusioni (uccidere i bambini), ma poi si scopre che il costume da clown non era un costume ma un antico demone islandese divoratore di infanti, solo che, malgrado le suggestioni black metal, il pagliaccio si confermerà ciò che è (un pagliaccio) prendendo la sveglia dalla moglie (mezza fregna), e quindi ecco perché se la prendeva coi bambini, perché se provava a fa’ il matto a casa finiva decapitato, il mostro più cojone della storia dei mostri, ma torna al circo cogli zingari.

Orphan (Jaume Collet-Serra, USA/Canada, 2009)

Consiglio la visione del bell’horror “Orphan”, che parla che c’è una coppia (lei fregna) che ha tre figli, uno oligofrenico, una sordomuta, e una morta, al che per ovviare a quest’ultima comprano un nano, o almeno è questo quello che diciamo subito, tra il Tavernello e l’estate cupa alle porte, «’Sta ragazzina c’ha 40 anni», «Ma infatti è un nano, se so’ comprati un nano», e insomma c’è questo nano russo vestito da fata che va a vivere con loro e cominciano subito i problemi, perché ‘sto nano è un bastardo, ma una merda proprio, e ne combina di crude e cotte ma la fa sempre franca (perché in realtà non è russo, è estone), e quindi inizia una lunga scia di sangue che porta alla distruzione della famiglia, perché la tizia (la fregna) capisce che quel nano non è punto bravo, invece il marito lo difende e le dice ah no sei te che c’hai problemi perché sei matta, er vino, i morti, hai rotto er cazzo, e insomma le cose che dicono a me (ma infatti lui muore e la storia mi dà ragione per l’ennesima volta), però insomma il film scorre bene, anche perché c’è una suora che è il Dr. Robinson (CCH Pounder, muore anche lei), ma poi però si arriva alla grande rivelazione finale, il colpo di scena, la sorpresona, ossia che non avevano adottato una bambina ma un nano pazzo pluriomicida, e a quel punto ci restiamo di merda, «No vabè, ma sul serio?», «Ma noi stavamo a scherzà sulla cosa del nano», e no invece era proprio un nano, cioè veramente dicevamo pe’ ride, ma a quanto pare qualcuno ha investito milioni e milioni di dollari sull’idea famo un film che adottano una ragazzina russa che invece è un nano estone pazzo?, però da questa ennesima sconfitta io ne esco comunque a testa alta, perché, come tutti sanno, chi tifa fregna non perde mai.

The Black Klansman (Ted V. Mikels, USA, 1966)

Consiglio la visione del bell’horror “The Black Klansman”, che parla che c’è un negro che dice «Wanna cuppa coffee» e allora viola rigide convenzioni sociali entrando in un locale a lui vietato e viene quindi linciato dal KKK, che poi incendia una chiesa e nell’assalto muore la figlia di un negro bianco (non nel senso di hip hop ma che ha un bizzarro dosaggio di melanina che in quanto tale travalica le solide leggi razziali yankee del ’66 e si scopa pure un’old school fregna bianca), ma poi quando apprende di sua figlia uccisa urla «White woman! White womaaaaann!» e prova a strangolarla, la fregna intendo, e da lì parte il piano diabolico per cui si toglie il pizzetto posticcio, si mette il cerone e indossa un parrucchino per simulare che non è riccio, e con fare affabile si infiltra nel KKK, e ci sono inseguimenti e croci bruciate, però poi spunta il Malcolm X della situazione e poi ci sono macchine bellissime e nei dialoghi dicono solo «Uè, Africaaa» e ci sono pure dei rocamboleschi quid pro quo e alla fine il negro bianco si toglie il parrucchino e dice al sindaco del KKK, gli dice: «AH AH!» e c’è un duello coi pick up dove vince chi c’ha più l’odio, e insomma questo “The Black Klansman” è il mio nuovo film preferito.

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