The Beatles of Black Metal.

bbm

Vi siete tutti dimenticati di Rudolf Hess?

Roma Northern. Isolata su colli erosi. Rune sui muri. Nomi di morti. Lupi e aquile. Rumore bianco del neon e ronzio dei lampioni. Stazioni radio base, antenne e tralicci. L’aria elettrica come i temporali, il cielo che lampeggia. Fulmini che colpiscono sempre negli stessi tre punti, alternandosi, in circolo, come una danza di spettri. Peli che si drizzano, otturazioni che tremano. Asfalto bagnato e spaccato e le crepe e le radici. Manifesti consumati. Schiere di nanotubi allineati verticalmente che assorbono la luce mentre rimani a soffocare guardando dove prima era il cielo. E i bar e le Snai e altri bar e altre Snai. La retorica da bar, la retorica da Snai – l’Europa è dei violenti. Qui non ci piacciono quelli come voi. Etc. Cra-cra di cornacchie come benvenuto. L’Aristocrazia del Dolore è tornata in città.
Tutto identico a come l’avevo lasciato. Qualche modifica qua e là, per dare l’idea di cambiamento. C’è anche un nuovo sindaco. Le rivoluzioni dei romani, il popolo più glorioso eppure più disastrosamente permeabile da qualsiasi tipo di veicolo di comunicazione incluso il passaparola. Il tabaccaio (il primo che incontro, ogni volta) è il prototipo dell’elettore convinto, quello che cambia il mondo con la sua X, e passata la sbronza elettorale, che abbia vinto o abbia perso, eccolo lì davanti ad un muro di pacchetti di sigarette a lamentarsi come un qualsiasi altro giorno. In piedi a crucciarsi. La rovina, l’abbandono, la sporcizia, il degrado.
Sto posto è pieno solo de svastiche, ormai.
Te lo dice con gli occhi lucidi, anzi fradici, due pozzanghere in cui affogare cercando qualche diritto rimasto sul fondo.
Ma perché è un gioco di parole.
Cioè.
È che stavano bevendo vino bianco, capito.
Quindi.
Eh, è un gioco di parole.
Non l’ho capito.

E allora fattelo spiegare da Faustone, meglio noto come PanzerFausto, chiediglielo mentre suda Campari come una cosmogonia norrena, mani che schiaccerebbero la Terra alla stregua di una pallina antistress, un uomo che ha consacrato la sua intera esistenza (mezzo secolo) a fare un’imitazione di Abatantuono che francamente non gli riesce, ma zero proprio, fa ridere solo me perché sono stupido, ma tu anche se non ridi non provare a contraddirlo, non cacargli mai il cazzo a PanzerFausto, che ora saluta dal bar e la sua mano crea un vortice di bassa pressione e poi ecco le solite domande. Che fine hai fatto. Che hai fatto tutto quest’anno.
Sono andato a letto presto.
Faustone fa una smorfia e fissa lontano, per qualche istante, poi si riscuote. È una cosa da ubriaconi. Quelle frazioni di secondo di lucidità improvvisa e lancinante che poi, per fortuna, scompare.
I SHBABBURI.
Ahahah.
Perché non scrivi più.
Ma io scrivo Pa’. Ho scritto tantissimo. Cose lunghissime, però, ‘ndo cazzo le posto su internet. Che poi non fanno ride. Oddio, un paio sì, ma il resto è Dio e la Morte, Dio e la Morte. Alla fine m’interessa quello. E i cuori spezzati.
E i culi sfonnati.
Ahah.
E I SHBABBURI.
Ahahahahahahahahaahahah. Lui è passato?
No. Non ancora.
L’aspetto, allora.
Comunque oh.
Eh.
Devi scrive un’altra de quee cose tue, me chiedono tutti de te, e daje no, fai er serio. Tutte le cose che so’ successe, i terroristi, l’elezioni, i cazzi… I SHBABBURI.
Ahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahah. Sì ma non faccio più ride. Cioè faccio ride intrinsecamente, come Edd l’Addolorato, ma non mi vengono battute di sorta.
Vabè ma ‘sti cazzi, scrivi no?
Scaccia una mosca che ronzava attorno al bicchiere creando uno spostamento d’aria che nelle Filippine pagheranno caro e come gli rispondi di no a PanzerFausto? Ma che gli dico pure agli altri, li avevo lasciati che erano diventati la Bataclan Generation, poi boh, poi ero in ospedale, parte mancante, leggevo Nabokov, poi non ricordo, un barcone mi sa, poi oh, forte e chiaro: con Lolita piango, non piangevo da un anno tipo (Manhattan non conta, è più un riflesso condizionato che altro), poi la strage dei froci o come li vuoi chiamare (penso ad ogni modo tutta la gaiezza fosse scomparsa, in quel preciso frangente) che non è riuscita ad avere un riscontro emozionale del pubblico perché qui ci sono ogni giorno fiaccolate contro l’omofobia e appelli e denunce e campagne e sensibilizzazioni (insomma avevate già sostanzialmente saturato il business del dolore senza che vi fosse mai successo nulla), gli Europei che per un motivo o l’altro non sono riuscito a seguire praticamente mai (ma che dimostrano come la Russia sia il nostro naturale interlocutore), insomma che volete da me, che cazzo devo dirgli alle persone?

Che, boh, così, in ordine sparso… Avete scambiato l’ebbrezza con l’isteria, l’uomo con l’umano, il sacro con il privato, la legge con la legalità, la cultura con il nozionismo, l’arte con la creatività, il sacrificio con la rinuncia, l’etica con il costume, la libertà con l’edonismo, l’amore con il possesso, la morte per un torto a chi resta – siete già finiti, implosi, sconfitti, mai nati, così distanti da questa stirpe da non esserne nemmeno più la caricatura. Dai «je suis» vari al «diritto di amare» avete dato il massimo nel campionato mondiale dell’isteria, sarà che da bravi democratici forse vi manca far finta di eleggere un premier dal 2008, che sostanzialmente significa che uno nato nel 1990 non ha verosimilmente mai visto un suo voto trasformarsi in una carica al governo. Cioè nel frattempo s’è laureato. Ed è tornato dall’Erasmus nelle pustole d’Europa per venire a dire a me (qui in una penisola, che vengo da un Impero, nato nella città crocevia di tutti gli uomini e le culture e le merci del mondo conosciuto già millenni prima del liberismo, cresciuto in un lembo di terra che va dalle Alpi all’Africa dove abbiamo sostanzialmente bevuto, scopato e fatto a botte con chiunque) venire insomma a dirmi che sono «fobico». Voi che siete esempi di coraggio, tanto che ogni vostra singola azione è guidata dalla paura, paura dello stato, paura del fisco, paura della malattia, paura della morte, paura del sangue, paura di non essere approvati, paura di non essere all’altezza, paura di essere rifiutati, paura di non funzionare a letto, paura di invecchiare. paura degli esami, paura del lavoro, paura del vostro aspetto, paura di offendere qualcuno, paura delle parole, paura dei simboli, paura dei mercati (la mia preferita), paura di non avere abbastanza like su Facebook. A parlare di «fobia» sono sempre quelli per cui è stata inventata una classe apposita di farmaci per curare ogni singolo aspetto di quella che qualsiasi nonna col tombolo e qualsiasi canzone di Sanremo avrebbe liquidato come «la vita». Come si chiama la fobia per la quale quasi un secolo dopo aver vinto una guerra quel che più ti terrorizza è il nemico che hai annientato e lo continui a scorgere ovunque? Non dico in Argentina che ci caschiamo sempre tutti, proprio dietro il cespuglio al parco, come i maniaci. E non solo lo hai annientato, anzi, è stato addirittura «condannato dalla storia», storia che dunque ha facoltà di condannare – e assolvere, suppongo – uno dei mille superpoteri che attribuite ad entità a caso che sono sostanzialmente concetti astratti a cui affibbiate una sorta di volontà, o coscienza, creando in questo modo un pantheon di divinità senza senso per soddisfare l’istinto innato che tende al divino e che non trova una risposta nel vostro ateismo d’accatto, ma una concezione (questa del condannare/assolvere) che tradisce comunque una mentalità secondo cui la realtà e le sue dinamiche sono ascrivibili ad un’aula di tribunale (luogo che ad ogni modo non ho mai apprezzato, sin dai suoi albori, preferendo di gran lunga le Erinni e Aiace). Ma è sempre curioso notare come il vostro lessico sia progressivamente più infarcito di termini giuridici, vuoi forse perché avete trasformato la giurisprudenza nell’indirizzo più inutile, le nuove lettere, prima di convogliare tutti insieme (gli esclusi, i questuanti, i rancorosi, gli scartati) nella nuova carta da culo da esibire come un minacciosissimo distintivo (il patentino da pubblicista), per poi perdersi tutti in chiacchiere su chiacchiere, la pistola scarica di voi sceriffi decisi a far rispettare a tutti i costi leggi ridicole, abomini del diritto e della logica, e ad inserirne di nuove che invocate come grandissimi diritti e mirabolanti conquiste pagate anche a caro prezzo (generalmente, per qualche ragione, da vostro nonno) e innovazioni necessarie che poi se vai a vedere sono i regolamenti interni delle multinazionali, cioè fondamentalmente la tua battaglia politica è quella per il primato dell’economia sulla politica, cioè in pratica il (compianto) Governo Monti, solo che sei un morto di fame e non comprerai mai una casa e non avrai mai una pensione e allora per non deprimerti vai a ballare e ti sparano i bambini siriani di 36 anni che fuggivano dalla guerra in Gambia.
E io ridevo, grossolano, ubriaco, stupido come un cane, offensivo e capzioso se provavi a discutere.

Madò il mal di testa m’hai fatto venì. Che gli devi di’. È più costruttivo discutere di (insultare) Pjanic.
Poi mi riscuoto da questi pensieri turpi e inutili perché sento uggiolare. È arrivato, finalmente.
Io sono il tuo Tristero, dice. Leggi il Necronomicon, uccidi i passanti.
Mi fissa malinconico come un regalo abbandonato in un angolo senza venire neanche scartato. La coppia che si occupa di lui (una coppia diversa ogni volta che lo incontro) ferma la carrozzina. Lei si china e comincia a sistemargli la coperta che lo avvolge in ogni stagione. Claudiomageddon mi fissa ancora. Negli occhi tutti i reparti di oncologia del mondo.
Riportiamola a casa, che ha freddo, dice la signora.
Riportiamola.
Claudiomageddon distoglie lo sguardo.
Claudiomageddon, mia stella danzante, Claudiomageddon è una lei.
Un Kali Yuga dentro un Kali Yuga.
A questo punto Edd l’Addolorato me fa sei pippe sul serio, e mi dispiace, ho questa battuta (che comunque non fa ridere) su Freddy Krueger che saluta e dice «scusa er guanto» ma non so davvero come inserirla se non attraverso questo miserabile stratagemma pseudometanarrativo e continuando su quest’andazzo siamo un po’ in uno stallo che puoi riempire a piacimento col whiskey e/o la fregna mentre il crepuscolo striscia nel bar polveroso come un saloon (quest’ultimo dettaglio suppongo per associazione mentale con la citazione di Sergio Leone sopra) e diventa notte e la notte lo sai com’è qui, la notte stai male e piove sangue e la notte qui la passi così, col subbuteo dei morti.
(Ma ormai siamo giunti ad un numero di parole per cui 1) diventa impossibile continuare a leggere su un sito 2) mi investe una depressione che raramente ha avuto uguali nella storia, con tutto quel che ne consegue 3) unendo queste due cose vado a briglia sciolta sull’alcol.)

Perché qui con l’alcol ci sono morti tutti. La droga è veramente una cosa da ragazzini, ho visto gente uscire da vent’anni di eroina quando l’eroina non era certo fumarsi lassativi e gente spacciata in cinque anni tra epilessia alcolica e Antabuse.
Qualcuno cirrosi e qualcuno letteralmente con la bottiglia in mano, ma alla fine sono pochi. La maggior parte sono morti 10-15 anni dopo aver smesso di bere. Fondamentalmente sei lì, divorato dall’alcol, ed è una vita di merda. Poi la smetti ed è dura ed è una vita di merda. Tiri avanti e vivi senza ed è necessariamente una vita di merda. Nel mentre raccogli le macerie che hai lasciato, cosa che ti garantisce una vita di merda. Ma ad un certo punto hai più o meno sistemato le cose, per quanto possibile, e ormai hai una cinquantina di anni. Hai smesso pure di fumare. Poi hai qualche dolore, qualche cazzata, e subito esami, ché hai imparato a drizzare le antenne. E quando ritiri gli esami c’è scritto a chiare lettere cosa ti aspetta (ECCTSF). Ed è andata eh, sei fottuto, hai chiuso.
E alla fine della storia non c’è alcuna redenzione. Tutto per i morti, tutto per la morte. Dritti all’Inferno e da lì ancora sulla Terra. Ti guardi con occhi da alcolizzato, due sfere violacee spalancate in una perenne espressione di sorpresa e spavento. Rasatura a lametta, l’odore etilico, dolciastro e vagamente nauseante di Floid, completo nero, cravatta nera, scarpe finto-eleganti, smorfie allo specchio. Non sono credibile. Per niente. I SHBABBURI. Mi leverei tutto, infilerei una maglietta, una classica, lisa, Darkthrone, Burzum, e so che il festeggiato apprezzerebbe, ma andiamo avanti con la farsa, facciamo finta di essere seri. Per le cerimonie abito scuro. Funerali di una volta, processione, donne a lutto, bara in spalla. Incenso e crisantemi. Terra sì, loculo no. Fiori anche finti. No biglietti, sciarpe, fotografie, rosari, peluche. Sigarette e alcol incoraggiati. Epitaffio: Meridiano di Sangue, ultime 8 parole.
Torno in cucina e guardo il sangue scuro che scende sul muro, gronda, rivoli come ragnatele di vetro stratificato sull’intonaco. Una volta mi chiedevo sempre di chi fosse il sangue sulle pareti. Il sangue dai rubinetti. Il sangue che pioveva. Credo di averlo anche assaggiato. Il sangue sa di ferro e anche il ferro sa di sangue. Avevo scavato abbastanza da trovare un frammento di Inferno, ed era questo alla fine che cercavo, una reliquia del Diavolo da sbattere sul bancone per provare che le ombre che scivolano sul soffitto non sono macchie di umido, non sono un gioco di luci, non sono un’illusione ottica, quel rumore non è il vento, il cigolio non è la porta, quelle voci non vengono dalla strada, deserta, non sono i vicini, che dormono, dormono tutti adesso, e allora le senti le Ronettes, le Ronettes col cuore spezzato, e la Morte e Dio e il sangue fuori, e bevemose una cosa, bevemose una sciocchezza che altrimenti pare brutto.

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