Poiché nulla è il bello, se non l’emergenza del tremendo.

satanaaaaaa

Ciao ragazzi, mi riconoscete? Sono io, il vostro amico Lucifero.
E la strada è sempre questa. La vita sempre questa. Piove sangue su Roma Est. Alzati il cappuccio del North Face, Levi’s fradici da mattatoio, la Peroni sembra Campari e tutti camminano svelti perché guarda come piove. Guarda come corrono.
È il 29 gennaio e ne ho già il cazzo pieno del 2014.
La gente in strada, occhi bassi, testa bassa. Ride solo Justin Bieber nelle foto segnaletiche.(Quando la Polonia detta legge e Justin Bieber si ubriaca di malavita, è il punto di non ritorno. La zona del disastro.)
Poi finalmente salta fuori un Boss delle Discariche, un Ras di Malagrotta, ma Real Time insiste con i programmi di torte, così sai che anche le distrazioni televisive ti sono precluse. A noi delle torte non ce ne frega un cazzo, per noi solo gabbiani radioattivi che si lanciano in spedizioni punitive contro le colombe di Papa Poser per ordine del Negus del Pattume.
Ma un paese di gente che crede a Vannoni e non crede a Lombroso, alla lunga, tende a sconfortarti, e allora bevi, perché guarda come piove.

Bevi e ti chiudi nell’isolamento totale delle periferie, tra palazzi grigi di edilizia sovietica anni ’80, insediamenti abusivi, case stregate, cartoni di vino, quartieri dormitorio che da mezzanotte in poi non sono nemmeno più quartieri, sono la discografia dei Joy Division. Leggi Knut Hamsun (Trve Norwegian, lui) e cerchi risposte in Fame, ma che cazzo di risposte devi trovare in un romanzo su uno squilibrato che si diverte a chiedere per scherzo l’ora alle guardie? Ti pare una risposta?
Però Knut Hamsun nel 1920 ha vinto il Nobel per la letteratura (sai erano i premi dopo la Grande Guerra e dovevano smollarli in qualche paese che era rimasto neutrale, per correttezza politica). Poi nel ’43 si è beccato con Joseph Goebbels per farsi qualche Peroni e gli ha regalato la medaglia del Nobel. Poi l’hanno processato, rinchiuso in manicomio e nel ’52 è morto odiato da tutto il suo popolo e dal mondo in generale (tranne John Fante).
E qui mi sovviene un possibile trend per il 2014: regalare le cose a Goebbels.
Improvvisamente mi riscuoto dall’apatia e vedo un futuro (vabè, ero sbronzo) e comincio a credere nel domani, ad esempio nello scudetto della Roma, su cui malgrado l’ottimo campionato non mi ero mai fatto illusioni.
Ma certo che possiamo vincere lo scudetto, mi dico. Così lo regaliamo a Goebbels.

E nel pieno di questa rinnovata sete di vita, un mio amico, Ctonio Cartonio, mi segnala l’esistenza del programma televisivo Masterpiece, una sorta di reality show letterario che mi era sfuggito, avendo bruciato il televisore per via di tutte quelle torte del cazzo.
Mi metto immediatamente al lavoro con un solo obiettivo: vincere Masterpiece e regalare il premio a Goebbels, acquistando al contempo abbastanza credibilità e visibilità mediatica per fare pressioni su James Pallotta nell’evenienza di uno scudetto.

Parto pretenzioso, con l’idea di un grande romanzo americano, personaggi a raffica, vicende che si snodano per decenni.
È il 1951 e durante una storica partita di baseball (New York Giants v. Brooklyn Dodgers) viene battuto un fuoricampo. Un ragazzino riesce ad entrare in possesso della palla, che continua a passare di mano in mano fino agli anni ’90, quando finisce a Knut Hamsun, che la regala a Goebbels.
Poi un mio amico, Cthulhu Cartonio, mi fa notare che questo romanzo l’hanno già scritto, e mi ritrovo così ad abbassare le mie pretese, le allineo agli stipendi polacchi, limitandomi alle stronzate a cui sono abituato, fino alla resa dei conti dal solito esito schiettamente europeo (la sconfitta).

(«Bene, ci legga un passo dal suo romanzo… che si intitola… uhm… L’antico Capro andava portato in salvo
«Ehm…»
«Prego.»
«KUOLEMAAAAAA! SATANAAAAA! KUOLEMAAAAA! SATANAAAAA!»
«…»
«Uh. Per me, mi spiace, è no.»
«Guarda, se c’è gente di cui non accetto il giudizio quelli sono i magistrati.»
«Anche per me assolutamente no.»
«Te credo, sei l’equivalente letterario de CGIL-CISL-UIL.»
«Mi trovo d’accordo con i colleghi, anche per me no.»
«MA TE CHE CAZZO NE SAI CHE SEI PURE NEGRA?!»
«Ha detto la parolaccia con la N!»
«Questo è intollerabile!»
«Beh anche Faulkner era un racist, ma questo romanzo sono solo amari e invocazioni a Satan…»
«Eh, ma certo che Faulkner…»
«NON NOMINATE FAULKNER IN ‘STO PROGRAMMA DEL CAZZO!»
«Ma infatti che c’entra Faulkner, a me questo sembra più un mix puerile di Bukowski e Lovecraft, con qualche spruzzata di sottocultura ed una sorta di feticismo per il Terzo Reich…»
«INFATTI È STUPENDO!»
«Sentite, chiamo la sicurezza che questo non si regge neanche in piedi.»
«Y’AI ‘NG’NGAH YOG-SOTHOTH H’EE-L’GEB F’AI THRODOG UAAAH!»
Dissolvenza.
Spot della Crai.)

Avevo fallito di nuovo.
Rimasi sotto la pioggia a fare la quenelle mangiando Haribo senza alcun premio da regalare a Goebbels, chiedendomi perché fossi così inviso all’establishment politico europeo.
Il 2014 era tornato patetico ed inquietante come gli annunci di adozioni di cani scritti in prima persona dal punto di vista dell’animale.
Un sindaco genovese aveva bloccato tutti gli sfratti di Roma tranne il mio ed un commando misto di Compass e Agos Ducato mi dava la caccia. Uno split 7” Boldi/Pieraccioni era presentato come il segnale di un forte cambiamento della nazione. Di notte le ombre strisciavano sui muri della stanza.
Ci avevano fregati.
Ce l’avevano proprio messo al culo.
Ci avevano tolto l’emergenza del tremendo che fomentava Rilke seppellendoci di plastica, lustrini e cazzi a batteria, ci avevano sovvertito il vocabolario e impantanato in dibattiti e polemiche senza senso, senza sbocco, ci avevano accusati, condannati, e avevano vietato tutto.
E le torte, quelle torte fottute.
La verità è che per uccidere la tua donna devi amarla davvero, e le generazioni cresciute nel mito del femminicidio non sapranno mai cos’è l’amore.
In compenso sapranno prepare la cheesecake.

Ed inizia così il 2014 della Curva del Male.
Inizia entrando nel bar, perché guarda come piove.

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Noi siamo del PK666 Sezione Mongospengler.

occidente

Poi una mattina inizi a vomitare chiodi.
Gli occhi rovesciati, solo bianco, mentre cominci a levitare. Piove sangue. Crocifissi che si sciolgono. Vangeli che si incendiano. Parli al contrario, urli in latino, urli in aramaico, urli in esperanto. Il letto si solleva. Le ante dell’armadio sbattono. I vetri della finestra si crepano. Poi esplodono. Sulle pareti scorrono ombre in cerchio. Una lanterna magica dall’Inferno che proietta solo per te.
Poi ti apri in due. In verticale. Ti spacchi. Letteralmente. Un suono secco, come di cubetti di ghiaccio che esplodono nel tuo Jim Beam, se sei frocio e lo prendi con ghiaccio.
Il sangue è ovunque. Altri chiodi. Bile. Frattaglie.
I due tronconi che fino a poco fa erano il tuo corpo ricadono a terra in una pozza di melma cremisi. Le ombre svaniscono.

Te l’avevamo detto che lo psichiatra non serviva a un cazzo.
Qui è stato Pazuzu, il Re degli spiriti dell’aria.
È sempre Pazuzu, quando una persona finisce per somigliare al frigorifero di Ed Gein.

Sto leggendo Spengler come Arturo Bandini (i titoli) quando del sangue inizia a scrosciare dalle piastrelle della cucina. Mi chiedo come sempre di chi cazzo sia il sangue quando la cucina fa ‘sti scherzetti alla Amityville.
Poi le piastrelle esplodono. Dalla voragine che dal muro, contro ogni legge della fisica, va direttamente all’Inferno, esce Pazuzu.
Che robocop, dice.
Bussare mai.
Poser.
Mia nonna sostiene che dovrei smettere di frequentarti.
Tua nonna è morta.
Sì ma mi compare spesso.
Si vede che ti amava molto.
No, le dovevo dei soldi.
È morto pure Lou Reed.
Ne dovevo anche a lui.
Vabè, famose qualche Peroni.
Ma io stavo a legge Spengler.
Stavi a legge i titoli.
L’Occidente è in declino e io dovrei stare appresso alla Peroni.
L’Occidente è in declino per questo.
Ok. Offri tu però.
No. Mi devi ancora dei soldi.
Senti questa…
Eh.
Un barcone entra in Italia: splash.
Sì fa ride, ma non te offro da bere.
Maledizione.
Mettite il North Face che piove sangue.

Mongogullit.
Pazuzu è perplesso perché dopo qualche Peroni ancora non sto piangendo dietro la porta per il declino dell’Occidente, o qualsiasi altra sciagura metafisica random abbia scelto per disperarmi.
Io gli rispondo semplicemente così:
Mongogullit.
Pazuzu non capisce.
L’ASR, dico.
Eh.
Primi. Dieci vittorie di fila. Aspettavo che la serie magica si arrestasse prima di scriverlo. Scaramanzia. Però Kikka & Ketty so’ sparite dai muri.
Che robocop.
E questo lo si deve in gran parte a Mongogullit.
Chi cazzo è Mongogullit?
Lui.
Non puoi inserire un collegamento ipertestuale in un dialogo, non posso cliccare sulla tua voce.
Ok. È un negro con una testa enorme e l’attaccatura dei capelli sulla nuca. Pare Gullit, ma mongoloide, capisci? Infatti non so che ci tenga in quella testa spropositata, secondo me la speranza, un unicorno e una cassa di birra per me.
Vabè, quindi?
Quindi è fortissimo, secondo me Garcia l’ha saputo prende, gli ha detto tipo «se la Roma perde, gli avversari uccideranno quei cuccioli di pony, e tu devi fare del tuo meglio per salvarli». E Mongogullit ha un gran cuore, non quanto la testa ovviamente, e quindi siamo primi. Volevo fissare questo momento.
E l’Occidente?
L’Occidente mi deve dei soldi.
E la fregna?
Ho trovato il manuale di seduzione perfetto.
Non posso cliccare.
Non puoi nemmeno vedere che c’è un link, però.

A questo punto ci troviamo in un vicolo cieco.

Pazuzu va a pisciare sventolando il cazzo (lungo) e i coglioni (giallorossi) e scopro che esistono i Black Merda e allora sì, mi dispero.
Black Metal?, chiede Pazuzu.
Nono: Black Merda.
Che robocop.
Poteva andà peggio. Poteva piove sangue.
Ma piove sangue.

Sputo un pezzo di dente e stappo un’altra Peroni, lì, sotto la pioggia, e cominciano le esplosioni ed il cielo nero si dipinge di fuochi d’artificio, solcato da parabole verde smeraldo, fuochi rossi precipitano confondendosi con il sangue, una supernova di esplosioni blu restituisce il suo colore al firmamento, il giallo deflagra ornandolo di stelle artificiali. Ma è morto, è tutto morto.
Che festa è?
Nessuna, dico. Qui è così ogni giorno. Non so perché lo facciano.
Che robocop.
Fuochi che illuminano il tramonto dell’Occidente. E per il cielo di giugno sotto il sole bruciante.
Pazuzu mi molla uno schiaffone e vado lungo cercando di preservare la Peroni dall’impatto.
Hai letto solo il titolo, mortaccitua.
Beh è un bel titolo, dico. Pure Prussianesimo e socialismo je da’.
Sputo un altro pezzo di dente.
Siamo passati dalla cultura della vergogna alla cultura del «vergognaaaaa!» urlato scompostamente in ogni occasione utile.
Che robocop.
«Vergogna» e «dignità» sono le parole d’ordine di questo momento storico. Urli «vergogna» e reclami «dignità». È un misto di catarsi e autoassoluzione, che punta inevitabilmente verso il nulla.
Finito?
Se al posto di spazzatura solita dessero da leggere grandi pensatori, come Hitler o Spengler, almeno avrebbero una weltanschauung ed un briciolo di senso estetico.
Porcoddio, non hai letto Spengler.
Manco Hitler. Però ho letto Fante.
Mavaffanculo. Ce ne famo un’altra?
Certo.
‘Ndo andamo?
Restiamo qui, in piedi, immobili, con le Peroni, sotto la pioggia di sangue e i fuochi d’artificio, per restituire un senso estetico ed un’etica comportamentale a ‘sto posto.
Sì, per l’Occidente.
Ma è morto. È tutto morto. Sai no chi mesà resuscita, ‘sta settimana.
Eh.
Mongogullit.
Pazuzu mi fissa negli occhi.
Che robocop, dice.

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Più buio che a mezzanotte non viene.

pooo

Ho una maglia dei Ramones e la morte nel cuore, la Peroni in una mano e la Lucky Strike nell’altra, e l’ultima volta che ho sorriso Johnny votava Reagan.
In strada i lupi, i cervi, annusano il cemento come fogliame, le persone urlano e sovrastano le sirene delle volanti, scanso tutti e vado avanti, dritto nel buio, nel precipizio, nel nero assoluto.

Pazuzu. Sborra, la curva sborra, sull’autore di Gomorra. Svastica. Negri.

Ismene disse ad Antigone: «Hai cuore ardente per cose che raggelano.»

Antigone disse a Creonte: «E se a te ora sembra che agisca da folle, questa follia la devo, forse, ad un folle.»

Era il 442 a.C. e Antigone diceva: «Ma per me non fu Zeus a proclamare quel divieto, né Dike, che dimora con gli dèi inferi, tali leggi fissò per gli uomini. E non pensavo che i tuoi editti avessero tanta forza, che un mortale potesse trasgredire le leggi non scritte e incrollabili degli dèi.»

È il 2013, in Italia, e le leggi non scritte e incrollabili degli dèi si trasformano in calci e sputi, medaglie di plastica, diritto ecclesiastico, ordinanze comunali, giornalisti ghignanti, poliziotti compiacenti, reati ideologici.
Una persona inerme, silenzioso sdegno. Un cadavere, e i cani diventano leoni.
E con il cane giornalista amico tuo, il cane è «rabbia popolare». Con il cane celerino amico tuo, il cane è scortato nello scempio.
Cani al guinzaglio di cani che mangiano i morti.

È il 2013, in Italia, una repubblica democratica fondata sul vilipendio di cadavere.

E mi chiedo se solo Antigone, una ragazza, se solo chi per ruolo è preposto alla sottomissione, può ribellarsi alle leggi del re, alla legge mortale, in nome di quella divina.
Qui gli unici a portare sentimenti divini sono stati degli eretici.
Antigone parla di commettere un «santo crimine».
E se ti sembra ora che agisca da folle, questa follia la deve, forse, a dei folli.

È il 2013, in Italia.
I nostri cuori ardono per i morti che raggelano.

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Mi dici che bevo e divento cattivo: è sabato sera e ho lo sfratto esecutivo.

piramide

Perché se danno a me della «scimmia» penso che mi stiano dando dello stupido e se danno della «scimmia» ad un negro pensa che gli stiano dando del negro?

Questo l’interrogativo che mi attanaglia mentre sfoglio annoiato il malloppo di pagine dalla dicitura sinistra («Atti Giudiziari») che può esser sintetizzato, con quella proprietà di linguaggio tanto invisa ai giuristi molisani, in sfratto esecutivo per morosità. Ma se c’è una cosa che ho imparato dalle tragedie che costellano l’arco doloroso di quella che i monoteisti amano definire “vita terrena”, è che è inutile piangere versandosi il latte in testa, e così inizio a prepararmi ad una battaglia legale estremamente complessa e giocata sul filo del rasoio (rivolgermi all’avvocato più quotato dai disperati del mio palazzo oppure lanciare sampietrini dalla finestra declamando una quarta di copertina di John Grisham), ed al suo esito in stile prettamente Europeo (la sconfitta).
Allora muggisco come Benjamin Compson.

Esco per le strade fantasma, nella desolazione completa, dove gli unici suoni sono le bottiglie che si sfiorano ed il frinire delle cicale, e l’unica presenza quella, impalpabile, di Kikka & Ketty, che stanno colonizzando l’architettura del quartiere con la loro strabiliante amicizia – ed ogni muro, ogni saracinesca, ogni furgone abbandonato è lì rimarcare che Kikka & Ketty sono le mejo, che sono le + fike, che sono amike 4 ever, che hanno alzato coppe da Bressanone a Modica, Kikka & Ketty solo lame, Kikka e Ketty ed il loro orologio fermo sempre e solo sulle 13:12, mentre in me si fa largo la consapevolezza che la mia vita somiglia troppo ad un filmato analogico di un cane che salta su un tappeto elastico mandato in onda da Paperissima con relativo doppiaggio romanesco fuori sincrono e forse ora sarebbe il momento giusto per fare un bilancio della mia esistenza, ma poi evito accuratamente la cosa, perché tanto finirebbe come a scuola, quando le valutazioni tendevano sempre, inesorabilmente, alla gag principe de I Ragazzi della Terza C («Sacchi? Grande Serbia»), e preferisco dunque concentrarmi su ulteriori interrogativi esistenziali, tipo: perché se lanci delle banane a me ringrazio e faccio pranzo e se lanci delle banane a un negro quello ti denuncia?
Allora piango come Benjamin Compson.

Il grande colpo di scena è che l’avvocato più quotato dai disperati del mio palazzo, oltre ad essere un nano acondroplastico travestito da De Niro in Angel Heart (spoiler: De Niro è Lucifero), è un coglione. Uno che ti risponde serafico: «paga».
«Io non ho ricevuto nessuna comunicazione in merito», dico.
«Qui ci sono dieci pagine di fotocopie di raccomandate.»
«Sì ma io non le ho ritirate.»
«Scusi, non hanno provato a recapitarle?»
«Non lo so, qui non si apre a nessuno.»
«Perché?»
«Recupero crediti.»
«Certo, stando così le cose…»
«Ha mica un libro di John Grisham?»
«Ehm, no. L’ascensore è in fondo?»
«Scusa come cazzo sei salito allora?»

Ma io dico, ma se la gente cominciasse a pagare affitti e finanziarie, ma dove cazzo finirebbe ‘sto paese? Ma ti pare che uno deve pagare pure per avere una cucina in cui piangere? Ma che cazzo di pretese ha ‘sta gente?
Con il mondo mi vendico dunque nei modi più meschini, tipo facendo altri spoiler (I soliti sospetti – Keyser Söze è Kevin Spacey, Sons of Anarchy, Stagione 6 – Tara si suicida, Indovina chi viene a cena? – un negro), perché sai chi altro vuole essere pagato, ora?
(spoiler:)
Lucifero.
Mi aspetta un bel weekend di merda, credo.
Allora stringo il cuscino come Benjamin Compson.

Le lunghe riflessioni a questo punto sono inevitabili e brutali interrogativi sul futuro mi assalgono, e alla fine realizzo che la mia unica ambizione è quella di diventare un ospite in studio a La Malaeducaxxxion, che non mi frega un cazzo di niente se non di partecipare alle loro discussioni creepy, prendere parte alla mitomania imperante, discorrere di fregna in linguaggi astrusi, rispondere alle loro domande imbarazzanti.

(«Cosa pensi mentre stai per raggiungere l’orgasmo?»
«Odio Liverpool
«Qual è la tua fantasia erotica? Intendo qualcosa di particolare…»
«Uhm, ok, lei sta suonando il piano. Lei è Nigella. Io arrivo indossando una camicia da notte da bambina. Lei smette di suonare. Io la indico. Lei mi sorride. Le dico “tu morirai” e le piscio addosso.»
«Altro? Che non includa Nigella, intendo.»
«Uhm… ok, io e lei stiamo facendo dolcemente l’amore. Lei è Nigella. Le tocco una… il seno e assumo un’espressione turbata.»
«E poi?»
«Beh, poi mi chiede che c’è che non va.»
«Eh.»
«Beh, poi le dico che ho trovato un linfonodo.»
«Perché?»
«Perché un attimo prima è lì che magari sta per venire, e l’attimo dopo, bam!, pensa che ha il cancro al seno.»
«Perché dovresti fare una cosa del genere?»
«Perché in questo programma dovete trasformare le scopate in lezioni di vita, e questa è la mia lezione: il massimo a cui un uomo può ambire nella sua esistenza è prendere parte alla costruzione di una piramide, ossia un ciclopico, ermetico monumento alla morte e all’immortalità del proprio sovrano.»
«Ooook…. penso sia meglio passare a Sookie, che ci hai detto, Sookie, che tu riesci a provare piacere soltanto con cazzi morti o di licantropi, spiegaci un po’…»)

Ed eccoci di nuovo nelle strade, le strade di Kikka & Ketty, le strade dove siamo cresciuti, con la Peroni in mano e Jesus’ Tod nel cuore, e passi davanti ad una vecchia che tossisce, sputa, ed hanno aperto un’altra SNAI e lì fuori un vecchio al telefono che urla qualcosa sul rivolgersi ad un avvocato pure lui, gesticolando, con quattro gratta e vinci in mano, e poi un altro vecchio incollato ad un Postamat che ha scambiato per un videopoker, e tra una SNAI e l’altra i bar, e ogni bar con la sua cricca di ubriaconi che si smezzano Peroni sotto le svastiche di Kikka & Ketty e non esistono ufficiali giudiziari e guardie che possono mandarci via da qui perché siamo le + fike e odiamo Liverpool e ci piacciono solo le cucine e gli incendi e le piramidi che custodiscono in eterno i segreti della Morte.

Allora mi ubriaco e guardo il fuoco come Benjamin Compson, e Benjamin Compson è il senso ultimo di quella che i monoteisti amano definire “vita terrena”, ovvero che perderemo chi e cosa amiamo ma non perderemo nulla perché di chi e cosa amiamo ricorderemo solo la perdita, e la luce del fuoco avrà «sempre la stessa forma raggiante del sonno».

La birra è finita ma c’è ancora un po’ di latte, e anche se è inutile sappiamo cosa fare.

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I fan di Burzum che bruciano le chiese.

angeli

Ti ricordi Focus, la rivista, che faceva le copertine con i robot e le auto volanti e asseriva spavalda Ecco come sarà nel 2013!. Poi il 2013 è arrivato, e siamo solo morti di fame e ci litighiamo il rame con gli zingari.
Quindi per noi Ultras della Morte niente mojito su spiagge esotiche, taken with Instagram per i tuoi amici (che non conosci) di Facebook – ma tanto non ce ne frega un cazzo perché aneliamo soltanto alle tenebre eterne e alla distruzione del cosmo, trastullandoci, nell’attesa del Suo risveglio (imminente), con giuochi low cost come ad esempio la piromania. Eh sì, perché la fiamma nera brucia ancora (con annessi diti medi agli elicotteri dei vigili del fuoco), per noi che abbiamo l’estate del ’92 incisa nel cuore.

Ed è stato rileggendo Lords of Chaos, in uno di questi tipici eccessi di nostalgismo estivo, che sono rimasto colpito da un’immagine:

burn

Ed ecco quindi disponibile per voi il giuoco low cost dell’estate, Stavkirke Pagan Madness.

Istruzioni:

1) Scarica e stampa su cartoncino il .pdf allegato!
2) Armati di forbici e colla, ritaglia, incolla, costruisci la tua stavkirke!
3) Raduna i tuoi strumenti del mestiere preferiti, e via, dagli fuoco!
4) Assumi la posizione di runa Algiz e grida di giubilo mentre Aske scorre a tutto volume!

Onora le tue origini vichinghe (tipo di Trapani)! Insegna agli angeli a fare poco gli stronzi! Libera la tua terra (la Norvegia, quella in provincia di Trapani) dalla piaga del cristianesimo con Stavkirke Pagan Madness, ed anche la tua sarà un’estate odinista come ai bei tempi!

La Curva del Male augura a tutti buone vacanze.

Il .pdf è qui:

stavkirkepaganmadness

PS: Sì, avrei potuto ricalcare per bene la chiesa etc etc, ma il black metal che ci piace è registrato male.

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Bormann imbarazzava gli ospiti del Berghof chiamando la moglie con un fischio.

tuttifroci

I – Un posto dove piangere.

Quando il mondo funzionava, voi stavate in cucina. Vi hanno aperto le cucine, ed è morta l’Europa.
Questo, in sintesi, il ruolo della donna nella storia (ho saltato le scene zozze). Questo, in sintesi, il bilancio dell’attività della donna da quando le è stato permesso di occupare ruoli determinanti per le sorti della nazione.

Personalmente, alle donne vieterei anche di esercitare il diritto di voto, ma essendo io propenso ai regimi militari imposti con cruenti colpi di stato che prevedono lo sterminio di tutti gli oppositori politici, la questione a monte non si porrebbe. Rimane però il problema della natura malvagia della donna, che la porta ad amministrare il potere in maniera arbitraria e crudele, estremamente vendicativa, e con vette di delirio di onnipotenza. A questo va aggiunta poi la sua innata litigiosità venata di invidie e frustrazioni assortite, che la rendono incapace di creare rapporti basati sulla lealtà e sul sacrificio, nonché il segno incorreggibile della sua frivolezza.
Insomma: se fossimo un popolo civile saremmo tutti froci.

Quando un’umanità deforme ed imbastardita aprì le cucine, le donne smisero di piangerci e corsero fuori a fare finalmente tutto ciò che gli era prima proibito.
Il risultato? Sylvia Plath e Yoko Ono.
Da lì in poi, forti dello sbandamento etico ed ideale dell’Occidente e del loro innato talento nel distorcere e manipolare, hanno cominciato ad insediarsi nei posti che contano, fino a varare leggi che prevedono il loro inserimento obbligatorio nei suddetti posti.
Il risultato? Daspo a Silvio e Legge Taubira.
E gli uomini?
A casa, davanti ai programmi di cucina, illudendosi della supposta virilità di Gordon Ramsey come riscatto per le esequie dell’Europa.

II – Mamma ho perso il Carro del Destino.

La donna è sostanzialmente nemica della civiltà, e non è certo un caso se di tutti i romanzi di Cormac McCarthy non riesci a ricordare un personaggio femminile (a parte Rinti Holme, che, diciamo, era pur sempre una che si scopava il fratello). Avevo già affrontato questa spiacevole questione nel mio saggio Mamma ho perso il Carro del Destino (qui il pdf), ma i miei disperati appelli per salvare quel che è rimasto dell’Europa (le Peroni rotte e le svastiche sui muri) sono stati vani. Ho persino tratto uno spettacolo dal mio libro, per arringare le folle inebetite con quell’umorismo spiccio che piace a voi.
Il risultato, stavolta:

Il pubblico mi fissa, in attesa. La tensione cresce. Una battuta. Serve una buona battuta per rompere il ghiaccio. Deglutisco. Ordino mentalmente alla mia voce di non tremare.
Allora… Anna… no, uh. Ehmm…
Panico. Sta arrivando. Non farti prendere dal panico.
Allora… qualcuno sa dirmi… di che colore era il cazzo del cavallo col cazzo bianco di Napoleone?
(tu-tum-tish)
Silenzio.
No?
Silenzio.
Bianco!
(tu-tum-tish)
Silenzio.
Beh… uhm.. sapete mica…
Pausa.
Pesa più un chilo di paglia o un chilo di cazzo?
(tu-tum-tish)

Il pubblico continua a fissarmi, in silenzio. I loro volti, da seri a grevi. Qualcuno tossicchia.
E… e… il cazzo bianco del cavallo di Napoleone col cazzo bianco quanto pesava?
Silenzio.
Una voce dal pubblico:
Chi è Napoleone?
Fuggo via urlando.

Da lì in poi mi chiusi in un isolamento totale, cercando soltanto, a volte, meste rivincite sulla vita come: ahah, stupidi personaggi dei film horror che sentono un rumore e vanno a controllare tranquilli cos’è perché non sanno di essere personaggi di film horror, ahah.

III – La Legge Pazuzu e la Riforma delle Donne.

Ma ora che ho visto tutti i film horror e tutti gli snuff di Goregrish e tutti i video black metal russi più ridicoli selezionando infine un vincitore, sono tornato, pronto al golpe come pochi, per prendere in mano questa nazione di merda e partire subito con la Legge Pazuzu, che prevede l’interdizione perpetua, per tutte le donne, da qualsiasi ruolo in ambito giudiziario, politico, e, più genericamente, da qualsiasi posto di potere. A ciò andrà ad affiancarsi la Riforma delle Donne, che prevede la divisione delle donne in cinque caste con i rispettivi diritti e doveri.
Ossia:

1) Quelle troppo fiche: sono le principesse della casta e sono predisposte al meretricio in tutte le sue forme, o, in alternativa, a fare le mantenute capricciose e infedeli che fanno litigare la gente (tanto sarà ripristinato il delitto d’onore).
Non possono avere figli, perché sono delle puttane. Non possono fare il caffè, perché sono delle stronze.

2) Quelle fiche: possono svolgere ogni lavoro che richiede abilità e cultura (ma nessun genere di autorità e/o potere decisionale). Sono incoraggiate ad esprimersi in tutte le arti grafiche, nella danza, nel canto, nella recitazione. È vietata unicamente la scrittura, perché le donne non sanno scrivere. Sono anche incoraggiate alla monogamia e alla formazione di una famiglia (entro i 17 anni, prima che sfioriscano).
Devono avere figli. Devono fare il caffè.

3) Quelle tutto sommato scopabili: possono svolgere ogni lavoro che richiede abilità e cultura (ma nessun genere di autorità e/o potere decisionale, nonché presenza fisica). Possono sposarsi (entro i 17 anni, prima che peggiorino).
Possono avere figli. Devono fare il caffè.

4) Quelle brutte: possono svolgere lavori umili e di fatica. Possono sposarsi (quando vogliono, tanto non c’è speranza).
Non possono avere figli perché altrimenti sarebbero brutti. Devono fare il caffè.

5) Quelle che fanno proprio cagare: verranno spedite in un luogo apposito (chiamato “Il Cielo”) con il compito di insegnare agli angeli a fare schifo al cazzo. Possono fare il caffè agli angeli.

Trovai un manipolo di fedelissimi (l’Inner Circle della Curva del Male) e partimmo per la rivoluzione. Finimmo come sempre a sbronzarci finché, tra le truppe, alcuni non si risentirono del fatto che organizzo continuamente putsch privi della seconda parte del putsch (quella in cui esci dal pub e fai il putsch). Ma la mia risposta standard alle accuse di incoerenza (perché, Hitler era biondo?) zittì come sempre tutti.
Discutemmo di Martin Bormann: le informazioni in nostro possesso erano verosimilmente false, ma volevamo crederci.

Il primo chiarore dell’alba iniziò ad illuminare il cielo e ci salutammo, incamminandoci fischiando ubriachi verso casa, a riempire di botte le nostre mogli.

mbormann

Pubblicato in Hate Crimes | Commenti disabilitati su Bormann imbarazzava gli ospiti del Berghof chiamando la moglie con un fischio.

Il ritmo nel suolo.

peronigrandi

I – Il sangue contro l’oro.

Piove morte e vado al bar, e al bar parlano tutti di politica. Una volta era diverso, si parlava dell’AS Roma. C’era sì la politica, ma si concentrava unicamente in insulti a caso a Berlusconi (che poi tutti però votavano, altrimenti non si spiega) e qualche spunto più prettamente novecentesco sui ritardi di Trenitalia o il freschetto della Siberia, ma niente di più.
Oggi invece la chiacchiera da bar si concentra su una sorta di follia omicida direttamente proporzionale al proprio pianger miseria. Come dire, siamo persone che stiamo male.
Ma io ero fresco di combo Tavernello + Porta a Porta, e grazie ai miei brillanti meccanismi cognitivi basati sull’intuizione ero certo di esser venuto a capo di tutte le faccende relative al nuovo esecutivo politico, ed in grado di rasserenare gli animi di quei beoni con velleità terroristiche. Come si dice, dalle Peroni grandi derivano grandi responsabilità, quindi stappo un’altra birra e improvviso il mio comizio con quel fare da Monaco 1923.
«Vedete amici,» dico, «dovete calmarvi ed avere fiducia. E scrollarvi di dosso quest’ansia post-voto. Anche perché al governo non c’è nessuno che avete votato. Lo so, lo so, la crisi, mille aziende che chiudono ogni giorno, suicidi a raffica, disoccupazione, stiamo tutti con le pezze al culo e fuori dall’Europa League. Ma questo governo non è composto da vecchi politici, tantomeno da tecnici. È la Società Civile, cazzo. Ed hanno una ricetta per uscire dalla crisi. No, non altre tasse. Per rimetterci in piedi serve soltanto una legge che punisca la transofobia, inasprire le pene per chi spara alla moglie, arrestare la gente che smadonna su Facebook… e… lo ius soli.»

E vabè, è finita che in quel bar non posso tornarci.
Non dovevo dire ius soli.
Cazzo.

II – Il ritmo contro il sangue.

Infatti c’è questo nuovo ministro africano che fa molto parlare di sé a causa della portata rivoluzionaria delle sue tesi basate su un rigido principio di non contraddizione.
Io non mi sento del tutto italiana, dice.
Beh ovvio, sei congolese. Nata in Congo da genitori congolesi. Che cazzo ci stai a fare il ministro qui capisco che è meglio non approfondirlo.
Perché gli italiani, vedete, sono tutti meticci.
Certo, il classico meticciato di chi nasce in Italia da genitori italiani.
Quindi per questa nuova legge vorrei come testimonial (mai visto un testimonial per una legge? Che cazzo è una tinta della Garnier?) Mario Balotelli, che è un perfetto esempio di meticcio.
Certo, il classico meticciato di chi nasce in Italia da genitori ghanesi.
Perché se nasci in Italia sei italiano.
Ma lei non è nata in Italia, però vaglielo a spiegare.
E va abolito il reato di clandestinità.
Ovvero i confini della nazione, sì.
Quindi cittadinanza subito a tutti.
Ooook.

Certo che tornarsene in Congo (“rape capital of the world” – Washington Post) ad aiutare le donne o anzi mettere a frutto la propria laurea in medicina (quinto paese al mondo per mortalità infantile sotto i 5 anni) sarebbe più costruttivo che restare qui ad occupare un ministero inutile inventato di sana pianta durante la parentesi Monti.

III – Rhytm’n’Boden.

Normalmente una persona che dice certe stronzate verrebbe ignorata e/o derisa, ma siamo in Italia, il bel paese del lavaggio del cervello, degli intellettuali analfabeti fermi al ’68, dell’ingiustizia sociale, dei media asserviti e criminali, della repressione e di un senso di colpa artificiale ed artificioso secondo solo a quello della Germania.
Quindi si parte con un bombardamento di messaggi deliranti volti unicamente ad annichilire la gente:

Tu sei italiano, re della pizza e della mafia e del mandolino e non vali un cazzo, magari un’orda di africani ti eleverebbero un po’.
Tu sei italiano, vivi in uno dei paesi più sviluppati e industrializzati e ricchi dell’Occidente, quindi se non accogli chi sta peggio di te sei una merda.
Tu sei italiano, sei emigrato sempre ovunque prima di spassartela con le leggi razziali, quindi adesso paga pegno.
Tu sei italiano, ma cittadino del mondo, sei colto, laureato, vieni dalla culla della civiltà e dell’arte, quindi aiuta il progresso globale.
Tu sei italiano, il terrone d’Europa, sei un redneck analfabeta che odia e teme qualsiasi persona non provenga dal buco di mille anime in cui sei nato, quindi benvenuto nel 2013 e impara a stare al mondo.

Sorvolando sulle contraddizioni insensate, questo è il succo della propaganda. E la gente ci casca, eh. Tanto che parlare di nazione ed identità in Italia è ridicolo, perché suscita sempre quel feeling patriottardo da mazziniano alienato o da gita a Predappio. O da fan di Povia.
La cosa divertente è che se “Italia” non dice un cazzo quasi a nessuno, quando scendi nei localismi siamo tutti esasperatamente fanatici. Te lo immagini un fuorisede pugliese che esce dalla Sapienza e si autoproclama romano, che risate? Te lo immagini un napoletano a Verona? E un veronese a Napoli?
Mettici poi il tifo calcistico (che sia da Sky o dalla curva poco cambia) e vedi che razza di bestie siamo.

IV – Il ritmo dell’oro.

Infatti provocano.
All’inizio sembra ti sputino addosso con nonachalance, ma poi ti accorgi che c’è una certa veemenza, ed un certo compiacimento, nel farlo. Vogliono proprio farti rodere il culo. Aspettano che sbrocchi, aspettano un raptus anni ’90, aspettano che per ripicca gli copri i muri di svastiche e scritte negri raus. Aspettano che rispondi male, che alzi la voce, alzi le mani, fai qualche cazzata. Aspettano di schiaffarti in cella e sui giornali ed avere una scusa.
E battono sulla parola magica: razzismo.
“Razzismo” che la Treccani definisce così: Ideologia, teoria e prassi politica e sociale fondata sull’arbitrario presupposto dell’esistenza di razze umane biologicamente e storicamente «superiori», destinate al comando, e di altre «inferiori», destinate alla sottomissione, e intesa, con discriminazioni e persecuzioni contro di queste, e persino con il genocidio, a conservare la «purezza» e ad assicurare il predominio assoluto della pretesa razza superiore (…).
Ora, io dubito che la vecchia alla fermata dell’autobus critichi l’immigrazione sostenendo che i cingalesi sono biologicamente inferiori a noi italiani, che, storicamente superiori, siamo destinati al comando della costa sud-orientale del subcontinente indiano.
Ma la risposta sarà: razzista. Una parola che ormai significa ogni cosa, che puoi infilare ovunque, tipo cazzo, ma rappresenta il peggior marchio. Allora aspettano che, esasperato, gli urli sì, sono razzista, e vattene affanculo te e i negri amici tua!, così possono riempire le prime pagine di allarmi sociali sull’intolleranza e correre ai ripari, ossia promuovere la cultura della solidarietà e dell’integrazione, ossia stanziare decine e decine di migliaia di euro di fondi pubblici che finiscono in tasca alle varie onlus e fondazioni farlocche che ingrassano col business dell’immigrazione.

V – Sangue e Povia.

Tutto qua il giochetto, tutto qua lo scopo. Aggiungici solo un piccolo dato geopolitico, ovvero che il continente nero è destinato a diventare giallo, perché è in Africa che la Cina sta investendo ed è lì che sta spostando milioni di contadini. E gli africani da qualche parte dovranno andare, no?

Contro questi parassiti sfruttatori, la Curva del Male si trincera ordunque dietro le nere insegne dell’Hellcommander Povia, che con la sua marcia (la Marcia su Povia) condurrà l’Italia verso il suo destino radioso ed il compimento della sua missione storica consistente nell’avere un becco con cui rodere il fegato dei suoi nemici nonché stapparci le birre.

E non ci date a bere niente che non sia Peroni da 66, quindi la vostra retorica vittimista e perbene che funziona così bene con la stampa potete ficcarvela tutta nel culo perché noi siamo il Male e tutte le etichette peggiori che potete appiccicarci le prendiamo come medaglie.

Viva Satana e Pazuzu.

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Volevo un gatto nero.

gatti

Duemila chilometri andata e ritorno, lavoro perduto, matrimonio finito, matricola abrasa, videopoker, vecchiaia alle porte, a casa con i tuoi.
Seul contre Tous. Taxi Driver.

Travis Bickle senza auto, senza soldi, senza Vietnam. Travis Bickle che sbaglia bersaglio. Travis che perde, Travis senza epilogo da eroe.
Di Travis: solitudine, odio, capolinea.

Me ne vado al bar per non sentire le stronzate del politico non eletto, del giornalista servo. Ordino Peroni.
Il bar: solitudine, odio, capolinea.

Sai che c’è, quando provi a seccare Obama ti sputano in faccia persino i nazisti dell’Illinois. Ogni nazione ha i suoi malcontenti, i suoi scontri, le sue divisioni, le sue schifezze. Ed ogni nazione ha il suo prestigio, il suo rispetto, le sue istituzioni.
L’Italia, dal canto suo, ha soltanto coda di paglia e leccaculo.
Il fatto che qualcuno abbia pensato di andare a fare una strage durante il giuramento dei nuovi ministri al Quirinale, non ha sorpreso né scandalizzato nessuno, potenziali bersagli in primis. Come se fossero perfettamente consapevoli di essere odiati, letteralmente, a morte, con tanti saluti alla retorica del c’è stato un effettivo distacco tra le istituzioni ed i cittadini. Da parte loro non c’è stata nessuna presa di coscienza, nessun passo indietro, nessuna illuminazione. Anzi hanno rilanciato, con più arroganza che mai, strumentalizzando l’accaduto, additando (con quel tanto di perifrasi che ti scampa dalla querela) il M5S come una sorta di mandante morale. Il vento dell’antipolitica.
Un MoVimento così innocuo ed incapace che pure con un terzo dell’elettorato è stato completamente estromesso da tutti i giochi e da tutte le spartizioni.
Ma le parole, attenti alle parole.
Con Alemanno, il sindaco peggiore della storia di Roma, in prima fila a farsi la campagna elettorale.

Questo ovviamente sulla pelle di un ragazzo con le gambe spezzate. E di un uomo che forse morirà, forse addirittura peggio, che su Facebook aderiva a Raccolta firme per Proposta di Legge su Riduzione Stipendi Parlamentari, si incazzava perché sui ministeri sventolano tricolori strappati, che scriveva di «povera gente italiana che è veramente bisognosa».
Ossia uno che, beffa nella beffa, la pensava suppergiù come chi gli ha sparato.
E la pallottola se l’è presa per parare il culo a te.

Te che mentre la tua nazione annaspa proponi come soluzione d’emergenza: subito la cittadinanza a tutti i figli di immigrati.

Ed io devo stare attento alle parole? Che sono pietre?

Con i vostri giornalisti a libro paga che non hanno saputo tirar fuori di meglio che la campagna mediatica adesso però non diciamo che il tizio ha fatto bene? Cos’è, un’implicita ammissione del fatto che gli italiani vi odiano e nemmeno troppo a torto? Mentre gongolate che ora avete la scusa per farvi aumentare la scorta, che se girate dieci minuti da soli vi menano tutti? 

E allora solo gatti neri, agili, randagi, scattanti. Solo gatti neri, senza casa, non sterilizzati, soli. Che mangiano le scatolette di Whiskas lasciate dalle gattare, ma non si fanno accarezzare da nessuno.
Tre cose sanno fare: ignorarti, scappare e strapparti gli occhi.

E intanto l’Italia andava a picco affogata nella sua pazzia.
Noi, solo Peroni rotte e 666.
E i gatti.
Neri.
Neri.

Frantumo la bottiglia sull’asfalto e tutti i gatti neri mi osservano in silenzio accovacciati sulle auto bruciate mentre il tramonto tinge di rosso la strada.
In giro, la gente si uccideva, si impiccava, si dava fuoco. Le serrande dei negozi erano tutte abbassate e coperte di svastiche. Le donne abortivano. Ci scattavamo fotografie senza mai sorridere. Tutti camminavano oscillando, imbottiti di Tavor, vino, droghe, lo sguardo fisso a terra. Cortei funebri si alternavano.

I gatti neri ci fissavano con occhi antichi e ostili e iridati come gli epiloghi insondati degli oceani. E come l’oceano, la loro immobilità intrisa di silenzio era attraversata dal vento, rilasciando energia cinetica in un chiassoso moto perpetuo. La loro placida irrequietezza era priva di rive su cui morire. L’elettricità che li attraversava era dissimulata dal proprio equilibrio inalterabile e si riversava nei loro sguardi ondivaghi, densi di azioni taciute e pronte e rapide come la loro differente percezione dello scorrere del tempo.
Le nostre vite si intrecciavano nello stesso ruolo di comparse in un funerale eterno.

Finisco di bere, scaglio a terra la bottiglia vuota e mi incammino nel sole che muore verso un’altra cerimonia. Rapidi come le ombre che scorrono, i gatti lasciano i loro posti e senza produrre nessun suono si avviano dietro di me.
Volevo un gatto nero.
Nero.
Nero.

Mi hai dato un gatto bianco, ma io faccio come cazzo mi pare.

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Peroni rotte e Sei Sei Sei Manifesto.

peronirotte

L’aria satura di locuste, le urla – il suono si propagava riecheggiando nei corridoi di cemento, l’eco delle voci eroso dal frinire insistente che sfregiava le facciate grigie di calcestruzzo armato per schiantarsi come vetri rotti sull’asfalto bagnato e rovente.
Apribottiglie in tasca. Stappi. Brindi. Bevi. Frantumi.
Avanzavamo nella primavera già appassita, lasciavamo i nostri feretri d’asfalto per entrare in sentieri sterrati che si inerpicavano desolati fuori dalla civiltà in declino. Al fianco delle strade, del traffico, si schiudevano scenari inediti di un nuovo degrado, nuovi pericoli, nuove civiltà. Resti di insediamenti, rituali, scopate, spazzatura, bottiglie.
Ricercavamo l’abbandono, i ruderi, il margine estremo da infestare. Su e giù per binari morti, stazioni dismesse, in cerca di un limite ultimo, una soglia da varcare.
La vita come effrazione.
La vita come Viale del Tramonto – il flashback di un morto.

Inquieti. Irrequieti. Sfascia tutto e dagli fuoco.
Una volta mica era così.
Eravamo ragazzi di quartiere, ragazzi che tengono agli amici e alla famiglia. Ragazzi semplici, che facevano cose alla Transilvanian Hunger, ossia prendere in mano un candelabro e urlare. Ragazzi sempre pronti a scherzare, come quando cantavamo a Bersani: mi dimetto solo se, se è il compleanno di Hitler. Pronti a giocare persino durante le sedute spiritiche («Oddio, ma è un ectoplasma?» «No, ti sto venendo in bocca»). Ma anche ragazzi di sani principi, come quando scrivevamo a quella spia di Doraemon Gatto Spaziale per te ci son le lame.
Ed ora invece eccoci qui, con un’unica missione nella vita: spaccare bottiglie.
Ma che cazzo di missione è?
Seriamente.
Tanto valeva arruolarsi nei Pony Express e ripetere compulsivamente libidine coi fiocchi.

L’Europa, l’Europa che avevamo amato ed eletto a mito mobilitante, era morta sotto il giogo degli Austro-Ungarici, e tra le macerie dell’Italia si aggirava una Gioventù Nera che ribadiva il suo ruolo nella storia spaccando Peroni vuote. Cimiteri di bottiglie infrante, cocci che adornavano gli angoli delle periferie (tanto l’Ama qui non ci viene) lasciati a memoria per i posteri come resti di templi pagani.
Quello che facevamo non aveva alcun senso, ma avevamo letto abbastanza libri da infondergli significati metastorici complessi per poi interrompere bruscamente il nostro eloquio e ribadire, in modo contraddittorio, che l’assenza di significato era il fulcro del nostro agire.
La verità è che eravamo cattivi e basta.
Avevamo rifiutato tutto ciò che ci era stato dato e tutto ciò che ci era stato offerto perché semplicemente ci pesava il culo a vivere.
La nostra rivolta si esplicava nel non fare un cazzo e odiare tutti.
Questo genere di non-attività implica l’impossibilità di riscatto, redenzione, catarsi.

Odiare tutti era un altro esercizio assolutamente privo di scopo, tanto più che il nostro odio comportava unicamente una bieca indifferenza verso il prossimo. Ma anche l’odiare tutti poteva essere ammantato di motivazioni che spaziavano dal ragionevole al sublime.
La verità, come sempre, è che ci stavi sul cazzo a pelle.
I don’t care about you dei Fear scandiva la nostra giovinezza.
Oscillavamo tra scheda bianca e scheda nulla.
Disprezzavamo le parole “nichilismo”, “disagio”, “provocazione”.
I nostri sorrisi erano rictus.
Avevamo tutti un amico immaginario, un attore di fiction tedesche di nome Raus Bova.

Intanto, il mondo intorno a noi cambiava, la società si trasformava. Noi eravamo sempre gli stessi, ci limitavamo ad invecchiare. Male e troppo in fretta. L’assoluta mancanza di un obiettivo da conseguire ci teneva prigionieri di un loop eterno di vetri infranti.
La decadenza della nuova Weimar rinfoltì le nostre schiere. Orde di giovani abbandonavano speranze ed ambizioni, traditi e spinti ai margini da apparati ed oligarchie che ne avevano cannibalizzato i sogni.
Ma per noi era diverso. I nostri unici sogni erano sempre stati incubi orribili. Ci limitavamo a bere qualsiasi cosa tranne l’Amaro del Finanziere, per poi spaccare la bottiglia.
A modo nostro eravamo felici.
Galleggiavamo, galleggiavamo tutti.

Dipingemmo di nero uno stendardo e tracciammo la via.
Il nostro fair play: Peroni rotte e Sei Sei Sei.

Fu così che interrompemmo ogni genere di dialogo (posto che mai ci fosse stato) con la realtà attorno a noi.

La prima pioggia di primavera era insolitamente fredda mentre avanzavamo nell’erba bruciata, tra carcasse, alberi morti, lande che si aprivano a perdita d’occhio a pochi metri dalla strada, distese che divenivano rifugio di pazzi e di mostri, tra casali diroccati e case stregate, posti in cui l’unica vita rimasta era la presenza impalpabile degli spettri.

Camminiamo lenti, in fila indiana, dietro lo stendardo nero, la Morte in testa a farci strada.
E morte le foglie a terra, bagnate di pioggia, sembrano locuste schiacciate, sembrano compost, e tutto il resto si eclissa, svanisce, e resta soltanto il tuo red carpet marcito, soltanto le foglie morte, perché in fondo è così che ti senti, no?

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Propaganda 22.

propaganda 22 - 25-3-12

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